Con la sentenza della Cassazione del 3 febbraio 2026 è diventata definitiva la condanna a 75 anni di reclusione per 8 persone ritenute colpevoli di associazione mafiosa in Trentino.
La vicenda è legata all’infiltrazione di una cosca ‘ndraghetista nella filiera dell’estrazione del porfido grazie a connivenze e complicità che durano da almeno 40 anni.

Conferenza stampa del 16 luglio 2025. Da sin.: Alessandro Fontanari, Vigilio Valentini e Walter Ferrari. Foto CLP
Ne abbiamo parlato con Walter Ferrari, fondatore del Coordinamento Lavoro Porfido e Vigilio Valentini, già sindaco di Lona Lases, insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica per l’impegno come «protagonista di una decennale opera di inchiesta e denuncia, nonché di tutela dei lavoratori più deboli all’interno del settore del porfido in Trentino, spendendosi per portare alla luce irregolarità contrattuali e precarie condizioni di lavoro, sensibilizzando l’opinione pubblica e le istituzioni».
Un riconoscimento giunto solo nel novembre 2025 dopo una lunga solitudine sperimentata in un contesto che si credeva refrattario a certe logiche malavitose e che fatica ancora ad ammettere le ragioni di una crisi che non nasce da oggi.
La “zona del porfido” (estesa sul territorio di Val di Cembra e Altopiano di Piné, su più comuni: Lona-Lases, Albiano, Cembra, Fornace e Baselga di Pinè) fonda da un secolo la propria economia sull’estrazione del porfido. Una roccia vulcanica conosciuta anche come “oro rosso” a causa delle sfumature rosso-ruggine della pietra, molto dura e resistente, e dei grandi margini di profitto che assicura ai concessionari dell’estrazione.
Una volta abbattuta nelle cave di montagna, la roccia viene lavorata per poterne ottenere quelle lastre e cubetti molto richiesti in Italia e all’estero per l’edilizia privata e soprattutto pubblica. Un lavoro che richiede attrezzature adeguate e un utilizzo intenso di manodopera attualmente in maniera prevalente di origine straniera.
E proprio un caso di sfruttamento dei lavoratori extracomunitari ha permesso di attirare l’attenzione sulla trama di violenza estrema presente nella lavorazione delle cave. Il 2 dicembre 2014 l’operaio cinese Hu Xupai, che richiedeva da tempo gli arretrati per il lavoro prestato, è stato attirato in una zona artigianale appartata e sequestrato per varie ore da tre artigiani macedoni per i quali aveva lavorato. Un fatto gravissimo che poteva restare segreto e che invece è emerso grazie ai contatti della comunità cinese con componenti del Coordinamento Lavoro Porfidoche lo ha assistito mediante l’opera gratuitamente fornita dall’avv. Giampiero Mattei. Così come grazie all’impegno del giornalista dell’Adige Domenico Sartori (oggi direttore del periodico delle Acli), a dimostrazione della resistenza nonostante tutto di un giornalismo di qualità.
La vicenda del porfido trentino non è quindi una storia di folklore criminale di periferia, ma l’esempio della crisi della democrazia minata al proprio interno dalla logica prevalente del profitto dentro un contesto sociale che ha ignorato i segnali di un’infezione evidente. Se un sistema così solido, ricco e istituzionalmente avanzato come quello Trentino può essere colonizzato dalla ‘ndrangheta in soli 40 anni, quale “isola felice” in Europa può dirsi davvero al sicuro?
Come si spiega la situazione emersa con la presenza mafiosa nella filiera del porfido?
L’infiltrazione non è stata una conquista violenta. Per decodificare il ribaltamento dei rapporti di forza, è utile paradossalmente l’iconografia ricorrente nelle chiese locali dove si ritrae San Cristoforo, il gigante che trasporta il bambino oltre il fiume. In questa dinamica, la lobby dei concessionari ha agito come “gigante”, fornendo il vettore di rispettabilità e l’accesso ai gangli del potere. Il “bambino” (la ‘ndrangheta) ha inizialmente usufruito di questo trasporto per infiltrarsi. Tuttavia, a 40 anni dall’insediamento, i ruoli si sono invertiti: l’entità trasportata ha assunto il comando strategico, offrendo alla lobby non più solo manodopera, ma anche un sistema di arbitrato e controllo sociale violento.

Cava di porfido ad Albiano. Foto Di Matteo Ianeselli / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.
Perché parlate di lobby del porfido? Le cave non sono un bene pubblico?
Certo, il 95% dei lotti di cava è di proprietà dei comuni. In alcuni casi, come a Lona-Lases, la proprietà appartiene alle ASUC (Amministrazioni Separate degli Usi Civici), ma la gestione viene attuata per legge dal comune tramite concessioni dei lotti cava ai privati che pagano canoni irrisori, in base al metro cubo di roccia estratta. Questo sistema è stato definito dall’avvocato Mauro Iob, che assiste l’Asuc di Miola nel Pinetano, come un “furto legalizzato di materia prima”.
Come è nata la lobby dei concessionari?
Tra le due guerre mondiali e fino ai primi anni ’50, l’attività estrattiva era gestita esclusivamente da grandi aziende edili e stradali provenienti da fuori regione. A seguito delle prime rivendicazioni sindacali le aziende esterne cedettero l’attività a delle cooperative. Questo periodo, durato circa un decennio, fino agli anni ’60, vide la nascita di grandi realtà cooperative tra lavoratori che tuttavia hanno avuto vita breve.
Perché? Cosa è accaduto?
La lobby vera e propria ha iniziato a formarsi quando alcune famiglie locali intuirono l’enorme potenziale di profitto derivante dal controllo delle amministrazioni comunali (che gestiscono le concessioni) e dall’uso di manodopera a basso costo. A partire dal 1965, queste famiglie hanno sistematicamente disgregato o svuotato dall’interno le cooperative, trasformandole in ditte private e assumendo il controllo delle concessioni senza che venissero mai effettuate gare d’asta pubbliche. Questa lobby è diventata una delle potenze economiche più rilevanti del Trentino, capace di condizionare la politica provinciale sia direttamente che indirettamente attraverso propri esponenti nelle maggioranze di governo. Il sistema si reggeva su canoni di concessione irrisori che permettevano di sottrarre milioni di euro alle amministrazioni pubbliche ogni anno.
Di che numeri parliamo?
Mentre in Europa i canoni di concessione estrattiva valgono il 18-22% del valore del materiale grezzo estratto, in Trentino si paga in base a rese in gran parte autocertificate da parte delle ditte, dalle quali viene prelevata una percentuale di canone oggi pari al 12/14%. Partendo da una generale sottostima delle rese in termini di materiale grezzo, per via delle autocertificazioni e di controlli in gran parte compiacenti, i canoni si aggirano mediamente attorno ai 4,50€ al metro cubo. Però, anche considerando rese al limite della sostenibilità economica e quindi pari al 35%, se applicassimo i parametri europei, nelle casse pubbliche entrerebbero 10€ in più per ogni metro cubo, per un totale di circa 6-10 milioni di euro sottratti ogni anno alla collettività.
Chi è il beneficiario di tali profitti?
Di fatto il controllo del materiale grezzo è rimasto nelle mani di un ristretto gruppo di circa 10 famiglie che controllano 70-80 lotti di concessione. Questo ha creato un monopolio tale per cui nessun artigiano può rifornirsi di materiale se non passa attraverso i grandi concessionari.
L’uso privatistico di questo bene pubblico ha portato al paradosso di comuni come Lona-Lases che, pur avendo sul proprio territorio una ricchezza immensa, sono diventati tra i più poveri del Trentino a causa della distruzione dell’economia locale e della mancanza di entrate adeguate dai canoni.

Dove si trova la Val di Cembra
Quale meccanismo è all’origine dello sfruttamento dei lavoratori di un settore che pure assicura tali profitti?
Possiamo segnare un momento di svolta fondamentale avvenuto nel 1993 quando, in seguito al sequestro da parte della magistratura delle “trancette” (macchinari per produrre cubetti) perché fuori norma e causa di infortuni, gli imprenditori si rifiutarono di investire in macchine sicure. Parte del mondo politico intervenne a loro sostegno. Ad esempio Erminio Boso agendo platealmente nella sua veste di senatore della Lega Nord, tagliò i sigilli giudiziari davanti ai carabinieri mentre i leghisti e i concessionari occuparono per protesta la piazza davanti al palazzo della Provincia. Per sfuggire alle norme sulla tutela dei lavoratori, le aziende hanno iniziato a imporre ai dipendenti l’apertura della partita IVA. Molti operai sono diventati formalmente “artigiani” pur continuando a lavorare negli stessi capannoni e sulle stesse macchine, perdendo però ogni protezione contrattuale e previdenziale. L’“artigiano” riceve il materiale grezzo dalla ditta principale e deve restituire il prodotto finito alla stessa ditta, che ne controlla così anche il prezzo di mercato.
Il sistema si è ulteriormente raffinato con la creazione di piccole aziende artigiane gestite da una specie di “caporali”, spesso connazionali degli stessi operai sfruttati (macedoni, marocchini, cinesi). Il guadagno di queste piccole ditte artigiane non deriva dall’efficienza, ma dall’utilizzo di manodopera in nero e dal pagamento a “cottimo puro” (pagati solo per quanto prodotto), evadendo le tasse e i contributi. A garantire tale sistema è intervenuta la mafia.
Come è avvenuta tale infiltrazione?
Gli esponenti della ‘ndrangheta sono arrivati in Trentino intorno al 1982, fuggendo dalla Calabria a causa della guerra tra i clan Serraino e Di Stefano. Per decenni sono rimasti “in sonno”, radicandosi nel territorio senza attirare l’attenzione delle autorità, che per lungo tempo hanno negato la presenza mafiosa nella regione. Per circa 30 anni, esponenti legati alla criminalità organizzata hanno fatto parte regolarmente delle liste elettorali e delle amministrazioni comunali, in particolare a Lona-Lases, condizionando la vita politica dal basso. La criminalità ha approfittato del meccanismo dello sfruttamento per imporre un sistema di caporalato, utilizzando la violenza e l’intimidazione per controllare i lavoratori extracomunitari e garantire profitti attraverso il lavoro nero e il cottimo. L’infiltrazione è passata anche per operazioni finanziarie opache, come l’acquisto della cava di Camparta (valutata 6 miliardi di lire e pagata 12), condotta in società tra grandi imprenditori locali e soggetti poi condannati per ‘ndrangheta. Una operazione definita da uno dei PM nel processo “Perfido” quale “probabile operazione di riciclaggio” di denaro sporco, si presume derivante dal traffico internazionale di cocaina, come suggerito dal sequestro di un container di porfido e droga avvenuto in Spagna nel 2014.
Prima parte (Continua)
