Flash dal mondo

Il risveglio della società civile nell’era Trump, di Maddalena Maltese; Il terrorismo in Sahel si combatte nel G5, di Armand Djoualeu; Un corridoio umanitario ed ecumenico, di Bruno Cantamessa; I ponti di Kien Giang, di George Ritinsky

USA

Il risveglio della società civile nell’era Trump

di Maddalena Maltese

La prima azienda a reagire all’ordine esecutivo con cui Trump vietava l’ingresso negli Usa ai cittadini di 7 Paesi prevalentemente islamici e ordinava severi controlli sui migranti irregolari, è stata Starbucks. La multinazionale del caffè ha annunciato l’assunzione di 10 mila rifugiati. E la Airbnb, il portale di chi cerca un affitto per brevi periodi, aiuterà a trovare 100 mila nuovi alloggi per stranieri in difficoltà. Alla decisione presidenziale si sono ribellate le università, da Berkley in California alla Columbia di New York. Non si contano i rettori che hanno dichiarato la loro disobbedienza all’ordine di denuncia di studenti stranieri irregolari, anzi in molti si sono mobilitati per proteggerli e fornirgli assistenza legale. Gli scienziati dell’agenzia per la protezione dell’ambiente (Epa) stanno studiando come rallentare gli ordini sulla cancellazione delle politiche ambientaliste. E poi ci sono gli amministratori di Apple, Google e delle aziende della Silicon Valley che invocano la diversità come fattore di crescita. Infine, anche gli spot pubblicitari durante il Superbowl, la più attesa competizione di football del Paese, hanno visto decine di aziende propendere per annunci sull’accoglienza e sulla multiculturalità e per farlo non hanno esitato a spendere 5 milioni di dollari per 30 secondi di spot. Se c’è un merito da dare alla presidenza Trump, è quella di aver fatto venire allo scoperto una società civile attenta ai diritti della persona, all’ambiente, alla tutela della pluralità: sta qui la grandezza dell’America. Detto questo, certamente il realismo sta entrando nella politica di Trump. Anche sulla questione dei migranti musulmani qualcosa probabilmente cambierà.

Fahimeh Kashkooli, studentessa iraniana della Fordham university, una delle più antiche scuole di legge negli Usa, ha visto chiudersi le possibilità di cura per la figlia, attesa all’ospedale di Pittsburg per un delicato intervento due giorni dopo l’ordine esecutivo con cui Trump proibiva l’ingresso nel Paese. La donna non poteva lasciare gli Stati Uniti perché rischiava di non poter ritornare e la bambina era bloccata al terminal di arrivo. Il rettore ha mobilitato i migliori avvocati usciti dalla sua facoltà per assistere la sua studente che ha potuto riabbracciare la figlia.

 

 

AFRICA

Il terrorismo in Sahel si combatte nel G5

di Armand Djoualeu

Nato nel 2014, il G5 del Sahel, composto da Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad, si è posto come obiettivi lo sviluppo economico dei Paesi aderenti e la lotta al terrorismo. Uno degli ultimi vertici di febbraio ha sancito che sarà un progetto comune a combattere i jihadisti e gli aiuti europei ed esteri vanno gestiti in compartecipazione, non come sta accadendo in Mali, dove la Francia è intervenuta con forza e senza un mandato internazionale per fermare l’ascesa di Al-Qaida, ignorando quasi gli interventi del governo locale. Il G5 vuole investire nella sicurezza interna ingaggiando forze di polizia e militari, finora tenuti ai margini per timore di colpi di Stato, ma l’avanzare delle scuole salafite, che vogliono plasmare in senso islamico e radicale i vari Stati, ha scosso i capi di governo indirizzandoli su un  fronte comune. Hanno chiesto infatti all’Onu di riconoscere la nascita di una forza militare congiunta e, nell’attesa di definire i contingenti da impegnare, il G5 ha varato varie iniziative atte a promuovere un’istruzione di Stato, investimenti in campo agricolo e lo sviluppo dei settori manifatturiero e dei servizi, particolarmente ambìti dai giovani.

 

MEDIORIENTE

Un corridoio umanitario ed ecumenico

di Bruno Cantamessa

Non è certo una notizia da prima pagina, né nuova, quella dell’arrivo in Italia di un gruppo di 41 rifugiati siriani. Ma la novità è che sono arrivati in aereo, con tutti i documenti in regola e sono stati accolti con calore grazie a un progetto condiviso di integrazione. Niente a che fare con trafficanti, carrette del mare, naufragi e centri di smistamento o espulsione. Dopo il disbrigo accurato delle pratiche di ingresso, sono stati affidati a comunità di accoglienza e famiglie già individuate in diverse parti d’Italia. Ho conosciuto personalmente in Libano una delle famiglie approdate a Coriano, in provincia di Rimini, dove Max e Gilda insieme ad altre 100 famiglie si sono autotassate con 15 euro al mese per un anno, per accogliere 5 rifugiati siriani: madre, padre e tre figli. Il padre, detenuto per motivi politici nelle carceri siriane, dopo un anno di prigione e di torture, dietro una grossa cauzione è uscito di galera per scoprire che moglie e sorella erano state ammazzate. Ci ha messo un po’, ma ha ritrovato i due figli (oggi di 11 e 7 anni) e si è risposato. Fuggiti tutti e 4 in Libano, nel campo di Akkar hanno visto crescere la famiglia con l’arrivo di una bambina. Questa è solo una delle storie dei 541 rifugiati che hanno trovato casa grazie al progetto congiunto della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, della Tavola Valdese e della Comunità di Sant’Egidio, con l’appoggio di Operazione Colomba, l’iniziativa di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, presente da diversi anni con i suoi volontari in alcuni campi profughi libanesi al confine con la Siria. Sono mille gli arrivi “accolti” previsti per il 2017 e intanto un nuovo protocollo d’intesa si sta studiando per altri 500 rifugiati provenienti da Etiopia, Eritrea, Sudan, Sud-Sudan e Somalia. E questo sarà sottoscritto anche dal governo francese, dalla Conferenza episcopale e dalle Chiese evangeliche d’Oltralpe.

Non è buonismo, ma un modello di accoglienza che coniuga umanità, sicurezza e legalità e che parrocchie e associazioni cristiane realizzano in collaborazione con la società civile e le istituzioni. Un analogo progetto poi è stato presentato a Zurigo ad oltre cento rappresentanti dall’Heks-Eper, l’organizzazione umanitaria delle Chiese evangeliche svizzere. L’Europa ha anche questo volto.

 

 

VIETNAM

I ponti di Kien Giang

di George Ritinsky

A 42 anni dalla fine del conflitto in Vietnam, un gran numero di infrastrutture distrutte dalle bombe non sono nei fatti mai state ricostruite, soprattutto sul delta del Mekong, nel Sud-Ovest del Paese, una delle zone più povere dove sulle rive di mille canali vivono migliaia di persone. I tanti isolotti della zona sono collegati da pochissimi ponti e non di rado le alluvioni li rendono impraticabili e rischiosi. Altra urgenza è la mancanza di acqua potabile: impossibile trovarla pulita a meno di 100 metri di profondità, perché quella superficiale è ancora inquinata dalla diossina usata dai militari Usa per stanare i nemici. Sconfiggere questa miseria richiederebbe un miracolo, proprio quello che ha chiesto un villaggio della zona di Kien Giang al suo parroco.

Ponti, pozzi in cemento e case non potevano scendere dal Cielo ma la ong svizzera Gocciadopogoccia ha raccolto la sfida e insieme alla comunità ha studiato alcune soluzioni e individuato dei benefattori, tra cui un’azienda che ha donato le travi in acciaio dei ponti e tanti volontari che tassandosi hanno regalato tre case, 100 pozzi di acqua potabile e 4 ponti. Sono nate anche 20 adozioni a distanza per investire sui più piccoli, il vero futuro di questo piccolo villaggio.

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