Franco Bomprezzi e gli invisibili

Il ricordo di un grande giornalista «a rotelle», un «credente laico», figura di primo piano nel mondo della disabilità, impegnato nella difesa dei più deboli e nella costruzione di una società più inclusiva, più volte ai vertici di organizzazioni del settore, tra cui Uildm, Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap e Ledha. «Proviamo ogni giorno a rendere pieno di senso il nostro vivere»
Franco Bomprezzi

Per conoscere questa splendida persona, che in quarant'anni di impegno civile ha fatto e scritto tantissimo, basta mettere il suo nome su Google e troviamo una valanga di testi di suo pugno (ad esempio nel suo blog "invisibili" del Corriere della Sera) o scritti su di lui da fior di giornalisti, da persone impegnate nel settore e anche da gente comune (vedi ad esempio qui).

Anch'io sono tra quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e condividere per oltre trent'anni tanti momenti di impegno sociale, collaborazione professionale e personale amicizia. Quante volte sono ricorso al suo consiglio, l'ho chiamato a tenere interventi in corsi o congressi, a partecipare a gruppi di lavoro, a fare da moderatore in eventi pubblici (arte in cui era un vero maestro), quante volte gli ho mandato bozze di comunicati stampa che avevo composto faticosamente e stentatamente con risultati mediocri e che lui in dieci minuti me li riscriveva completamente in modo conciso, agile ed attraente.

Quante volte abbiamo "sognato" assieme discutendo al telefono o nei corridoi dei convegni o al bar (attorno ad una spremuta di arance …) quali nuovi concetti introdurre, quali nuove strade per mobilitare le energie di tanti verso la costruzione di una società più inclusiva.

Personalmente, e ai miei collaboratori presso la Fondazione Don Gnocchi, ci commuove e ci incoraggia quanto scrisse su di noi sul blog di Vita.it il 6 novembre 2009:

«Cinquantamila in piazza del Duomo a Milano per la beatificazione di don Gnocchi. Uno spettacolo imponente e semplice al tempo stesso, perché frutto maturo di un pensiero e di un'azione che hanno messo salde radici popolari, nel cuore della gente di ogni ceto e di ogni orientamento, non solo politico, ma anche religioso. Certo il mondo è cambiato da quando si parlava di "mutilatini" e di "polio".

«A proposito di parole, oggi don Gnocchi dovrebbe leggersi la Convenzione Onu, ma troverebbe in quel testo la conferma di una sua intuizione profonda e profetica: la centralità della persona, la dignità della persona, anche quando fortemente ferita nel corpo e nella mente. Oggi, in realtà, è difficile trovare figure di questo spessore, di questa incredibile grandezza morale e organizzativa. Ma la folla di domenica testimonia quanto a lungo resista un pensiero positivo, un'azione concreta e solidale, un'organizzazione capace di modificarsi e di leggere i tempi.

«Conosco da vicino il Siva, il servizio valutazione ausili realizzato in via Capecelatro, la storica sede del Don Gnocchi. Un servizio moderno, serio, attento, che continua a sfornare strumenti di informazione e di partecipazione alla conoscenza, punto di riferimento per la cultura degli ausili tecnologici, non solo in Italia, ma in Europa e anche oltre.

«Attorno all'ingegner Renzo Andrich lavora un gruppo di persone motivate, preparate e sensibili. Certo, non fanno notizia tutti i giorni, lavorano su progetti a lungo termine. Ma se possono lavorare su questo terreno impervio il merito è da attribuire alla grande forza di una struttura potente e flessibile. Che ha imparato a rimanere aperta al mondo. Solidarietà, ricerca e innovazione non sono termini lontani, ma volti diversi dello stesso progetto».

Dal punto di vista spirituale si era sempre definito un "laico", rispettoso della Chiesa ma non propriamente un "praticante". Ma su questo punto rimando alla bella omelia pronunciata dal suo amico padre Giuseppe Bettoni al suo funerale, che mi sembra bello condividere come una meditazione per tutti.

 

Omelia del funerale di Franco Bomprezzi (padre Giuseppe Bettoni, Milano 20 dicembre 2014)

Ognuno di noi che siamo qui custodisce un frammento della vita di Franco, ha un pezzo di storia, della propria storia con lui e questa celebrazione ci aiuta a mettere insieme questi frammenti, così che possiamo renderci conto di quale dono sia stato per le nostre vite personali, per il nostro impegno sociale e per la nostra città e non solo.

«Liberi di volare» è stato il titolo del suo ultimo post scritto dal centro clinico Nemo dell’ospedale di Niguarda, ed era il nome della camera dove ha trascorso le sue ultime settimane. E ora noi lo pensiamo così, davvero libero di volare.

Lui era anzitutto un «giornalista a rotelle» come amava definirsi, socialmente e politicamente impegnato per il riconoscimento dei diritti dei più deboli. Il suo passaggio in mezzo a noi ci ha fatto crescere, ha dato una spinta straordinaria per passare dal paternalismo, dall’assistenzialismo, dal pietismo al riconoscimento dei diritti dei più deboli.

Ma non solo, infatti dopo che è stato installato l’ascensore della Stazione Centrale per raggiungere i binari, disse: «Un ascensore per tutti, basta con questa storia dei disabili». Parole che dicono lo spessore del suo pensiero.

Il testo da lui scritto nel giorno del suo 62° compleanno ci aiuta a fare sintesi della sua intensa vita, a coglierla con uno sguardo d’insieme, per ricordare le sue battaglie, la sua passione civica, la sua intelligenza, la sua ironia e la sua irresistibile simpatia.

Quello che possiamo fare oggi è anzitutto dire grazie al Signore perché Franco è stato un grande dono. Certo ci sarebbe piaciuto averlo ancora con noi e anche a lui comunque gli sembrava un tantino presto levare le tende, anche perché – come andava dicendo – aveva ancora tante cose, tanti progetti per cui impegnarsi e non ultimo il suo libro da portare a termine… e noi volentieri avremmo ancora letto quello che sarebbe uscito dai suoi blog, le sue pensate stimolanti e mai scontate.

E invece oggi siamo qui con lui e con lui ci inchiniamo davanti al mistero della morte. Quando mi chiamò per comunicarmi la diagnosi e per chiedermi di accompagnarlo spiritualmente in questo passaggio, mi disse: «Tu sai che tipo di credente sono io, un credente laico!». 

D’istinto gli risposi: «Guarda Franco che anche Gesù era un laico, non era né un prete, né un rabbino iscritto all’albo!». Allora lui di rimando «Devo pregare». «Sì, gli dico, con semplicità, come sei tu». Il suo sorriso, di quelli che venivano dal suo cuore cristallino e sgamato, mi diede conferma di una sintonia già sperimentata in questi anni e che aveva raggiunto un punto di non ritorno.

Il suo modo di intendere la laicità era tutt’altro che ideologico, era un’attitudine dello spirito, quello di una coscienza umile e adulta, e soprattutto per lui un modo di essere autenticamente umano rifuggendo da tutte quelle maschere, da quelle etichette anche religiose che spesso servono a renderci più accettabili, più popolari, più di successo, ma che in definitiva servono a nascondere le nostre fragilità.

Per lui non è stato così, anzi. La sua fragilità, dovuta all’osteogenesi imperfetta che lo ha accompagnato sin dalla nascita, poteva essere considerata una condanna, invece l’ha trasformata in opportunità strepitosa, un’occasione straordinaria di ascolto dell’altro, di incontro, di senso civico, di impegno sociale, di intelligenza aperta e libera.

Quando nel vangelo di oggi abbiamo sentito che i Greci che sono saliti a Gerusalemme e chiedono di vedere Gesù, è chiaro che chiedono di vederlo perché hanno sentito parlare di lui, delle sue guarigioni, delle sue parabole… è la domanda della filosofia greca, è la domanda della bellezza e dell’arte, è la domanda della democrazia: Vogliamo vedere Gesù (Gv 12, 20-27). Che è ancora la domanda di oggi. Magari uno non crede in Dio, ma Gesù esercita sempre il suo fascino, suscita desiderio e interesse. Ancora oggi i nostri contemporanei chiedono, per così dire, di vedere Gesù.

Ebbene, i Greci vanno da Filippo. Filippo che non sa come gestire la richiesta, va da Andrea e insieme vanno da Gesù per dirgli: Guarda che qui ci sono i greci che ti vogliono vedere!

Gesù cosa risponde? Cercate la via della filosofia, della spiritualità, la via della bellezza, della democrazia? Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo. Se invece muore produce molto frutto.

Occorre l’umiltà di abbassare lo sguardo sul chicco di grano per comprendere i cambiamenti possibili, per sperare in un futuro, per darci speranza. Occorre la semplicità, mai banale, della dolcezza del contadino che sa attendere. Così Cristo chiede ai nostri occhi affamati di spettacolo, di performance, di esteriorità e di efficienza, di saper guardare la fragilità di un chicco di grano, essenza di vita senza apparenze.

Franco ci ha insegnato a saper guardare così la nostra fragilità. E ciò che di lui poteva sembrare agli occhi dei più, perdente, umiliante, emarginante è diventato invece esplosione di vita, si è trasformato in passione, parola, proposta, idea, attenzione, diritti, relazioni… è diventato fecondità!

La sua capacità di tradurre in parola efficace e precisa un pensiero credo proprio che venisse da lì. E lui ci insegna che è solo a partire da lì che possiamo intessere relazioni vere, umane, è solo così che diventiamo credibili, è solo così che il chicco porta molto frutto. La fragilità è come il seme che tende alla luce, è apertura, invocazione, grido, attesa.

Quando si parlava troppo di retro pensieri, quando ci si crogiolava in analisi più o meno approfondite, in luoghi comuni o recriminazioni non era raro sentirlo svoltare bruscamente il discorso, dicendo: «Ma parliamo d’amore!».

Che per un verso ci svela l’arguta ironia di Franco, capace di ricondurre il discorso a qualcosa di costruttivo e dall’altra rivela un altro aspetto della sua «fede laica», dove appunto per laico intendiamo una fede scevra da ogni conformismo… ma capace di ascoltare il mistero di Dio deposto nel cuore di ogni persona, convinto, come scriveva Teillhard de Chardin, che «Non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale, siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana».

Perché nell’amore si condensa l’esperienza umana e spirituale, come diceva la prima lettura di Giovanni: Nessuno ha mai visto Dio, se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi (1Gv 4, 7-12.16). Questa è stata la fede, per così dire, laica di Franco.

E noi ci troviamo a parlare di lui al passato, e se umanamente lo viviamo così, dobbiamo anche andare dietro al ragionamento del Cristo quando rimanda gli occhi dei greci che sono desiderosi di meraviglia a fissarsi sull’esperienza del chicco di grano che gettato nel terreno diventa spiga. Perché un conto è il chicco e un conto è la spiga. Eppure è solo quel chicco di grano che è maturato nella spiga. C’è un momento, c’è un’ora come dice Gesù, in cui il chicco diventa una spiga, e quell’ora è l’ora della morte.

E noi a fidarci del desiderio di Dio che la nostra vita, che la vita di Franco abbia lo stesso destino del chicco chiamato a maturare nella pienezza. Ci vuole uno sguardo di fiducia per vedere sotto la zolla della terra che quel chicco potrà fiorire e maturare in una spiga. Ma ne va della serietà di Dio perché se lui ci ha fatto dono della vita, non può mollarci nell’oscurità della morte.

Il dono più bello che abbiamo, pur con tutta la sua fragilità, non può finire nel nulla. Ma volete che l’intelligenza di Franco, la sua appassionata dedizione alla causa sociale, che la sua capacità di amare e di risvegliare le coscienze… che tutto questo finisca in niente?

Una volta ci trovammo a ragionare insieme di quello che disse il cardinale Martini sul mistero della morte. Certo il Signore, diceva Martini, risorgendo avrebbe potuto vincere la morte una volta per tutte e così ci avrebbe liberato dall’incertezza… e noi avremmo vissuto un passaggio più tranquillo, meno doloroso per noi e per chi ci sta accanto. Sarebbe stato tutto molto più semplice. Forse è vero, ma allora non avremmo più avuto bisogno di credere, mentre così noi siamo messi nella condizione di arrischiare la nostra fede. La fede nella risurrezione non è una scorciatoia al dolore, ma chiede a ciascuno di noi di metterci in gioco personalmente, per questo è una fede a caro prezzo, come direbbe Bonhoeffer, una fede arrischiata.

Ed è questa fede nel Dio della vita che il «laico» Gesù del Vangelo ci ha donato e nella quale continuiamo a vivere insieme con Franco, perché come bene scriveva il giorno del suo 62° compleanno: «Se un messaggio mi sento di affidare a tutti voi, è proprio questo. Non fermarsi mai, provare ogni giorno a rendere pieno di senso il nostro vivere, anche volendo bene a se stessi, per la verità. Non sempre è possibile, non sempre è facile. Ma guardare all’indietro non aiuta, mentre progettare il futuro ti permette di immaginare un mondo nel quale le nostre battaglie, i nostri ideali, le nostre speranze, in qualche modo potranno avere una risposta. Tutti insieme».

Tutti insieme ancora. Tu, caro Franco, dal cuore di Dio e noi per le strade della nostra città. «Forza giovani, scatenatevi. Io vorrei riposarmi», scriveva. A malincuore, Franco, ti lasciamo riposare, perché forse ci risultava più facile averti accanto e aspettare da te la parola giusta, la riflessione pertinente.

Grazie Franco. Grazie Signore di averci dato un grande uomo, con una fede «laica».

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