Fratel Biagio e la sua casa sulla roccia

“Ognuno segua la propria vocazione” – ci riferisce fratel Biagio Conte – “il Buon Dio chiama me all’eremitaggio”.

Fratel Biagio Conte, il missionario francescano, fondatore della “Missione di Speranza e Carità”, che ospita da anni, a Palermo, centinaia di uomini e donne di varia età, cultura e religione, poveri e senzatetto, bisognosi d’essere accuditi, protetti, finanche amati (in un mondo che va veloce, e non riesce più a guardare, a sufficienza, gli “ultimi”, tanto d’aiutarli) ha deciso d’intraprendere, nuovamente, l’esperienza per cui la sua missione è cominciata: l’eremitaggio.

Era giovane, quando abbandonò, infatti, tutto della sua vita agiata, Biagio. Per fuggire nei campi, sui monti siciliani, facendo perdere anche le tracce di sé, fino a quando la trasmissione “Chi l’ha visto” rasserenerò la sua famiglia con un suo messaggio.

La società gli appariva frivola, crudele, incomprensibile, insensibile peraltro verso i poveri che vedeva camminando ovunque per la via. Di qui, il suo bisogno di ritirarsi in solitudine, dalla gioventù sua coetanea in cui più non si riconosceva.

Voleva rimpossessarsi di sé, della persona che Dio aveva chiamato ad essere, voleva capire i motivi per cui era sano vivere e operare. Camminando, col suo fedele compagno, un cane di nome “Libertà”, giunse a piedi alla Basilica di San Francesco ad Assisi, e – sulle orme del santo – capì che doveva consacrare la sua vita proprio ai fratelli di strada.

E per i poveri, Biagio, ha costruito, tramite Sorella Provvidenza e la manovalanza dei suoi ospiti, varie cittadelle della gioia, dando pasti caldi, vestiti, un letto a migliaia di ragazzi di varie nazionalità che in lui hanno trovato un padre, un amico, un consigliere.

Ed oggi? Da inizio luglio c.a., Conte, col suo saio verde e pochi oggetti personali, ha deciso di abbandonare, ancora, tutto. Per ritirarsi, nuovamente, sui monti, in una grotta del palermitano, per pregare e digiunare con pane e acqua.

Le ragioni? Il missionario laico pensa che la sua persona sia divenuta scomoda e perciò “toglie il disturbo”. Lo ripeteva spesso: “Come accettare una società che stravolge e manipola il Creato, gli uomini e le donne, che stravolge i valori, la morale, i costumi e le tradizioni? Come acconsentire ed essere responsabili di questa ingiusta amoralità, che offende e calpesta la vita umana, e l’essere creature di Dio, che disprezza la parola del Signore e fa di tutto per stravolgere il Vangelo?”.

E così dal suo cantuccio sulla roccia, immerso nella natura, insieme a decine di colombe che vengono a trovarlo come fossero lo Spirito Santo, formichine incuriosite, volpi che si fermano a 10 metri da lui ed anche topi che sente squittire ma non s’intrufolano, giace in un umilissimo giaciglio oppure sta seduto. Passa il tempo leggendo, meditando, pregando anche coi visitatori che vengono a trovarlo. Il sole fa sempre capolino, e se la pioggia arriva a bagnarlo, il vento tosto l’asciuga.

In un’atmosfera surreale, coi suoi occhialini sul naso, scrive lettere che trovano poi spazio sui giornali o in Chiesa, e si firma “piccolo servo inutile”. Eppure, chi lo conosce, sa bene che è per i suoi concittadini come una stella cometa: se la segui trovi, umile e povero, un “piccolo Cristo” ancora in una mangiatoia che chiede d’essere riconosciuto e amato.

Non basta però, aspirare, idealmente e insieme, ad un mondo migliore, che sia cioè più equo, giusto, amante della bellezza e non dell’apparire, pragmatico e solidale. Occorre – come invita a fare – pregare e operare, credenti o meno, di più, per il bene dell’umanità. Così pensando e nell’attesa d’assistere a durature rivoluzioni di bene, la casa di fratel Biagio Conte resta, per ora, un foro sulla roccia. Angusto per soggiornarvi ma prezioso per l’anima sua e di chi sale per raggiungerlo.

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