Francesco Mastriani, scrittore “esagerato”

Le ristrettezze economiche favorirono la sua produzione smisurata, dove predominano le istanze sociali dei diseredati della Napoli ottocentesca
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A Napoli, una viuzza lunga appena una ventina di metri è tutto quanto ricorda Francesco Mastriani. Ben poca cosa per lo scrittore napoletano più famoso del secondo Ottocento, autore di “drammi umani” e giornalista di successo soprattutto a livello popolare, la cui opera complessiva – vera miniera di conoscenze sulla ex capitale dei Borbone, specie riguardo ai ceti inferiori – secondo molti critici contribuì alla nascita del meridionalismo e gettò le basi per quella del verismo.

A riproporne la figura di autore non eccelso, ma tutt’altro che disprezzabile, è stato, nel 2019, il bicentenario della nascita con varie iniziative, anche se nella sua città natale mai del tutto era caduto nell’oblio. E non solo per il fatto che non esiste, a Napoli, libreria storica che non esponga qualcuno dei suoi best seller, ma perché non mancano di tanto in tanto le ristampe e perfino le uscite di inediti come Il mio cadavere e Il suicida, pubblicati di recente il primo da Polidoro, il secondo da Guida: romanzi che già nel titolo denunciano tematiche a lui care, tratte da fatti di cronaca e dai vari mestieri pullulanti a Napoli, nonché gradite a lettori alla ricerca di forti emozioni. Fra l’altro Il mio cadavere, edito prima in appendice e poi in volume tra il 1851 e il 1852, è considerato il primo noir italiano, mentre Il suicida si aggiunge agli altri inediti che Guida ha già pubblicato ed ha in programma di pubblicare.

Prima però di considerare la sua produzione “esagerata” (oltre 900 lavori letterari), per la quale, a differenza dei colleghi d’Oltralpe, Mastriani non si avvalse mai di collaboratori assoldati, necessita qualche cenno biografico.

Nacque da numerosa famiglia della media borghesia. Si formò letterariamente con le più disparate letture, non tutte di prim’ordine (nel 1835 pare avesse terminato di leggere l’intera biblioteca del suo insegnante: 400 volumi!). A 17 anni s’impiegò presso una industria e nel 1837 si iscrisse alla facoltà di Medicina, interrompendo più tardi gli studi per dedicarsi ad un’intensa collaborazione (articoli di attualità e costume) con vari giornali partenopei.

Tra fine 1844 e inizio 1845 il matrimonio con una cugina diede inizio ad una accidentata vita familiare, sempre alle prese con problemi economici. Nello stesso periodo lasciò l’impiego in azienda per darsi all’insegnamento privato di lingue straniere. Frenetica, negli anni seguenti, l’attività letteraria che gli acquistò ampia popolarità. Si tratta di titoli a tinte forti, con trame intricate tipiche del feuilleton e del genere gotico, un gotico però depurato degli aspetti più moralmente eversivi. Sempre infatti, nella sua opera, fu spinto dal desiderio di educare e guidare il popolo. E il popolo si riconosceva in lui. Parallelamente si dedicò a scrivere per il teatro, passione coltivata sino alla fine. Molto spesso si trattava di rielaborazioni di sue opere narrative. Lo stesso Mastriani, occasionalmente, calcò le scene in veste d’attore. Il successo tuttavia non gli consentì mai di fare a meno delle lezioni private e di un modesto impiego alla dogana. Arrotondava inoltre il magro stipendio come guida per turisti stranieri.

Intanto, sia le traversie personali sia l’attività giornalistica lo avevano reso sensibile alle condizioni dei diseredati della Napoli pre e post-unitaria. Di qui le tante opere, a metà tra il romanzo e il saggio, nelle quali  denunciava l’emarginazione dei poveri cristi suoi conterranei, dove ogni nota di costume o di cronaca era rigorosamente tratta dal vero. Spicca, in questo poderoso affresco, la cosiddetta “trilogia sociale” costituita da I vermi (sulla camorra), Le ombre (sul lavoro femminile) e I misteri di Napoli, l’opera sua più ambiziosa, oltreché una delle più vive.

Un ruolo importante occupò in Mastriani il malocchio, fenomeno sul quale dichiarava: «Ci credo, anzi ci stracredo».  E alla iettatura dedicò un intero capitolo ne La cieca di Sorrento, il suo romanzo più noto e ristampato. Fatto sta che ad essa attribuiva buona parte delle sue disgrazie: il colera da cui fu colpito nel 1854, la morte di tre dei quattro figli, le ristrettezze economiche e gli stressanti traslochi, almeno una trentina: anche in questo, “esagerato”!

Nel 1874 ottenne l’ultimo impiego fisso: professore di lettere presso il ginnasio di Aversa. Purtroppo, motivi di salute l’avrebbero costretto a rinunciarvi di lì a qualche anno. Nel 1875 la collaborazione con il quotidiano Roma inaugurava un periodo fecondissimo di romanzi anche a carattere storico (per contratto doveva scriverne una media di cinque l’anno), e opere teatrali come Nerone in Napoli Valentina. Come riuscisse a reggere a questo ritmo di vita è un mistero.

Quanto allo stile, benché la fretta di pubblicare in volume le puntate uscite in appendice gli impedisse l’indispensabile lavoro di rifinitura, Mastriani riuscì «a combinare brillantemente gli elementi della lingua letteraria aulica con quelli tipicamente colloquiali e popolari, riservando particolare attenzione ai tratti dialettali propri del napoletano» (Elvira Trovato).

Estraneo ai circoli accademici ed artistici, ignorato dalla critica ufficiale («Letto da tutta Napoli, all’infuori della gente letterata», sentenziò Benedetto Croce), lavorò imperterrito ad accrescere il proprio mondo cartaceo fino agli ultimi giorni, quando ormai dal suo letto di malato dettava alla moglie le pagine di un nuovo romanzo, immaginandone di futuri.

Lui scomparso, il 9 gennaio 1891 la scrittrice e giornalista Matilde Serao pubblicava sul Corriere di Napoli un ricordo affettuoso del collega che aveva saputo regalare emozioni, presentando la realtà nuda e cruda. Dichiarava tra l’altro: «Questo povero vecchio che si è spento oscuramente, carico di anni e di dolori, affranto da un duro e incessante lavoro che gli lesinava il pane, tormentato da un’invincibile miseria, non soccorso dalla fredda speculazione giornalistica che lo ha tanto sfruttato, soccorso dalla segreta pietà di poche anime buone, questo martire della penna era, veramente, fra i più forti e più efficaci nostri romanzieri. L’opera sua, formata da cento e più romanzi, appare grezza, disuguale, talvolta ingenua nella scarsezza delle risorse artistiche; e negli ultimi romanzi suoi è la fretta, lo stento, l’intima straziante pena di chi deve guadagnare, ogni giorno, quelle tre o quattro lire che gli davano: ma da tutta quanta l’opera sua, considerata insieme, emana una così fervida potenza d’invenzione che ha rari riscontri».

Quel “martire della penna”, secondo la Serao, non ricorda la definizione di “forzato della penna” attribuita ad Emilio Salgari, lui pure costretto dalle ristrettezze economiche a sfornare romanzi dopo romanzi? Due vicende simili, tranne che per il suicidio del papà del Corsaro Nero.

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