Fontem pedala!

Appunti, storie e racconti di un insolito viaggio in bicicletta alla scoperta del popolo bangwa.
Per le strade della valle di Lebialem

Si chiama P19. È la strada che congiunge Dschang a Fontem. Quarantacinque chilometri d’arsura, dove l’asfalto appartiene ad un’epoca che ancora deve venire.
Lì in fondo, da qualche parte tra le colline, c’è il punto d’arrivo di un viaggio lungo cinquemila chilometri, che dall’aeroporto di Milano Malpensa mi ha condotto fin qui, in Camerun. Allo stesso tempo però, sembra avvicinarsi la partenza di una nuova e indimenticabile esperienza. Esplorare un territorio in bicicletta dona l’opportunità di vedere il mondo da un’altra prospettiva. Dalla vetta del sellino, ci si muove ad una velocità più o meno costante che consente di leggere le situazioni, gli ambienti, le persone, cogliendo i dettagli più suggestivi. La bicicletta suscita in genere per definizione simpatia, amicizia e curiosità. Figuratevi cosa può provare un bambino, una donna, un ragazzo o un anziano signore che, nel cuore della foresta, vede arrivare nel proprio villaggio un pioniere dell’epoca moderna in sella a un “metallico destriero a pedali”.
Dopo cinque ore di auto ecco la meta: il villaggio di Nveh, uno dei cuori pulsanti della vita nel regno di Fontem.
 
Il bivio per Njentsa
 
Fuori è buio. La sveglia suona presto, qualche istante prima dell’alba, mezz’ora dopo le cinque. La colazione all’italiana è un ricordo che deve passare in fretta. Qui si mangia un pezzo di pane cotto nel forno a legna con marmellata d’ananas, qualche biscotto, un po’ di frutta e se non basta ci sono gli avanzi della cena. Me lo conferma Silver, 21 anni. Viene dalla Repubblica centrafricana ed è arrivato a Fontem per un periodo di formazione di qualche mese insieme ad altri giovani del movimento. Per mantenersi dà una mano nella falegnameria del villaggio. «Qui non si butta via niente – mi fa con tono scherzoso e un inglese colorato da un accento francofono –, si mangia quello che c’è. Il fatto è che a me piace mangiare il pesce a colazione».
L’appuntamento con la comunità della valle (e non solo) è per le sei e mezzo, nella chiesa costruita all’interno del college “Mary Health of Winsdom”, dove Frantisek, focolarino sacerdote, da pochi mesi a Nveh, è pronto per celebrare la messa.
Subito dopo la benedizione c’è chi scappa in fretta al lavoro, chi si ferma per un saluto e per fare qualche chiacchiera. Da queste parti l’ospite è sacro e così mi ritrovo ad incontrare un sacco di persone che sembrano cantare in coro una sola frase: «Benvenuto a Fontem!».
Aspettando l’ora stabilita per la partenza della prima escursione, appoggio la mia mountain bike al muro. Sembra scalpitare per l’attesa e per il desiderio di scoprire com’è l’Africa, con il profumo della sua terra e il sapore della sua cultura. Se la bici avesse avuto un’anima nei giorni del mio soggiorno in Camerun, credo sarei rimasto a piedi prima di cominciare a pedalare…
Arriva Gianni Antoniol, 55 anni, nativo di Feltre, appassionato di ciclismo, da due anni a Fontem. È stato lui a propormi la pazza idea di un viaggio cicloturistico nella valle di Lebialem.  Ecco Charles Acha: ha 20 anni, il fisico agile della gazzella e lo sguardo fulmineo del ghepardo. Vive a Nveh, ha cinque fratelli e due sorelle e frequenta il quarto anno di scuola superiore ad Azi, il villaggio dove è possibile ammirare il palazzo del “fon”, il re di Fontem.
Charles è una delle “vittime” di Gianni. Il virus della passione per la mountain bike lo ha contagiato da qualche mese. Sarà lui il mio secondo “angelo custode”, un’opportunità anche per guadagnare qualcosa che a fine mese gli permetterà di pagarsi gli studi.
Una carriera ciclistica cominciata per caso o per destino, quella di Charles Acha, vedendo Gianni scorrazzare in bici tra i sentieri polverosi (o fangosi a seconda della stagione) di Fontem.
Così, un giorno, Charles è andato a trovare Gianni, ha suonato il campanello e ha chiesto se poteva provare anche lui. Le prime uscite con una bici in prestito, poi con i pochi risparmi messi da parte, ecco che arriva una vecchia, ma dignitosa mountain bike, tenuta insieme alla meno peggio. Fontem pedala!
 
Nelly
 
La strada che dalla conca di Nveh conduce, pedalata dopo pedalata, al villaggio di Fotabong sale inesorabilmente. Con Charles si parla, chilometro dopo chilometro, della ricetta giusta per diventare campioni nello sport, così come nella vita. Cuore, testa e gambe non sono semplici ingredienti per fare un corridore, ma caratteristiche proprie di un popolo, quello africano, teso a non mollare mai,.
Gli slogan dipinti sui muri delle case e sulle targhe degli okada, i moto-taxi che qui vanno di moda molto più delle auto, sembrano fare da monito e preghiera per vivere o sopravvivere, confidando anche nell’aiuto misericordioso di Dio. «Vivi come se fosse il tuo ultimo giorno sulla terra», «Dio è mio amico», «Dio è capace».
Il sentiero si addentra nella foresta, dopo il villaggio di Fotabong, in un continuo sali e scendi colorato dalla natura fitta e incontaminata. Ad un tratto una radura lascia spazio ad un villaggio dove non c’è anima viva. L’unico rumore è il gracchiare della televisione in un bar, al di fuori del quale troneggia un grande manifesto elettorale inneggiante a Paul Biya, il presidente del Camerun. Trent’anni di presenza sulla scena politica che non ha contribuito a far decollare un Paese con il reddito procapite tra i più alti del continente africano.
L’altra faccia del Camerun dista solo pochi chilometri e la incontro lungo un falsopiano, poco prima di imboccare la ripida e impegnativa discesa che riconduce al villaggio di Nveh. Aspettando Charles, incontro una bambina con il pagne, un originale marsupio in tessuto colorato. Accosta sul ciglio, salutando timidamente il mio passaggio. Pochi istanti e sento il rumore di veloci e delicati passi ritmati alle mie spalle. Mi giro e noto con stupore di essere inseguito. «Ciao, come ti chiami?». «Mi chiamo Nelly», mi risponde la bimba che nella mano destra tiene un piccolo e colorato secchiello. «Dove abiti Nelly?». «Qui vicino, in un villaggio in mezzo alla foresta». «Ti piace andare a scuola?». «Sì, molto!». Non troverete mai in Africa un bimbo che vi dica il contrario. Si sente che c’è un’atmosfera particolare. «Ce l’hai un sogno, Nelly?», chiedo con tono curioso, ma non troppo invadente. Un attimo di pausa, un timido sorriso che sembra trattenere la risposta e l’espressione di chi in fondo coltiva un desiderio nobile. «Sì, ce l’ho un sogno. Voglio diventare un’insegnante. Un’insegnante di inglese».
 
Non solo biciclette
 
Gianni mi racconta che sta ultimando un insolito progetto: costruire un percorso ciclabile di un chilometro per favorire l’avviamento al ciclismo. Il suo sogno è quello di organizzare una piccola gara tra ciclisti locali. A Fontem, sono pochissimi i ragazzi e le ragazze che sanno guidare al meglio una bicicletta. A volte imparano prima a guidare un’okada. Fa un certo effetto osservare un gruppo di giovani che, turnandosi in sella ad una city bike, provano a rimanere in equilibrio cercando di far girare i pedali. Chi ci riesce riceve i complimenti del gruppo, le urla di gioia degli amici e una voglia di pedalare che spinge a non fermarsi più.
Il discorso cambia se si parla di football. Prendete un pallone, chiamate a raccolta qualche ragazzino e preparatevi a spremere i vostri polmoni. Se vi capita di venire da queste parti, il gioco del calcio è un rito, un’esperienza tutta da vivere, da condividere, in compagnia di qualche piccolo e agguerrito amico. La cultura del gioco organizzato deve ancora fare breccia nella sabbia dei campi di periferia, ma la situazione si rovescia quando sono chiamati a scendere in campo il carattere, la grinta e la voglia di non arrendersi mai. È il trionfo dell’istinto sulla tattica. Non è difficile capire perché le grandi squadre nazionali dell’Africa occidentale portano certi epiteti: “super aquile” (Nigeria), “leoni indomabili” (Camerun), “sparvieri” (Togo) ed “elefanti” (Costa d’Avorio). Qui ogni bambino cresce con la speranza, un giorno, di diventare il prossimo Eto’o, Drogba o Abebayor. Si gioca rigorosamente con il sorriso, pena una morale espulsione dal campo, e quel filo d’agonismo che non guasta mai.
Premier League inglese, Ligue 1 francese, Liga spagnola, campionato di serie A. Le partite di calcio vengono trasmesse a ciclo continuo da alcuni bar provvisti di collegamento satellitare. Non c’è da sorprendersi se dopo aver risposto alla domanda: «Italiano?», si sentono i nomi di Alessandro Del Piero e Francesco Totti.
Il calcio come seconda religione, «Che a volte si sostituisce alla prima!», afferma tra verità, scherzo e apparenza padre Daniel, sacerdote della parrocchia di Menji. Mentre nel salotto della canonica tra un sorso d’aranciata, una chiacchiera e un biscotto al cocco va in onda la partita Swindon Town-Wigan Athletic valida per il terzo turno della Coppa d’Inghilterra.

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