Fernandito e la storia dei giocattoli

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Considerata una delle più caratteristiche e suggestive città del Sud America, a 2850 metri di altitudine, la capitale dell’Ecuador si estende, nel cuore delle Ande, alle falde del maestoso vulcano Pichincha in uno scenario di composta bellezza. È a Quito che Constanza Calderòn vive. Constanza è una professionista ben nota nella capitale, dove insegna ingegneria all’Università. Ma è nata e cresciuta a Guayaquil, città grande e popolosa, col suo moderno porto che ne fa il maggior centro commerciale ed economico del paese. Lì, sui banchi della scuola, aveva incontrato il grande amore della sua vita. Mi sono sposata molto giovane e molto innamorata – racconta Constanza -, sicura che il nostro legame sarebbe durato per sempre. Mio marito studiava medicina e io ingegneria. Mi sono laureata prima, ed è stato per me spontaneo affrontare le spese di casa sino a quando lui sarebbe stato a sua volta in grado di contribuirvi. Insegnavo all’università, e nel frattempo avevo trovato un impiego in banca. Gli esordi nella carriera della neoingegnere sono più che brillanti, tanto che le consentiranno, nel giro di poco tempo, di acquistare una bella casa per la famiglia, anche in previsione dei bambini che sarebbero arrivati, e persino di sovvenzionare un corso di specializzazione all’estero per suo marito. Purtroppo – prosegue – lui nel periodo di tirocinio in un paesino nella costa ha conosciuto una donna più giovane di me, si è innamorato di lei e… sono nati tutti i problemi relativi alla situazione. Una volta ottenuto il divorzio, non ho trovato altra soluzione che cambiare città ed occuparmi da sola dei nostri quattro figli, il maggiore dei quali aveva allora dieci anni e il minore uno. Constanza chiede di essere trasferita in una banca di Quito e, qualche mese più tardi, è chiamata a svolgere delle lezioni in un’università della capitale. Lascia la sua bella casa di Guayaquil, che aveva acquistato con sacrificio. Trascorre un anno, e Constanza incontra per caso una signora della sua città. I soliti saluti, i soliti convenevoli, e la conoscente le domanda se per caso abbia qualche programma particolare per il prossimo week-end di carnevale, che in tutto il Sud America è particolarmente festeggiato e sentito. Basti pensare al Brasile. Sorpresa – ricorda -, le ho risposto che probabilmente sarei andata al mare con i bambini. Lei mi ha messo tra le mani un invito, spiegandomi che si trattava di un incontro che certamente mi avrebbe interessata: si trattava di una Mariapoli, il caratteristico convegno dei Focolari. Io non ne avevo mai sentito parlare. Ho accettato quell’invito per educazione e l’ho messo in borsa. A casa, dopo averlo letto con maggiore attenzione, ho deciso di recarmi all’indirizzo indicato per avere informazioni. Accolta da due persone molto gentili, non ho capito molto delle loro spiegazioni, pur rimanendo incuriosita. Constanza ne parla con i due ragazzi più grandi. Evidentemente – dice – non sono riuscita convincente, ma comunque un accordo c’è stato: quello di rifare subito le valigie, qualora non ci fossimo trovati bene. Siamo così arrivati, noi cinque, al nostro primo incontro con quell’insolito gruppo di persone. Siamo stati accolti da alcune famiglie i cui figli avevano l’età dei miei. È nata spontanea un’amicizia, un’intesa, come se ci conoscessimo da tempo. E tutto ciò che abbiamo imparato in quei giorni è stato molto importante. Erano cose semplici a prima vista: amare tutti, riconoscere Gesù nel fratello… Ma ci siamo subito accorti che, mettendole in pratica, tutto cambiava, prendeva colore e rilievo. E che emozione per me vedere i due più piccoli che cantavano felici, come non mai!. Quei giorni trascorrono veloci, come un bel sogno. Temevo il ritorno a casa, al tran tran consueto, ma non è stato un disastro come pensavo. Avevamo conosciuto una famiglia grande e bella, unita dall’amore di Dio, ed abbiamo continuato a frequentarla, ad imparare tante cose, e questo ci aiutava molto. Constanza ricorda, ad esempio, che quando si verificavano gli immancabili litigi tra bambini c’era sempre chi tra loro si ricordava di cedere per primo il giocattolo conteso. Una sera Andrea, il terzo, prima di addormentarsi, mi dice: Mamma, il mio fratellino crede che l’ha avuta vinta con la storia del giocattolo… ma lui non sa che io ho dato il mio giocattolo a Gesù. Un giorno i due più grandi litigano di brutto, sino ad arrivare ai pugni. Arrivata a casa dal lavoro, a questa novità ho provato un grande dolore: pensavo di punirli, ma mi è venuta in mente una frase che avevo sentito in Mariapoli: Tutto vince l’amore. Sono andata dai ragazzi, mi sono seduta accanto a loro e ho chiesto di osservare la mia mano, con le cinque dita che la compongono, così diverse e così importanti, insostituibili. Anche noi siamo in cinque, diversi ma uniti, proprio come le dita di una mano, e se si fa male ad un dito, si fa male alla mano… Vi sem- bra giusto?. I ragazzi hanno ascoltato in silenzio. I due più grandi, che avevano litigato, non si sono più mancati di rispetto. Intanto il tempo passa, e i bambini crescono in questo clima di grande apertura anche verso chi è meno fortunato di loro. Tutti gli anni, per Natale, davo a ciascuno una certa somma per acquistare regali per i bambini poveri. Andando a passare le feste dai nonni, attraversavamo un quartiere disagiato della città, e ci fermavamo a distribuire i nostri piccoli regali. Sempre ne avevamo a sufficienza. Un anno, però, Fernandito, che allora aveva otto anni, mi ha chiesto di aumentare un po’ la sua quota. Questa richiesta mi ha sorpresa. Gliene ho domandato il motivo, e lui candidamente mi ha risposto: Ho parlato con papà e lui mi ha detto che è rimasto senza lavoro. Ho pensato che i suoi figli non avranno giocattoli a Natale…. Per Constanza è una doccia fredda. Sono rimasta senza parole. Mio figlio, nella sua ingenuità, non immaginava certo il dolore che quelle sue parole avevano provocato. Mi sono resa conto solo allora di quanto profonda fosse ancora la ferita, che avevo tenuto nascosta anche a me stessa. Ero tremendamente confusa. Ho risposto a mio figlio, balbettando, che ci avrei pensato. Trascorre una notte insonne. Mi sentivo tradita, abbandonata anche dai miei figli. Possibile che non capissero? Alla fine, mi è parso di essere io fuori strada: loro si comportavano in perfetta coerenza con quanto avevano appreso, anche attraverso di me. Proprio quel figlio, il più piccolo, mi stava dando una lezione di amore. Però questo non è tutto. I ragazzi, in una riunione di famiglia, chiedono alla mamma di aiutare il loro papà a trovare lavoro. Era il colmo: lui si era formato un’altra famiglia e i ragazzi, che non avevano mai ricevuto niente dal padre, domandavano proprio a me di fare qualcosa. Avevo aiutato molte persone, ma mai avevo chiesto nulla per me. Mi tornavano alla mente tanti momenti dolorosi. Allo stesso tempo, sentivo dover fare una scelta nuova e radicale di quel Dio che avevo conosciuto meglio attraverso il movimento, e questo significava perdonare dal più profondo del cuore. Confesso che non è stato facile, anzi. Le costerà molto, e certamente non tutti comprenderanno. A me è bastato vedere la gioia stampata sul volto dei miei figli, alla notizia che il lavoro per il loro padre c’era.Mi sono sentita leggera, liberata finalmente da quel sordo risentimento che mi aveva torturato per anni. Adesso la famiglia è cresciuta. Fernandito ha ora 25 anni, ed è uno stimato professionista, come gli altri fratelli che sono già sposati. Ho già quattro nipoti! E quando qualcuno mi chiede come è andata, rispondo che, tutto sommato, sono stata felice. Grazie a quella signora che, quel giorno, mi ha messo tra le mani un cartoncino.

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