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Italia > Cinema

Favole nere

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Un film contorto, premio per la sceneggiatura a Berlino, in cui solo i ragazzini sembrano essere in grado di trovare il senso e il valore della vita.

E chi ha detto che le favole devono finire bene? Favolacce, diretto dai fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, premio per la sceneggiatura a Berlino, è un racconto cupissimo, inquietante.

L’aria romanocentrica è quella di Spinaceto, quartiere periferico della capitale con le storie di alcune famiglie che si conoscono (e non si amano troppo). Storie incomplete, amarissime, di disagi esistenziali (lavoro, casa, affetti), di rapporti difficili e soprattutto della distanza abissale tra genitori e figli, con padri tra il violento e il disperato – il bravo Elio Germano a suo agio in questi ruoli -, giovani coppie con una bambina, un padre solo con un figlio timido, insegnanti stralunati e pericolosi.

Nulla funziona come dovrebbe. Nella cupezza senza luce, spicca la solitudine dei ragazzi, vittime di padri frustrati e di madri spaesate. È la parte migliore di un film contorto, dai dialoghi faticosi da seguire, che è stato premiato forse per una certa tinta al “Pasolini delle borgate” che, per quanto lontano nel tempo, è sempre amato all’estero.

Alcuni hanno salutato il film come segno di una rinascita del nostro cinema, ma forse è troppo, anche se di fronte alle solite commedie nostrane le sopravanza. Lasciai una domanda, comunque, se la si vuole cogliere dagli occhi smarriti, senza luce e gioia dei ragazzini. Quale sarà la loro vita, quale la loro fine? Forse i genitori si renderanno conto che le loro complicazioni di adulti li hanno fatti morire poco a poco, hanno spento l’innocenza e la gioia di vivere a cui hanno diritto?

Il film non dà risposte, non vuole o non sa darle, perché manca di una qualsiasi visione non di speranza ma di un barlume di speranza (il padre che si trasferisce in casa del cugino con il figlio smarrito è una scena di dolore impressionante), e sembra quasi compiacersi del buio, raccontandolo, anzi vivisezionandolo.

Eppure dopo tanta miseria periferica – Roma metafora delle miserie del mondo? – gettata in faccia con crudeltà e con l’odore della morte, sono loro, i ragazzini, guardati con occhio dolente dai registi a dare a loro, prima di tutti, e forse allo spettatore il valore e il senso dell’esistenza, della vita. Che non va spenta, come accade nel film, ma portata avanti giorno dopo giorno, nonostante tutto e tutti.

 

 

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