Gangs of New York

“I miei nonni erano emigranti che parlavano solo il dialetto siciliano e non sono mai diventati cittadini americani”. In questa frase di Martin Scorsese c’è la chiave che aiuta a comprendere le ragioni che lo hanno convinto a girare Gangs of New York. Il film si ispira all’omonimo libro di Herbert Asbury, pubblicato nel 1927 ma uscito soltanto ora in Italia per i tipi dell’editrice Garzanti. Herbert Asbury è stato uno tra i più brillanti giornalisti americani del primo Novecento e Gangs of New York è un’inchiesta ad ampio raggio che nulla tralascia: oltre cento anni di storia di una città dove la cronaca si fa romanzo e dove il romanzo si fa indagine sociologica in uno stile in bilico fra il paradosso e il grottesco che conferisce al racconto i toni di una favola popolata di orchi e di streghe. Non doveva essere facile la vita nella metropoli americana nel’Ottocento e nei primi anni del Novecento: risse, aggressioni, prepotenze e soprusi d’ogni genere erano all’ordine del giorno, come documenta con puntualità il libro in questione. In questa cornice – che inquadra New York come una città ingovernabile, dove il legame fra la polizia e la criminalità, fra la malavita organizzata e la politica era prassi abituale – la comunità italiana cercava di sopravvivere. In un vecchio granaio di Washington Street, la Stable Gang (la banda delle Scuderie) aveva impiantato il suo quartier generale e i suoi appartenenti si erano specializzati in furti e rapine ai danni degli immigrati. Vittime di queste continue spoliazioni furono soprattutto gli ultimi arrivati, gli italiani, ammassati “negli slum di Mulberry Bend, dove una numerosa colonia era stata fondata poco dopo la guerra civile e stava gradualmente soppiantando gli irlandesi”, come racconta Herbert Asbury. Inevitabile che il contributo della comunità nostrana alla mala newyorkese assumesse il carattere di una risposta che replicava alla violenza subìta con la violenza restituita. L’indagine minuziosa e particolareggiata di Asbury ha fornito a Martin Scorsese la traccia per il film che ha ricostruito la New York del 1850 nei teatri di Cinecittà. La vicenda fa perno sul conflitto fra le due più potenti gang della metropoli: quella dei Native Americans (anglosassoni contrari all’immigrazione) e quella dei Dead Rabbits (gli ultimi arrivati, per lo più irlandesi e italiani). La prima è capeggiata dall’elegante e feroce Bill Poole (interpretato efficacemente da Daniel Day-Lewis, che torna al cinema dopo quattro anni di assenza); la seconda da Amsterdam Vallon (Leonardo Di Caprio), che intende vendicare la morte del padre (Liam Neeson). Le origini del gangsterismo americano, la sua componente italiana, l’esattezza documentaria che ha sempre caratterizzato il cinema di Scorsese (spoglio da qualsiasi attenuante sociale, ma che scruta la realtà con l’occhio freddo e imparziale dell’antropologo, attento a cogliere esclusivamente il risvolto fenomenologico dei fatti, per poi trasfigurarla nel mito), costituiscono la spina dorsale di questo kolossal girato in Italia. Non soltanto per risparmiare sui costi, ma soprattutto per attribuirgli un preciso marchio d’origine. Un kolossal crudo e magniloquente (e perciò adatto ad un pubblico adulto), aspro e fantasmagorico, barocco e violento, dove la memoria fruga nella parte più scomoda e difficile del proprio essere, quella che si vorrebbe rimuovere. Prima per rintracciarne i momenti più dolorosi e per cercarne le cause, poi per renderle meno strazianti contornandole con le linee della nostalgia, dell’epos e del mito. Anche a rischio di ricreare un mondo non come era ma come si è immaginato che fosse, un mondo parallelo, un modello “controfattuale”, ipotetico, al di là del bene e del male. Come insegnava John Ford quando a modo suo invitava a scrivere la storia del West nell’Uomo che uccise Liberty Valance: “Fra la verità e la leggenda, stampa la leggenda “. Un grande film, ma forse non il capolavoro annunciato. Regia di Martin Scorsese; con Leonardo Di Caprio, Daniel Day-Lewis, Cameron Diaz. Enzo Natta

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