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Persona e famiglia > Famiglia

Federico Fellini vent’anni fa

di Mario Veneziani

- Fonte: Città Nuova


Ricorre oggi l'anniversario della morte di un grande artista, andatonese quasi in sordina, dopo averci lasciato una scia di capolavori che hanno segnato la storia del cinema

Dal set di “La strada” di Federico Fellini

Nessuno poteva credere che lui, l’immaginifico regista, morisse. Troppa l’illimitata fantasia, il miscuglio di ironia, umorismo, allucinazione, dolore, libertà e profezia: non potevano morire. Così quando vent’anni fa Federico se n’è andato, forse senza nemmeno aspettarselo troppo, è sembrato che crollasse un mondo. Lacrime, scritti, professioni di amicizia, anche da parte di chi non gli faceva più fare film negli ultimi tempi… Ma così va il mondo, si può anche approfittare della morte pur di “esserci”!

Snocciolando alcuni titoli – La strada, I Vitelloni, La dolce vita, Otto e mezzo, Satyricon, La città delle donne, Amarcord, E la nave va, Roma, Giulietta degli spiriti, La voce della luna, Ginger e Fred … – ci si trova a percorrere un cinquantennio di vita e di cinema del secondo Novecento dove ogni tappa, fosse realistica, patetica, onirica, ironica o nostalgica – anche esagerata ossessiva o misteriosa – lasciava un segno.

L’avevano capito i due attori con cui ha lavorato di più, la moglie Giulietta Masina e il grande Mastroianni, che con Fellini  vivevano una simbiosi inesprimibile a parole, e che tutta si esprimeva invece sullo schermo.

Il regista Eugenio Cappuccio, che ha lavorato a lungo con Fellini, ricorda ancora che egli sapeva offrire una opportunità a chi non era nessuno, come accadde a lui, da giovane: un tratto umano molto bello in un genio dell’immaginazione che all’apparenza pareva vivere solo nel suo mondo.

Eterno fanciullo, nostalgico di un mondo di silenzio  e di una verginale bellezza che si vedeva scomparire, Fellini è stato un profeta: uno che ha colto le idiosincrasie del suo e del nostro tempo, l’inutile corsa alla volgarità, la disumanizzazione dei rapporti nell’ipocrisia e nella vacuità di una reale immensa solitudine.

Il fanciullo-profeta, sovversivo e ironico, farfallone e piangente, aveva nella poesia trovato la strada per continuare a sperare. Celebrato come una icona vivente, superpremiato a livello internazionale, ma anche molto incompreso dalla miopia nostrana negli ultimi suoi anni, ha lasciato una scia di capolavori, finendo per andarsene quasi in sordina, rivelando così la delicatezza dentro quel corpo alto e robusto e dietro quella voce sottile, fluente da sognatore. Grazie Federico!

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