Francesco e i leader religiosi, sotto la stessa tenda

Nella piana di Ur, «qui dove visse Abramo ci sembra di tornare a casa». Così il papa ha esordito questa mattina all'incontro fra cristiani di diverse Chiese e musulmani, sia sciiti che sunniti. Immagini che rimarranno nella storia, parte del cammino di dialogo da tempo avviato, priorità del papato bergogliano
AP Photo/Andrew Medichini

La scena ammirata nella diretta televisiva dalla piana di Ur non ha lasciato indifferenti. La tenda alzata in quella zona desertica, sorta dal nulla per celebrare un momento di incontro interreligioso unico nella storia, ci ha portato alla mente un’altra tenda, quella di Abramo, che usava lasciarla aperta dai vari lati, in modo che chiunque passasse si potesse sentire benvenuto. La tenda è un simbolo spesso ripetuto come emblema del dialogo, soprattutto quello non sempre facile fra le religioni monoteiste, tutte nate dal padre Abramo. L’evento celebrato nella piana di Ur, nella mattinata di oggi, si è svolto appunto sotto un’altra tenda aperta all’incontro fra cristiani di diverse Chiese e musulmani, sia sciiti che sunniti. L’ospite e il protagonista indiscusso è stato il papa venuto da Roma, Francesco, oggi riconosciuto – e lo sarà ancora di più dopo questo viaggio coraggioso – come il vero apostolo dell’incontro.

Papa Francesco col Gran Ayatollah Ali al-Sistani a Najaf, Iraq (AP Photo/Vatican Media)

Papa Francesco è arrivato a Ur da Najaf, centro storico e spirituale dell’Islam sciita, dove si trova la tomba di Alì, cugino del Profeta, simbolo e riferimento di questa parte del mondo musulmano. È qui che si è svolto un lungo incontro fra Bergoglio e il Grande Ayatollah Sayyid Ali Al-Husayni Al-Sistani, che ha accolto papa Francesco nella sua casa, un gesto che, in Oriente, parla più di dichiarazioni e documenti. Significa, infatti, amicizia e appartenenza alla stessa famiglia. Dell’incontro nulla è trapelato se non ciò che è stato riferito da un breve bollettino della sala stampa. Ma dalle fotografie appare un evento intenso e profondo, fra due anziani, saggi e sapienti, oltre che profondamente spirituali. Significativo il fatto che, come recita il breve comunicato ufficiale, «l’incontro è stato l’occasione per il Papa di ringraziare il Grande Ayatollah Al-Sistani perché, assieme alla comunità sciita, di fronte alla violenza e alle grandi difficoltà degli anni scorsi, ha levato la sua voce in difesa dei più deboli e perseguitati, affermando la sacralità della vita umana e l’importanza dell’unità del popolo iracheno». Forse mai era successo un atto di gratitudine di questo tenore indirizzato dal successore di Pietro a un leader di un’altra tradizione religiosa, soprattutto musulmano.

Il sito archeologico di Ur (AP Photo/Nabil al-Jourani)

Ma sono le immagini della piana di Ur che rimarranno nella storia. Un sogno, in passato, a lungo inseguito da Giovanni Paolo II e, ora, voluto con tenacia da Bergoglio, ben cosciente che il dialogo ha bisogno anche di immagini e simboli per restare nell’immaginario della gente e contribuire a creare quella “cultura dell’incontro” e del dialogo che è una delle priorità del papato bergogliano. Il paesaggio di questa vallata desertica resterà nella storia e nella memoria come quello della gelida serata di Assisi nel 1986. Entrambi i luoghi crocevia della storia dell’umanità diventati anche simbolo di dialogo fra seguaci di religioni che solo qualche anno fa, per via dei trascorsi politici e bellici, sembravano destinati allo scontro finale. Le risposte sono venute, innanzi tutto, dalle esperienze vissute da figli e figlie di queste terre, musulmani e cristiani, capaci di costruire amicizia e collaborazione anche nei momenti più bui della loro storia.

E, poi, papa Francesco ha preso la parola, confessando, che «qui, dove visse Abramo nostro padre, ci sembra di tornare a casa». Sulle sue orme ha invitato tutti a “guardare il cielo” e a “camminare sulla terra”. L’intervento del papa ha ricordato, come sempre recitano i musulmani, che Dio è misericordioso e, per questo, «l’offesa più blasfema è profanare il suo nome odiando il fratello». Dunque, l’odio non può mai essere coniugato con la pretesa di credere. Qualsiasi sia la religione di riferimento. Francesco, sia pure con voce sommessa e tono pacato, è stato deciso e non ha fatto sconti a nessun credente:

«ostilità, estremismo e violenza non nascono da un animo religioso: sono tradimenti della religione. E noi credenti non possiamo tacere quando il terrorismo abusa della religione».

Parole coraggiose pronunciate chiaramente di fronte a leader di diverse Chiese cristiane e ambiti dell’Islam, ma anche rivolte al mondo, dal palco di Ur. Certo, perché sotto la tenda di quella piana desertica non c’erano soltanto musulmani e cristiani, ma tutti gli uomini e le donne del mondo che credono in modi diversi o che affermano di non avere una fede. Nel corso del proseguo del suo discorso il papa ha, poi, sviluppato alcuni dei punti cruciali che aveva steso nel testo della Dichiarazione di Abu Dhabi firmata con il Grand Imam sunnita di al-Azhar, al-Tayyeb. Ha toccato la questione delle conversioni forzate, della libertà religiosa e del rispetto dei luoghi sacri e di culto delle diverse tradizioni religiose.

Passando, poi, al “cammino sulla terra” ha ricordato l’“uscita” di Abramo che sulla parola di Dio lasciò la sua patria. Anche oggi uomini e donne sono chiamati ad uscire. La strada sulla quale siamo tutti chiamati a camminare è quella della pace, ha ricordato Francesco, un cammino difficile pieno di imprevisti e asperità, che deve portarci ad incontrare “gli altri”, chiunque essi siano. Infatti, non può esserci «pace senza condivisione e accoglienza, senza una giustizia che assicuri equità e promozione per tutti, a cominciare dai più deboli». Ma, soprattutto, oggi siamo chiamati in ogni angolo della terra a renderci conto che «non ci sarà pace senza popoli che tendono la mano ad altri popoli. Non ci sarà pace finché gli altri saranno un loro e non un noi». E costruire la pace in nome di Dio significa cominciare dal non avere nemici. «Chi ha il coraggio di guardare le stelle, chi crede in Dio, non ha nemici da combattere. Ha un solo nemico da affrontare, che sta alla porta del cuore e bussa per entrare: è l’inimicizia». Ecco il vero nemico. A questo da sempre papa Francesco oppone la “cultura dell’amicizia”, di cui è, ormai, un protagonista riconosciuto a tutte le latitudini e da uomini e donne di diverse culture e religioni.

Il viaggio continua, dedicato ora, come già ieri, alle comunità dei cristiani rimasti in questo Paese, una volta luogo di convivenza e di pace. Da leader mondiale di pace Bergoglio diventa ora il padre di una Chiesa in “periferia” come poche nel mondo, martoriata e perseguitata, eppure viva. Il viaggio di papa Francesco l’ha riportata al centro della cristianità e del mondo in quella linea tipica di questo papato che, da Roma, riesce a respirare all’unisono con le comunità più lontane, più deboli e più sofferenti, parti essenziali della Chiesa universale, anzi vero centro vitale di essa.

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