Fermare la strage di Gaza, proposta politica dalla marcia per la pace e fraternità

Bocciata dal veto degli Usa la risoluzione Onu di cessate il fuoco a Gaza. Violazione grave dei diritti umani e rischio di escalation bellica non giustificano più l’indifferenza. Da Assisi la richiesta della Palestina come stati membro delle Nazioni Unite.
Marcia della pace e fraternità
Marcia della pace e fraternità Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

«La brutalità perpetrata di Hamas non potrà mai giustificare la punizione collettiva del popolo palestinese». Sono le chiare parole del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha chiesto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di votare una risoluzione per far cessare immediatamente i bombardamenti israeliani su Gaza che hanno provocato quasi 20 mila vittime tra la popolazione civile. L’istanza del portoghese Guterres, un cattolico di formazione laburista, è stata invocata con riferimento alla procedura estrema prevista dall’articolo 99 dello Statuto dell’Onu in caso di pericolo del «mantenimento della pace e della sicurezza internazionale».

Era prevedibile ed è infatti giunto, venerdì 8 dicembre,  il voto contrario degli Stati Uniti all’immediato cessate il fuoco nella convinzione che si tratterebbe di una scelta che avrebbe finito per avvantaggiare Hamas. Il presidente statunitense Joe Biden ha fatto votare ulteriori consistenti stanziamenti di armamenti a favore dell’esercito israeliano nonostante posizioni contrarie all’interno del suo partito e in parte della società civile che manifesta per fermare la strage di Gaza.

La Francia ha votato a favore del cessate il fuoco mentre addirittura la Gran Bretagna ha deciso di astenersi, distanziandosi dal suo alleato di ferro d’Oltreoceano. Segnali eloquenti di un timore crescente verso un’escalation bellica incontrollabile, nonostante il mancato allarme di parte dei media occidentali.

Resta da immaginare, in caso di mancato esercizio del potere di veto da parte di Washington, chi sarebbe in grado oggi di intervenire per imporre una risoluzione dell’Onu ad un Paese che dispone dell’arma nucleare.

Biden ha provato, senza successo, ad esercitare una leadership morale nei confronti di Netanyahu recandosi in via straordinaria in Israele per consigliare il Paese amico a non ripetere gli errori già compiuti dagli Usa in Afghanistan e in Iraq.

Si può decidere di non mostrare le immagini della popolazione straziata dai bombardamenti su Gaza, le condizioni impossibili degli ospedali distrutti, i rapporti circostanziati di vari organismi dell’Onu sulla catastrofe umanitaria in corso, eppure non si può cancellare l’orrore per una reazione spropositata ma prevedibile secondo la strategia dell’organizzazione politico militare di Hamas che ha i suoi vertici protetti in Qatar.

Il vuoto di iniziativa politica da parte europea e quindi dell’Italia in tale scenario contrasta con le proposte avanzate da quella parte della società civile che non accetta di restare indifferente e impotente davanti all’abisso di disumanità che si consuma in Terra Santa. All’indomani del veto statunitense nel consiglia di sicurezza dell’Onu, nel giorno che le Nazioni Unite hanno dedicato ai diritti umani si è svolta la marcia per la pace e la fraternità nel contesto armonioso del tragitto percorso ad  Assisi che contrasta con gli scenari di devastazione apocalittica di Gaza.

Di particolare rilievo gli interventi mattutini nell’assemblea dei costruttori di pace e i contributi video come quello, netto e deciso, della cantante israeliana Noa.

L’italiano Andrea De Domenico, direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori Palestinesi Occupati (OCHA), ha potuto esprimere la posizione dell’Onu su cosa sta accadendo in Terra Santa mentre Francesca Albanese ha esposto il suo lavoro di relatrice speciale del Consiglio Diritti Umani delle Nazionali Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati dal 1967.

Una particolare attenzione è stata, tra l’altro, dedicata al ruolo delle donne palestinesi ed ebree israeliane come costruttrici di pace nel lavoro delle associazioni Women Wage Peace e Women of the Sun.

La novità dell’iniziativa, che si è conclusa con una messa nella basilica inferiore di San Francesco, consiste nella proposta di procedere immediatamente alla istituzione della Palestina, attualmente Stato osservatore, quale 194° Paese facente parte dell’Onu con i confini stabiliti nel 1967 e capitale Gerusalemme est.

Un atto contemporaneo al rilascio degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas e di tutti i prigionieri palestinesi detenuti illegalmente, con la richiesta di costituzione e invio di una forza di pace dell’Onu in Palestina.

Secondo Marco Mascia, direttore del “Centro diritti umani Antonio Papisca” dell’Università di Padova, «l’Italia deve fare la sua parte nella consapevolezza dei suoi limiti ma anche dei suoi interessi vitali. L’inazione degli altri non può più giustificare la nostra».

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