Fratel Jean-Pierre da Tibhirine

Se ne va l’ultimo sopravvissuto al massacro dei monaci della campagna algerina. Una testimonianza che è continuata dopo la terribile strage di sette suoi confratelli nel 1996.
Papa Francesco e Jean-Pierre Schumacher (AP Photo/Mosa'ab Elshamy)

Fratel Jean-Pierre Schumacher è morto ieri, domenica 21 novembre, in Marocco all’età di 97 anni. È stato trovato cadavere dai suoi confratelli, nel suo letto. Aveva ricevuto il sacramento degli infermi in mattinata. Aveva 97 anni, veniva dalla Lorena, sacerdote dal 1953, allorché era entrato nell’abbazia di Notre-Dame de Timadeuc in Bretagna. Nel 1964 aveva abbandonato l’amata Bretagna per aprire una comunità, su invito del vescovo di Algeri, a Tibhirine, in Algeria, assieme a tre confratelli. Lo stile di vita della comunità di Tibhirine era fatto di preghiera e di lavoro, così come di rapporti con gli amici musulmani della regione.

In occasione del terribile decennio del terrorismo interno che fece 120 mila morti negli anni Novanta del secolo scorso, i monaci della comunità decisero di restare sul posto, nonostante le minacce, perché una loro partenza sarebbe stata vista come un abbandono dei legami di fraternità stabiliti con i nativi, tutti musulmani. Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, sette monaci del monastero di Tibhirine furono rapiti da uomini armati. Jean-Pierre non fu rapito assieme ai confratelli, nonostante fosse di guardia quella sera, perché aveva chiuso la sua cella con un chiavistello, per sicurezza, e perché i terroristi credevano di aver rapito tutti i monaci. In due sfuggirono così alla tragedia.

Travagliato dal rimorso di non aver condiviso la sorte dei suoi confratelli, Jean-Pierre Schumacher si ritirò a Midelt in una comunità di monaci trappisti. Si ricorda che, durante la visita apostolica in Marocco nel 2019, papa Francesco aveva voluto salutarlo.

La storia dei monaci di Tibhirine è legata a doppio filo con la vicenda complessiva della Chiesa cattolica in Algeria: i primi a essere uccisi, l’8 maggio 1994 nella biblioteca della Casbah, furono il marista Henri Vergès e suor Paul Hélène de Saint Raymond, suora dell’Assunzione. Il 23 ottobre di quello stesso anno vennero assassinate le suore Esther Paniagua Alonso e Caridad Alvarez Martin, agostiniane, e il 27 dicembre a Tizi Ouzou, nella Cabilia, hanno trovato la morte quattro padri bianchi: Jean Chevillard, Charles Deckers, Alain Dieulangard e Christian Chessel. Nel 1995 altri tre omicidi vennero perpetrati ad Algeri: il 3 settembre suor Bibiane e suor Angèle-Marie, delle suore di Nostra Signora degli Apostoli, e il 10 novembre suor Odette Prévost, piccola sorella del Sacro Cuore. L’anno successivo vennero assassinati i sette monaci trappisti di Tibhirine. Il successivo primo agosto fu la volta di Pierre-Lucien Claverie, vescovo di Orano, mentre era di ritorno da una celebrazione proprio in suffragio dei sette monaci di Tibhirine, morto a causa di una bomba piazzata nel cortile del vescovado.

Una riflessione spirituale ed esistenziale viene naturale alla notizia della morte dell’ultimo sopravvissuto di Tibhirine: il mistero della propria vita e della propria morte, allorché si aderisce con tutta la propria vita al mistero originario della vita e della morte del Cristo, assume una dimensione misterica e cattolica, cioè universale, ecclesiale al più alto grado. C’è chi testimonia il mistero con la vita e chi lo fa con la morte, secondo vie misteriose che tuttavia trovano chiarezza razionale nella storia che segue gli eventi.

I sette monaci uccisi a Tibhirine, ormai beati, hanno irrorato con il loro sangue la terra algerina in cerca di pace, mentre i due monaci sopravvissuti hanno potuto dare testimonianza che la vita va ben oltre la morte, e che la vita è “vocazione” alla morte. Chi dà la propria vita per il Regno la ritrova moltiplicata misteriosamente.

La fine del terribile conflitto algerino è stata possibile anche grazie al sangue dei tanti monaci, preti e suore ammazzati dal terrorismo islamista. E il dialogo islamo-cristiano, che da sempre ha assunto forme monastiche − anzi, che sembra nato proprio dall’attenzione di uomini donati a Dio gratuitamente come Charles de Foucault −, può affermare la propria serietà proprio per il mistero del martirio, testimone di amore che non misura e non cerca tornaconto.

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