Fondamenta solide

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Nel 1978 ero stato minacciato per il mio impegno pubblico sacerdotale dai comunisti. Per questo motivo l’elezione di un papa di un paese comunista come la Polonia era stata per me un vero raggio di luce e di speranza: il papa polacco capiva bene la situazione della chiesa sotto il comunismo, avendone fatta esperienza diretta. In quei frangenti la persecuzione ci aveva portati a sperare che quell’elezione avrebbe avuto un influsso immediato sulla nostra situazione, anche in Cecoslovacchia, anche se le forze del male cercavano di soffocare questa nostra speranza. Il papa venuto dall’Est ha portato con sé, dal patrimonio del suo paese, un’esperienza forte che sarebbe stata altamente significativa per il suo pontificato, grazie a tre pilastri: innanzitutto il grande fondamento – ma si potrebbe dire anche l’eredità naturale – ricevuto dalla famiglia, che ha impresso nel suo animo una fede profonda, un genuino amore cristiano verso Dio e verso gli uomini. Poi una forte religiosità, quella stessa tipica del suo paese, dove la fede è radicata nella vita ed il popolo è molto devoto alla Madonna, come testimoniano i tanti luoghi di pellegrinaggio, in una misura che sorprende ogni visitatore che proviene dall’estero. Infine, la dura esperienza del comunismo, vissuta direttamente nella sua stessa vita. Queste fondamenta si sono aggiunte alla sua forte struttura fisica, e sono state all’origine della incredibile forza che lo ha fatto sopravvivere all’attentato e lo ha sostenuto nella sua pastorale mondiale, con innumerevoli visite fruttuose alle chiese locali di tutto il pianeta. Protettrice e ispiratrice in questa via è stata Maria, la Madre della chiesa e sua – totus tuus si è detto, Giovanni Paolo II -, la donna vestita di sole, di Dio. Tutto ciò ha portato Karol Wojtyla dall’Est, dalla sua patria fino alla cattedra di Pietro. Dio l’aveva preparato provvidenzialmente in questo modo. E lo Spirito Santo ha agito nel collegio cardinalizio durante l’elezione, preparandolo a guidare la chiesa oltre le soglie del terzo millennio. Aperto su tutto il mondo, sulle altre chiese e anche sui non credenti, al mondo parlava – secondo l’esperienza fatta in patria – con un linguaggio che chiunque poteva capire. Oggi vediamo brillare sulla sua vita un’altra luce straordinaria, quella di Gesù crocifisso e abbandonato, luce proveniente dalla sua fede profonda, dalla sua esperienza di vita fatta sotto il comunismo, che non aveva altro senso se non portare la propria croce. Ha riunificato l’Europa Certamente nessun politologo avrebbe previsto effetti così rapidi e determinanti quando Karol Wojtyla, neo eletto, parlò di un’Europa che, dall’Atlantico agli Urali, doveva respirare con due polmoni. E, da grande politico, si adoperò non ad aizzare, ma a temperare gli entusiasmi da lui stesso accesi, per consentire che quel fuoco non scatenasse reazioni violente e incontenibili. La sua logica non era né militare né propriamente politica, ma quella vincente della giustizia e dell’amore. Ha avuto ragione. Quando Michail Gorbaciov nel 1990 (nella foto) fece visita in Vaticano a Giovanni Paolo II, il suo sguardo all’uscita dall’udienza era più eloquente di ogni parola. Senza questo papa, il muro non sarebbe mai caduto, dice oggi. E per il presidente della Commissione Ue Barroso, merita il titolo di Padre fondatore dell’Europa unita. Una reazione violenta, però, allora ci fu e colpì il papa stesso: fu l’attentato di Agca. Ma, ancora una volta, vinse perdonando. La stessa logica Karol Wojtyla userà denunciando l’asservimento dell’uomo al sistema economico operato dal capitalismo radicale, e condannando ogni ricorso alla guerrra. Inascoltato, ha avuto ragione nei fatti. Un plebiscito planetario, espresso dalla presenza di oltre 200 fra capi di stato e di governo ai suoi funerali, sembra riconoscerlo e sottolineare questa sua grandezza.

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