Fratelli d’Italia

La 61a edizione premia Vecchioni e Gualazzi. Momento alto la serata con Benigni.
Roberto Vecchioni

Non so se sia da addebitarsi al confronto coi miasmi circostanti più che a meriti propri, fatto sta che quest’anno Sanremo sembrava perfino uno spettacolo normale: noiosetto, ma digeribile, banale ma educato, perfino trapuntato, qua e là, da qualche guizzo di gran classe. Insomma, un teatrino assai meno triviale di quello che ultimamente ci scodellano i media nostrani. Come se questo specchio della nostra realtà socio-culturale non ne offrisse la solita deformazione grottesca, ma piuttosto una versione riveduta e desiderabile. Già molto, o è solo il vecchio adagio che in un mondo di idioti, la decenza sembra genialità?

 

Certo l’exploit di Benigni (ne abbiamo parlato sul sito) resterà nella memoria come uno dei momenti più alti di tutte le cronache sanremesi, al punto da farci considerare la “sua” Fratelli d’Italia canzone regina di questa edizione.

Quanto al resto, tralasciando i soliti contorni più o meno gustosi o imbarazzanti, resta da dire delle canzoni. Ridotte da anni a mero accessorio-pretesto del grandguignol festivaliero, hanno ritrovato grazie al buon Morandi la loro sacrosanta centralità, in barba a una formula sempre più anacronistica. Qualità e interpretazioni accettabili, con qualche gioiello artigianale a dar brillantezza alla collana: a cominciare dalle due che hanno stravinto, per acclamazione verrebbe da dire, l’edizione 2011.

 

E se il trionfo di Vecchioni aveva il sapore di un premio alla carriera, e nel contempo, di un’invocazione all’Italia che vorremmo, lo swing nostrano di Follia d’amore di Gualazzi ha definitivamente lanciato un giovanotto di indubbio talento e sostanza. Va detto che il simpatico Raphael, urbinate classe 1981, al pari di tanti altri nostri “cervelli”, la fortuna se l’era già costruita all’estero, e se non fosse stato per il fiuto della solita Caselli, difficilmente avrebbe potuto ottenere il successo plebiscitario che Sanremo gli ha giustamente certificato. Ma citazioni doverose meritano anche la nobile consorteria siciliana Madonia-Battiato, il picaresco Van De Sfroos e l’elegante Io confesso dei milanesi La Crus.     

 

Insomma, per una volta il Festival più chiacchierato d’Italia ci ha regalato un po’ di roba degna di venir ricordata e archiviata, anziché da spedire in un inceneritore: se fosse riuscito a farlo in una sola serata, anziché costringere gli stanziali d’Italia ai soliti straordinari, beh, forse saremmo qui a parlare di un capolavoro o di un miracolo.

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