Ho un certo feeling con le piante, almeno con alcune. Non con le orchidee, con loro non c’è mai stata sintonia, mi piacciono, le ammiro, ma forse perché le ritengo un po’ snob, radical-chic, loro sentono questo mio distacco emotivo e mi muoiono tutte. Non sono mai riuscito a tenere un’orchidea più di un paio di mesi.
Ma con alcune altre piante non è così, c’è un legame forte, sebbene inspiegabile: di fatto non ne conosco i nomi e non so come devono essere accudite, non ho il pollice verde e non mi prodigo in particolari attenzioni verso di loro, e neppure ho particolari attrazioni per la botanica. Ma un legame c’è, eccome. È solo frutto della mia vivace fantasia? Probabilmente sì. Ma un legame lo sentivo con i pomodori, che crescevano in modo sorprendente nel mio orto, e mi parlavano ogni tanto alla sera; lo sentivo con il melograno, pianta dell’amore, che è cresciuto storto e ha perso la corteccia, pare malconcio, ma è ancora vivo e in primavera sboccia in fiori arancioni che hanno il colore caldo e sensuale della corniola. C’era anche un piccolo melogranino, in un vaso. Fin da subito ha dimostrato di faticare a crescere e dopo poco stava ridotto proprio male. Sembrava spacciato. L’ho potato a zero, o la va o la spacca. Poi si è ripreso, sono sbocciati i fiori. E ora ha dato un piccolo frutto, a gennaio. Fuori tempo massimo. Che sia segno che qualcosa nella mia vita sta per capitare fuori tempo massimo?
La pianta a cui sono stato più affezionato però era un fiore che mi aveva regalato un vecchietto al Cairo. Lui viveva in miseria, di solito mangiava cosa raccattava nell’immondizia. Non ci capivamo per nulla, ci parlavamo solo con gli occhi. Ma in quei pochi giorni che ero stato lì si era affezionato a me. E io a lui. Quando ero di partenza è venuto a salutarmi con un tovagliolino di carta piegato in due. Dentro c’era un piccolo fiore bianco, lo stelo aveva qualche misera radice. Me lo ha consegnato come fosse la maschera d’oro di Tutankhamon. Gli brillavano gli occhi, capivo che quel fiore era prezioso, anche se non capivo cosa fosse. Shukran, gli ho detto, grazie. Ho tenuto in mano quel fazzolettino con il fiore per tutto il viaggio in aereo di ritorno in Italia, come fosse la cosa più preziosa del mondo. In effetti lo era. A casa l’ho piantato in un vaso. Ma non c’era verso, non stava bene. Pativa, chinava il capo. Ho tentato di tutto, l’ho tenuto lì per mesi, continuavo a bagnarlo e accudirlo anche quando era evidente che se n’era ormai andato nei Campi Iaru, il paradiso degli antichi egizi. Ho dovuto buttarlo poi, con dolore. E negli occhi gli occhi del vecchietto del Cairo. Che non dimenticherò mai.
C’era poi con un Ficus benjamin, ora defunto, che seguiva e a volte anticipava i passi della mia salute. Quando stavo male, o se sarei stato male di lì a poco, lui sembrava appassire, gli cadevano le foglie, si rattristava, quando mi riprendevo tornava al suo splendore. Stava nell’entrata di casa, tornando dal lavoro gli buttavo un’occhiata, se lo vedevo malconcio sapevo che di lì a poco si sarebbe manifestato qualcosa legato ai miei problemi di cuore, e in effetti capitava.
Qualcosa di simile è capitato quest’anno con le surfunie che ogni primavera pianto in vasi di fronte alla scala di casa. Di solito sono stupende, ammirate da tutti, a volte una cascata color violaceo ametista a volte una cascata rosa scuro. Quest’anno, niente. Non crescevano, sono morte prematuramente. Ho immaginato che mi stessero mandando un messaggio. Di lì a poco ricevetti la diagnosi di una malattia non troppo simpatica. Ecco cos’era.
C’era poi un Tronchetto della felicità, ricevuto come premio in una camminata con i bambini piccoli, tanto tempo fa, nel ‘92. Questa pianta s’è legata alla mia vita affettiva, ne ha indicato e spesso anticipato i passaggi. Cresceva, moriva, rinasceva, si prodigava in diramazioni, appassiva, ricresceva. Una volta tagliai due rami laterali per far crescere un unico fusto. Non so se feci bene, la pianta mi stava parlando e io le tappavo la bocca. Un mese fa ho deciso di tagliarlo del tutto, il Tronchetto della felicità. Era diventato una specie di brutta palma, un bastone lungo e spoglio con in cima foglie appuntite che premevano contro il soffitto. E poi sentivo che la felicità che rappresentava, sebbene sia stata parziale, aveva fatto il suo tempo. Era vecchia, superata.
Mi rendevo conto di entrare in una nuova stagione della vita. Ho dovuto farmi forza per tagliarla quella felicità, non è mai facile recidere il passato anche se non è stato proprio entusiasmante. Ho impugnato la sega, ho tagliato, il tronchetto. Con la piccola motosega ne ho fatto pezzetti da ardere nel camino. Mi pareva finito lì il mio lavoro, avevo compiuto quanto mi ero proposto. Poi mi sono accorto di un rametto con le foglie che giaceva per terra. Pareva chiamasse la mia attenzione. Invece di gettarlo con gli altri, l’ho raccolto, l’ho messo in un contenitore di vetro, con l’acqua. Dopo qualche settimana sono spuntate le radichette. L’altro giorno l’ho piantato nella terra, in un vaso.
È una “nuova felicità”, mi sono detto. Non so che cosa ne sarà di questa pianta, se vivrà e crescerà o se non ce la farà e morirà. Ma sono convinto che ha a che fare con la mia vita adesso. Che sebbene attraversi un periodo per nulla facile, di malattia, mi parla di cambiamento e mi suggerisce l’idea di una “nuova felicità”. Che non so in che cosa possa consistere. Cosa sarà mai? Un abbaglio frutto della mia solita fantasia? O un tipo di felicità che mi è estraneo? Che non riesco ancora a vedere, forse perché mi è vicino ma lontano da quanto ho pensato fino ad ora? Credo che come al solito abbia ragione l’insopportabile Platone: «È l’amore la passione più profonda che si scatena quando senti che qualcosa sta per cambiare». In queste faccende, ormai ho capito, è bene non ragionarci su. Conviene chinare il capo alla terra e affidarsi alla vita, e a chi la conduce. Attendere i suoi tempi. E sognare.