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Ambiente > Ecologia

Fine del mondo: istruzioni per l’uso

- Fonte: Città Nuova editrice

Si è chiuso a Roma il Festival delle scienze. Antonello Pasini, co-autore de “Il pianeta che scotta” per Città nuova, fa luce su dibattito scientifico e media

Antonello Pasini

Si è concluso il 23 gennaio, a Roma, il Festival delle scienze che si è svolto nell’Auditorium Parco della Musica. Un titolo accattivante, quello scelto per quest’ottava edizione: “La fine del mondo. Istruzione per l’uso”. Il tema è il temuto epilogo collettivo visto dalla prospettiva sia dei grandi nomi della scienza italiana e internazionale, che da filosofi, letterati e storici della scienza.

 

Partendo dalla riflessione probabilistica del cosmologo Brandon Carter, presente all’evento, ci si è soffermti sulle evidenze emerse dalla ricerca scientifica e sulle previsioni che è possibile fare sulla fine del mondo, affrontando però anche gli aspetti etici, filosofici e psicologici del problema, individuando cause e conseguenze tangibili, fino alla presentazione di una “educazione” al comportamento da tenere e non senza un pizzico di ironia.

 

L’interrogarsi sulla fine dei tempi è stato sempre il cruccio di ogni cultura, dalla più remota alla più moderna. Ma al di là dell’immaginario collettivo, la specie umana, giovane secondo i paramentri evoluzionistici, ha innescato davvero un processo irreversibile attraverso la rapida evoluzione culturale e tecnologica che potrebbe mettere a rischio la specie e il pianeta Terra? Di questo ed altro, parliamo con Antonello Pasini, ricercatore al CNR,  curatore del blog per "IlSole 24 ore" Il Kioto fisso e co-atore con Luca Fiorani del libro Il Pianeta che scotta di Città nuova.

 

Il rilancio mediatico della profezia Maya dà il titolo a questo Festival della scienza. Cos’ha invece da dire la scienza sulla fine del mondo?

«Si sa, i titoli vengono dati per attirare l’attenzione… In ogni caso i contenuti di questo Festival sono sicuramente seri. Si può parlare di astrofisica, discutendo ad esempio di ciò che accadrà al Sole tra 5 miliardi di anni, con le fatali conseguenze per una Terra inghiottita dalla nostra stella in espansione; ma c’è spazio pure per discutere di un pianeta malato, anche se non moribondo»

 

…e se il mondo finisse anche laddove inizia il disinteresse dell’uomo per la natura e l’ambiente?

 «In effetti, il vero problema sta proprio qui: in un rapporto tra uomo e natura che non è attualmente armonico. Mi spiego. Per secoli l’uomo ha considerato l’ambiente come un serbatoio da cui attingere risorse e in cui gettare rifiuti, cioè come materia inerte e plasmabile a piacere. Oggi la scienza ci dice, invece, che la natura, ben lungi dall’essere statica, ha una dinamica che interagisce fortemente con tutto ciò che noi facciamo: basti pensare alle cosiddette “catastrofi naturali” che spesso tanto naturali non sono, se pensiamo ad esempio alle nostre cementificazioni in zone geologicamente delicate. E quando per le nostre azioni non ci andiamo di mezzo noi direttamente, queste possono far cambiare gli equilibri di altre componenti della natura. Insomma, non possiamo considerarci padroni di un giocattolo inanimato, dobbiamo invece sentirci custodi di una natura che evolve insieme a noi»

 

Del rapporto media e scienza si parla anche ne “Il pianeta che scotta”. Quanto l’informazione a volte distorce i dati scientifici?  

«Dietro il problema dei cambiamenti climatici ci sono enormi interessi economici e, talvolta, anche la necessità di mettere in discussione la nostra visione del mondo. Tanto basta a far sì che spesso le informazioni scientifiche vengano ignorate o, peggio, distorte. Ad esempio, lo scorso gennaio si è insistito tanto sul freddo in Europa e negli USA e si è detto che il riscaldamento globale era morto, quando invece quasi nessuno notava che a Vancouver, dove si stavano per svolgere le Olimpiadi invernali, i canadesi trasportavano la neve con i TIR sulle piste da sci, perché queste ne erano sprovviste. Nel circolo polare artico, inoltre, la temperatura era superiore alla media addirittura di 7-8 °C. Mediando su tutto il mondo, quel gennaio è stato il più caldo degli ultimi 30 anni!»

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