Francesco e Bartolomeo fanno storia

I gesti compiuti dal pontefice e dal patriarca di Costantinopoli sono stati significativi e profondi. In loro emerge l'evidente volontà di cercare vie comuni per i cristiani, nonostante le differenze
Papa Francesco e il patriarca Bartolomeo

Se dipendesse da loro, le distanze ancora presenti sul cammino verso la piena comunione tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa verrebbero colmate nel tempo di un abbraccio. Magari uno di quelli, intensi ed eloquenti, che si sono scambiati nella suggestiva cerimonia svoltasi nella Basilica del Santo Sepolcro. La storia e le incomprensioni fanno sentire il loro peso, così come i timori di non pochi credenti ed esponenti religiosi circa le conseguenze di un’eventuale unità, vista come annullamento delle differenze e perdita di autorità. Papa Francesco e il Patriarca Bartolomeo sanno tutto questo (e molto di più) e, perché consapevoli delle altrui paure nei confronti del cambiamento, hanno deciso di far parlare i fatti e di darne limpida e convergente testimonianza.

L’incontro sul luogo in cui Gesù è risorto è quanto mai emblematico, non solo dal punto di vista spirituale e pastorale verso le rispettive Chiese, ma anche in ottica di “politica ecclesiastica”, viste le permanenti tensioni che, purtroppo, sussistono nella gestione degli spazi e dei riti nella Basilica del Sepolcro tra cattolici, greco-ortodossi e armeni, in cui tutto è regolato da precise (e ormai superate) norme e che talvolta diventa teatro di obbrobriose scene di scazzottate (tra persone donate a Dio) per qualche presunta invasione di campo, con la polizia israeliana a dividere i contendenti.

L’appuntamento vuole ricordare, nel 50mo anniversario, l’incontro tra Paolo VI e il Patriarca di Costantinopoli, Athenagoras, incontro, allora sì, davvero dirompente e sconsigliato vivamente da entrambe le Curie. Ma va riconosciuto che l’iniziativa è stata presa dallo stesso Patriarca Bartolomeo, alla quale ha prontamente aderito Bergoglio. E sono stati capaci di metterci del loro sino all’ultimo, creando una prodigiosa attesa nei rappresentanti di tutte le Chiese cristiane e nelle personalità presenti in Basilica (e nelle televisioni di mezzo mondo), giungendo con un’ora di ritardo (le 20) rispetto al programma. Al momento non si conosce il motivo che ha fatto prolungare l’incontro privato tra i due, iniziato poco dopo le 18.

Tra Francesco e Bartolomeo la sintonia è davvero grande. Già era nota, ma il testo della dichiarazione congiunta firmata poco prima ne è un’ulteriore prova (vivamente consigliato conoscerla). Così come hanno offerto una testimonianza di squisita carità reciproca, con il patriarca che sostiene il papa nello scendere i tipici gradoni esterni all’ingresso della Basilica, con Francesco che indica a Bartolomeo di iniziare la recita (in italiano) del Padre Nostro, con Bartolomeo impegnato più volte verso il papa ad indicare sul libretto il punto della cerimonia in corso, con Francesco che bacia l’anello del patriarca dopo che questi ha pronunciato il suo discorso, cui ha risposto Bartolomeo con un duplice bacio.

In un contesto del genere, dove i gesti sono sostanza e non formalità o vuoti riti, le parole dei due hanno conservato tutta la pregnanza di significato affidata loro dai due artefici. «Questa tomba irradia messaggi di coraggio, speranza e vita – ha esordito il patriarca di Costantinopoli – e qualsiasi sforzo dell’umanità contemporanea di modellare il suo futuro autonomamente e senza Dio è una vana presunzione». Quindi ha esortato ad essere intrepidi, prendendo esempio e forza proprio da Paolo VI e Athenagors, capaci di «scacciare il timore che aveva tenuto divise per un millennio le due Chiese», mutando così «la paura nell’amore» e indicando che «questa è l’unica via affinché “tutti siano una cosa sola”».

Francesco, da parte sua, ha invitato a «riscoprire la grandezza della nostra vocazione cristiana: siamo uomini e donne di risurrezione, non di morte», perché «ogni ferita, ogni dolore sono stati caricati sulle proprie spalle dal Buon Pastore, che ha offerto sé stesso e con il suo sacrificio ci ha aperto il passaggio alla vita eterna. Le sue piaghe aperte sono il varco attraverso cui si riversa sul mondo il torrente della sua misericordia». Con realismo ha fatto presente che «non possiamo negare le divisioni che ancora esistono tra di noi, discepoli di Gesù», ma le divergenze «non devono spaventarci e paralizzare il nostro cammino», tanto da indicare che «dobbiamo credere che, come è stata ribaltata la pietra del sepolcro, così potranno essere rimossi tutti gli ostacoli che ancora impediscono la piena comunione tra noi».

Francesco ha offerto, come già fecero Wojtyla e Ratzinger, la disponibilità ad affrontare la controversa questione del primato di Pietro per ricercare assieme «una forma di esercizio del ministero proprio del Vescovo di Roma che, in conformità con la sua missione, si apra ad una situazione nuova e possa essere, nel contesto attuale, un servizio di amore e di comunione riconosciuto da tutti». Urge nel papa il desiderio di abbattere i muri e, sulla base di una testimonianza di amore reciproco, farsi assieme carico dei dolori dell’umanità contemporanea, sia quella «dell’intera regione del Medio Oriente, cosi spesso segnata da violenze e conflitti, sia quella del Pianeta, colpita da guerre, povertà, fame», senza dimenticare «i cristiani perseguitati».

E, pensando a questi ultimi, ha concluso partecipando una costatazione che suona come una consegna, un’urgente consegna. «Quando cristiani di diverse confessioni si trovano a soffrire insieme, gli uni accanto agli altri, e a prestarsi gli uni gli altri aiuto con carità fraterna, si realizza un ecumenismo della sofferenza, si realizza l’ecumenismo del sangue, che possiede una particolare efficacia non solo per i contesti in cui esso ha luogo, ma, in virtù della comunione dei santi, anche per tutta la Chiesa. Quelli che per odio alla fede uccidono, perseguitano i cristiani, non gli domandano se sono ortodossi o se sono cattolici: sono cristiani! Il sangue cristiano è lo stesso!». La storia ci dirà se quest’incontro sarà portatore di novità. Le premesse ci sono tutte. E il bacio di Francesco e Bartolomeo alla pietra che, secondo la tradizione, accolse il corpo inanimato di Gesù e fu percorsa dai palpiti della risurrezione ne è un sigillo e, speriamo, un pegno.

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