Foto di gruppo in un Paese

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Ricordate di sicuro la tragica vicenda della giovane pachistana Hina, uccisa poco tempo fa a Brescia dal padre. La colpa: essere diventata troppo occidentale e moderna. I mezzi di comunicazione diffusero nella circostanza i pareri di alcuni cittadini che, sdegnati, chiedevano di espellere tutti gli immigrati. Una richiesta dettata dall’emotività del momento, ma espressione di sentimenti diffusi a motivo della paura di perdere sicurezza e benessere. Accogliendo però seriamente l’appello, potremmo espellere nel giro di un giorno tutti gli extracomunitari del bresciano. Cosa succederebbe? Presto detto. L’economia della ricca e laboriosa provincia precipiterebbe di colpo. Sarebbe un tracollo per gli italiani del luogo. Gli stranieri, a forte presenza asiatica, costituiscono infatti ben un terzo degli operai dell’intera area. Seconda fotografia. Diffusa è la convinzione che equipara immigrazione e delinquenza. Nelle province di Bologna, Verona, Firenze e Padova, il 40 per cento delle denunce riguarda cittadini stranieri. Segnale evidente che qualcosa non ha funzionato nell’impegnativo processo d’inserimento.Ma la realtà generale è diversa, secondo il 16.mo Rapporto sull’immigrazione, autorevole strumento di analisi sul fenomeno, elaborato dalla Caritas italiana e dalla Fondazione Migrantes: gli extracomunitari residenti in Italia fanno registrare un tasso di devianza dimezzato rispetto agli italiani. Terzo scatto. Il Paese è preda di un’invasione islamica. Vero o falso? Lo studio conferma in effetti l’invasione.Ma con una differenza: non è islamica, bensì cristiana. A fronte di un milione di fedeli dell’Islam, ci sono 1,5 milioni di credenti in Gesù: per metà cattolici e per metà ortodossi, in gran parte provenienti dall’Est europeo. Quarta istantanea. Limitiamo gli accessi, altrimenti corriamo il rischio di trasformarci in un Paese a forte presenza straniera. Il Dossier appena uscito ci consiglia di fare qualcosa di più, ovvero di prendere coscienza che l’Italia è già una terra a grande immigrazione con tre milioni di stranieri. È un nuovo mondo già entrato in casa nostra e ha il volto di cinque europei, due africani, due asiatici e un americano, ogni dieci presenze straniere. Questo è un dato di fatto, che piaccia o meno. Non va altrettanto nascosto che il fenomeno continuerà ad avere un impatto duro, sotto molteplici aspetti, con la società italiana. Il fatto è che l’ondata immigratoria va ad impattare un contesto già in parte compromesso e incide, come il Rapporto fa presente, sul carico amministrativo degli uffici pubblici, sulla scarsa disponibilità degli alloggi, sui servizi sociali, sui trasporti. In una parola, sulla qualità della convivenza nel suo complesso. Eppure, come ripetono gli esperti, l’immigrazione non è una calamità, ma un’opportunità. L’Unione europea, a metà di questo secolo, perderebbe 58 milioni di abitanti, se non approdassero nel Vecchio Continente nuovi immigrati. Nella nostra Penisola, proprio a causa del negativo andamento demografico, i lavoratori sino a 44 anni – ovvero, le forze fresche, creative, innovative – diminuiranno di 4,5 milioni entro i prossimi 15 anni, 300 mila all’anno. Ecco perché il sistema produttivo italiano ha bisogno di forza lavoro aggiuntiva. Sul totale dei dipendenti occupati, i lavoratori nati all’estero costituiscono il 10 per cento, ma la quota è destinata ad aumentare. Le assunzioni degli immigrati sono fortemente concentrate nei settori in cui gli italiani non prediligono lavorare, anche per l’alto livello di precarietà: edilizia, agricoltura, collaborazione familiare, servizi di pulizia. Per di più, le retribuzioni pagate di fatto agli immigrati sono mediamente pari alla metà di quelle degli italiani, evidenzia il Dossier. E questo per due ragioni: il loro impiego discontinuo, il mancato pagamento dei contributi. In prospettiva, allora, gli immigrati, al termine del periodo lavorativo, sono destinati a diventare i nuovi poveri del nostro Paese, titolari, nella migliore delle situazioni, di pensioni integrate al minimo. Per evitare ciò, si tratterebbe di contrastare il lavoro nero e di assecondare il bisogno di tutela. Ma questa è una sfida che trova ancora poche persone disposte a raccoglierla. Così gli immigrati stanno provvedendo loro stessi, partecipando, tra il resto, alle organizzazioni sindacali, a cui sono iscritti ormai più di mezzo milione. I numeri, con la loro cocciutaggine, ci aiutano a capire meglio la portata del fenomeno migratorio e a sorvolare sui luoghi comuni fioriti sull’argomento, afferma Rando Devole, sociologo e giornalista albanese, da anni in Italia. Colpiscono due contraddizioni, quella tra le esigenze del mercato del lavoro, che richiede manodopera, e l’opinione pubblica, che in buona parte non accetta nuovi ingressi; e quella tra il realismo individuale, per cui si accoglie l’immigrato perché serve, e le paure collettive, che auspicano confini blindati. Le intenzioni degli immigrati si ricavano anche da un dato significativo: 131 mila stranieri hanno costituito una propria azienda. Il ritmo d’aumento (+39 per cento nell’ultimo anno) ha dello straordinario e rivela un dinamismo che fa ben sperare, commentano gli esperti. L’Italia, pertanto, non è vista come una terra di passaggio, ma un Paese di prima scelta. Lo confermano il numero elevato (1,2 milioni) di immigrati insediati nel nostro Paese da oltre cinque anni e l’alto flusso di ricongiungimenti familiari, 100 mila persone all’anno. In Italia si arriva, e sempre più vi si nasce. Nel 2005 sono stati 52 mila i figli venuti alla luce da genitori entrambi stranieri, pari al 10 per cento delle nascite complessive. Una cifra in crescita: il numero di figli per donna straniera (2,4) è doppio rispetto a quelle delle donne italiane. I minori figli di cittadini stranieri sono 586 mila, e di essi il 56 per cento è nato qui da noi. La loro crescente presenza è vista dagli esperti come un fattore di equilibrio sociale e di tranquilla convivenza anche per gli adulti. Quando si è piccoli si assimila facilmente, si entra in rapporto con l’ambiente circostante senza difficoltà e si accelera, di con- seguenza, il processo d’integrazione dei genitori. Quelle degli immigrati è una popolazione giovane, concentrata per il 70 per cento nella fascia d’età tra i 15 e i 44 anni, cui corrisponde solo il 47 per cento degli italiani. Un ruolo centrale spetta alla scuola, chiamata a camminare insieme con oltre mezzo milione di alunni di lingua e culture diverse. Un’ultima foto consente di smascherare un altro luogo comune: il fenomeno migratorio come un processo maschile. In realtà, le donne sono oramai la metà della popolazione straniera in Italia. Spesso sono in possesso di elevati titoli di studio, ma la maggior parte delle donne immigrate lavora in ambito familiare con compiti di cura e di assistenza. Non mancano, comunque, iniziative di piccola imprenditoria e di inserimento all’interno di servizi maggiormente qualificati, come agenzie di turismo e traduzioni. Anche di loro sarà opportuno ricordarsi al vertice europeo del prossimo dicembre, per impostare una politica europea sull’immigrazione un po’ organica e realistica. Prendere atto delle dimensioni del fenomeno migratorio è quanto mai urgente. Così come sarebbe opportuno da parte del governo italiano accogliere la proposta, avanzata da diverse forze sociali, di dare vita ad un tavolo permanente di confronto sui problemi dell’immigrazione. LE MISURE DEL FENOMENO Nel nostro Paese vivono 3.035.000 immigrati regolari (5,2 per cento della popolazione). Non raggiungiamo i livelli della Germania (7,3 milioni, pari al 9 per cento degli abitanti, come in Austria), ma siamo prossimi alla Spagna (3,3 milioni, 8 per cento) e alla Francia (3,2, pari al 5 per cento), dopo aver superato la Gran Bretagna (2,8 milioni, 5 per cento). Nel 2005 sono arrivati in Italia 187 mila immigrati, cui vanno aggiunti 52 mila nuovi nati da genitori stranieri. Sono concentrati al Nord (59,5 per cento) e al Centro (27 per cento). Roma (11,4) e Milano (10,9) sono le capitali dell’immigrazione. Il 53 per cento degli immigrati è composta da persone sposate. Nel 2005 173 mila nuovi lavoratori nati all’estero sono stati assunti per la prima volta. L’esperto Franco Pittau IL FUTURO È GIÀ QUI Il pensiero negativo sull’immigrazione va ribaltato. Senza gli immigrati la Vecchia Europa crolla come popolazione e come produzione. E senza gli emigrati i Paesi poveri non avranno un futuro migliore, perché l’immigrazione è di per sé già sviluppo. Franco Pittau, coordinatore del Dossier statistico sull’immigrazione, è un profondo conoscitore del fenomeno. Immigrazione è già sviluppo. Dove vuole arrivare? Da nessuna parte. Io costato semplicemente la realtà. A causa degli squilibri economici, sarà impossibile fermare i flussi migratori. Questo spiega l’esistenza nel mondo di 191 milioni di immigrati. Essi inviano ai propri familiari rimasti nei Paesi in via di sviluppo la massa di 167 miliardi di dollari, una somma che supera di gran lunga l’aiuto allo sviluppo dato dall’Occidente, che non riesce ad onorare l’impegno assunto di mettere a disposizione la 143.ma parte della sua ricchezza nazionale. Così sono i poveri emigrati a sostenere la crescita dei loro Paesi d’origine. Quale futuro si va delineando per l’Italia? Quanto avverrà tra pochi anni si può già riscontrare in alcuni contesti, che possiamo definire anticipatori del futuro. Da Prato, con un percentuale di immigrati del 12,6, a Reggio Emilia (9,3) – e in mezzo ci sono Brescia, Roma, Pordenone – emerge l’indicazione che tra dieci anni l’incidenza degli stranieri sulla popolazione totale si aggirerà attorno al 10 per cento, ovvero sei milioni, il doppio di oggi. Altro contesto, quello della scuola. La media nazionale della frequenza scolastica dei figli degli immigrati è del 4,8 per cento, ma si arriva all’8-9 per cento in Umbria, Lombardia, Veneto e Marche, e al 12 per cento a Mantova, Piacenza e Reggio Emilia. In alcuni piccoli Paesi del Centro Nord, l’incidenza supera la metà degli iscritti. Si impone perciò la necessità dell’insegnamento interculturale nella scuola e si deve riflettere sull’adattamento delle strutture pubbliche ad un pubblico multinazionale e multiculturale. Come va gestito, secondo lei, quest’imminente futuro? Tra i cittadini urge uno sguardo a ciò che ci attende nel prossimo futuro, senza lamentarci di un fenomeno che è un’opportunità piuttosto che un problema. Ai politici serve maggiore sensibilità societaria per maturare, al di là dell’alternanza al governo, un’idea più approfondita delle carenze attuali e delle possibili soluzioni. A livello finanziario c’è bisogno di maggiori risorse (almeno il miliardo di euro del 2004) per l’accoglienza e l’inserimento dei nuovi venuti. A livello di Unione europea, va superato un atteggiamento diffidente e poco concludente nei confronti del fenomeno migratorio attuale.

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