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Cultura > Arte e Spettacolo

Fiori di pietra a Piazza Armerina

di Oreste Paliotti

- Fonte: Città Nuova

Le meraviglie dei mosaici di Villa del Casale.

piazza armerina

Se dall’alto della passerella si versa un po’ d’acqua sul pavimento sottostante, l’opacità della polvere restituisce in tutto il suo nitore ora un volto inghirlandato di fiori (forse personificazioni della primavera), ora un divertente struzzo che si dibatte nella stretta di un cacciatore, ora un brulicare di esseri marini, reali o fantastici… È l’unico modo di ammirare nella loro sfolgorante policromia i mosaici pavimentali di questa Villa detta del Casale: un grandioso palazzo del III-IV secolo dopo Cristo, che pare sia appartenuto all’imperatore Massimino, il quale l’utilizzava come residenza di caccia.

 

Siamo non lontano da Piazza Armerina, nella fertile valle del Gela, a breve distanza dall’antica strada consolare che collega Catania ad Agrigento. L’immensa dimora, che sfruttava in maniera scenografica il declivio del monte Mangone, si articola in un quartiere termale, peristili, ambulacri, stanze di riposo, soggiorno e rappresentanza di cui è solo possibile immaginare la ricchissima decorazione di un tempo; in compenso è quasi completamente conservato lo splendido pavimento musivo, esteso per ben 3.500 metri quadrati. La villa imperiale di Piazza Armerina s’identifica con questi mosaici che non hanno precedenti per grandiosità e bellezza e richiamano per stile quelli africani.

 

Moderne tettoie in plexiglass ricoprono l’intero complesso, aiutando il visitatore a ricostruire idealmente, nelle linee essenziali, ciò che si è perduto dell’elevato dei muri. E in questa originale serra, dall’alto di apposite passerelle, l’occhio gioisce del non effimero tappeto di migliaia di petali di pietra composti in vivaci scene di caccia, di pesca o di vendemmia, corse di carri, danze, giochi di giovani donne, scene cruente o di serena distensione, varie come è varia la vita, o raffigurazioni mitologiche che per gli antichi abitanti di questa oasi felice forse non avevano più significato se non decorativo.

 

La nuova fede cristiana, resa più feconda dalle persecuzioni, dilagava infatti nell’impero. Per essa Orfeo, la Fenice, gli amorini continuavano ad essere effigiati non più nella ricchezza incorruttibile del mosaico, come qui nella Villa del Casale, ma su fragili intonaci, nelle catacombe, riempiti però di un significato tutto nuovo. Solo in seguito avrebbero fatto la loro comparsa le grandi raffigurazioni musive paleocristiane e bizantine, animate da ben altra luce. Intanto qui, nella "serra" del Casale, dove si assiste allo sfolgorante tramonto di un mondo pagano, sembra d’intravedere un promettente germe del nuovo.

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