Fare bene il bene

Un esercito di oltre 6 milioni di volontari sono l’orgoglio dell’Italia. Alcune novità della riforma del Terzo settore, tra luci e ombre

Si parla tanto di eccellenze, innovazione, start up, del made in Italy soprattutto per la moda, l’enogastronomia, la cultura e il patrimonio artistico italiano, ma, senza retorica, e senza nulla togliere all’estro, alla creatività, al gusto per la bellezza, c’è un’Italia sconosciuta, nascosta, che non cerca la ribalta e opera gratuitamente. Un popolo invisibile che fa bene il bene. Sono autori di grandi imprese o protagonisti silenziosi di un ordinario quotidiano, ma dovunque lasciano il segno. E hanno un’unica passione: il volontariato.

Le storie

A Battipaglia, Bettina Basso, 77 anni, da 30 anni coinvolge decine di persone, medici, volontari per la prevenzione dei tumori femminili. La domenica parte alle 13 e 30 e torna alle 2 di notte visitando migliaia di donne dai 15 agli oltre 80 anni nelle province di Salerno, Napoli, Avellino. È la presidente di Amdos (Associazione meridionale donne operate al seno). In Campania opera con 16 ambulatori che seguono le donne durante le fasi della prevenzione, del follow up e dell’assistenza psicologica. È tra le 30 persone a cui il presidente della Repubblica Mattarella ha dato di recente un’onorificenza al merito a cittadine e cittadini che si sono distinti per l’impegno nella solidarietà. «Ogni italiano – è il motto di Bettina Basso – che è in grado di fare qualcosa per il proprio Paese, per la propria regione, per le proprie donne, deve farlo. Se trovi una strada sporca, puliscila, non aspettare che sia il sindaco a farlo».
Alganesc Fessaha, medico, italiana da 40 anni, di origine eritrea, ha quasi sempre vissuto a Milano, ha vinto il premio volontario internazionale Focsiv 2017. Fondatrice dell’Organizzazione non governativa Gandhi, da 14 anni si batte per salvare i profughi che dal Corno d’Africa cercano di raggiungere l’Europa affrontando enormi rischi di ogni genere. Negli ultimi tre anni ne ha salvati più di 5.800 cercandoli dove sono: in Libia, nei campi profughi del Nord dell’Etiopia, dentro le carceri egiziane, nel limbo della penisola del Sinai. Tutto nasce da un incontro. «In Sudan – racconta – vidi un gruppo di fratellini eritrei che chiedevano l’elemosina. A causa della guerra avevano perso la famiglia e ogni cosa. Vagavano senza meta». Il loro sguardo non lascia indifferenti, è una lancia che la trafigge. Una ferita ancora aperta. «Lasciai il mio lavoro, le mie sicurezze. Da allora vivo per queste persone».
Ad Amatrice, come inviato per Città Nuova, sono arrivato, con la collega Sara Fornaro, la mattina stessa del terremoto. Oltre ad aver assistito alla distruzione come dopo un bombardamento aereo, all’orrore dei morti, al grido muto di un bambino che aveva perso la mamma, ho scoperto un’altra Italia che aveva il
volto di uomini e donne della porta accanto, non eroi ma persone impegnate, per giorni, sacrificando le ferie, nella più assoluta gratuità, delle più varie associazioni, laiche e confessionali. Erano loro la ricostruzione dei cuori, prima della ricostruzione degli edifici, delle città, dei giardini.

In questi momenti viene a galla l’Italia migliore, nascono virtuose sinergie tra associazioni, enti, Protezione civile, invece che rivalità, personalismi, autoreferenzialità. Messe in pratica, non solo nelle emergenze nazionali, sarebbero in grado di produrre buone pratiche e la risoluzione di problemi complessi e all’apparenza insormontabili.

I dati e gli effetti

L’Italia è piena di persone buone. Nel nostro Paese i volontari sono 6 milioni 663 mila, persone di età superiore ai 14 anni, mentre le associazioni, secondo il Csvnet, sono più di 44 mila. Sono l’esercito della gratuità e rappresentano il 12,6% dell’intera popolazione. Sono più diffusi al Nord e gli uomini sono più attivi delle donne. Per l’Istat la percentuale di chi presta attività volontarie cresce con il titolo di studio, tra gli occupati, tra le famiglie agiate anche se uno studio pubblicato nel volume Volontari e attività volontarie in Italia. Antecedenti, impatti, esplorazioni a cura di Riccardo Guidi, Ksenija Fonovic´ e Tania Cappadozzi, per i tipi del Mulino, dice che il volontariato non è un’attività riservata ai ricchi. Sarebbero altri i fattori che influenzano la probabilità di fare volontariato, in primo luogo le risorse socio-culturali: titolo di studio, abilità digitali, partecipazione culturale. Gli effetti benefici hanno ricadute in primo luogo su sé stessi perché l’impatto positivo sul benessere personale, sull’ottimismo, sulla percezione di una maggiore qualità della vita è garantito dall’Istat che testa anche la socializzazione, la maggiore fiducia negli altri, la capacità di collaborazione orizzontale tra gli individui. L’impatto altruistico crea legami sociali e civili e diventa per tutti una scuola di democrazia e di partecipazione.

Limiti e rischi
I consultori familiari, il recupero della tossicodipendenza, le case famiglia e tanti altri servizi sociali, oggi statali, sono nati dal volontariato che in Italia ha origine nel 1200 con le Misericordie. Permangono, però, alcuni limiti e rischi. «Il volontariato – spiega Edo Patriarca, presidente del Centro nazionale per il volontariato – in passato comprendeva meglio che doveva stare sulla strada per captare i bisogni, le fatiche, le potenzialità del territorio e saper fiutare il tempo. Oggi non sempre è così. Ci sono associazioni accartocciate su sé stesse, in difesa, troppo autoreferenziali. Ci sono opere immense lasciate morire, mentre la vocazione si difende guardando avanti, la fedeltà non è nelle cose antiche che non funzionano più».
Un’altra carenza è la solidità culturale. I valori del volontariato: la cultura del dono, il principio della gratuità, l’importanza dei beni relazionali, la fraternità, la comunione, la collaborazione, sono validi «solo se permeano tutta la società e l’economia perché costituiscono l’essenza della Repubblica». L’approdo finale del volontariato è un ruolo politico che non vuol dire l’impegno in un partito, ma operare per la polis, per il bene pubblico comune. «Ogni opera – conclude Edo Patriarca – non può vivere per conto proprio, ma deve essere assunta dalla politica. Come persona, come associazione posso fare la mia parte, ma se c’è un problema sociale – poveri, anziani, migranti, malati, ecc… – deve essere preso in carico da tutta la comunità, dal welfare, per poter essere risolto».

La riforma del Terzo settore

Dopo più di 70 anni, l’Italia ha finalmente una legge organica, una riforma del Terzo settore avviata
nel 2014 e conclusasi nel 2017, dove il volontariato resta la punta di diamante e aumenta il suo peso sociale, supplendo alle carenze delle strutture statali soprattutto nel campo sanitario e dell’assistenza sociale. In estrema sintesi, dopo la legge delega n.106/2016 si è concluso un passo fondamentale con la riforma del servizio civile universale e con altri tre decreti legislativi che hanno ad oggetto l’istituto del 5 per mille, la revisione della disciplina d’impresa sociale, il Codice unico del Terzo settore che abroga diverse normative, tra cui due leggi storiche come quella sul volontariato (266/91) e quella sulle associazioni di promozione sociale (383/2000), oltre che buona parte della “legge sulle Onlus” (460/97).
Uno dei pilastri del riordino della materia prevede che associazioni, fondazioni, istituzioni di carattere privato senza scopo di lucro acquisiscano personalità giuridica. «Si passa – commenta l’economista Stefano Zamagni – dal regime concessorio al regime del riconoscimento. È un principio filosofico importante: per fare il bene non bisogna più chiedere il permesso a un’autorità pubblica, ma devo impegnarmi a rispettare le regole del Codice del Terzo settore».
Gli Enti del Terzo settore (Ets) vengono raggruppati in 7 nuove tipologie: organizzazioni di volontariato; associazioni di promozione sociale (Aps); imprese sociali (incluse le attuali cooperative sociali); enti filantropici; reti associative; società di mutuo soccorso; altri enti (associazioni riconosciute e non, fondazioni, enti di carattere privato senza scopo di lucro diversi dalle società). Gli Ets dovranno iscriversi al Registro unico nazionale del Terzo settore: prima ce n’erano 350 in tutta Italia che nessuno controllava, e dovranno riguardare solo «attività di interesse generale per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale». Alle consuete attività del no profit (dalla sanità all’assistenza, dall’istruzione all’ambiente) se ne aggiungono – novità assoluta – 27. Ne citiamo alcune: formazione extrascolastica, universitaria e postuniversitaria, attività turistiche di interesse sociale, alloggio sociale, agricoltura sociale, riqualificazione di beni pubblici o di beni confiscati alla criminalità, adozioni internazionali. È una riforma vasta, importante, non perfetta (vedi box), ma
necessaria. Per realizzarla saranno necessari 39 decreti attuativi. Lo chiamano Terzo settore. In realtà è il primo.

 

Il volontario non è più il centro

Intervista a GIULIO MARCON, parlamentare, capogruppo di SI alla Camera dei Deputati e scrittore

Cosa cambia con la riforma del Terzo settore?
La riforma ha delle luci e delle ombre. Apprezzo le nuove norme sul servizio civile universale. Bisogna riconoscere che ci sono un miglioramento e un avanzamento con l’obiettivo di arrivare ad accettare tutte le domande di chi vuole fare il servizio civile. L’ombra è la filosofia che sta dietro alcune norme del Terzo settore. C’è un appiattimento sulla dimensione imprenditoriale.

Si riferisce all’impresa sociale?
Sì, perché vedo l’accentuazione di una tendenza presente da tempo che non mette così in rilievo la gratuità del volontariato. C’è il rischio che ci sia una mercantilizzazione delle attività di welfare con l’entrata di soggetti profit che portano al centro interessi diversi dai veri valori di aiuto alla persona. È una tendenza che c’è da anni in tutto il settore no profit a partire dagli Usa e questa riforma è nella direzione di ciò che è successo in Italia a partire dagli anni ’90: utilizzare il Terzo settore come stampella a uno Stato che non riesce più a fornire i servizi essenziali ai cittadini. Non può essere un servizio sostitutivo al ribasso, con minori costi, risorse e qualità. Ho, inoltre, molti dubbi sulla figura della Fondazione che è stata inserita all’ultimo momento. Mi è sembrata un’operazione opaca. Si rischia un soggetto che gestisce soldi, parte privati, parti pubblici, con meccanismi non chiari che vanno nella direzione di una privatizzazione della solidarietà.

Il volontariato che valori veicola per il bene comune?
All’inizio della riforma del Terzo settore il volontariato non c’era. Ci sono state molte polemiche e pressioni da parte del mondo del volontariato e un po’ si è recuperato. Dispiace che in questa riforma il volontariato non sia più il centro, mentre tende a esserlo l’impresa sociale. Il volontariato ha un ruolo insostituibile per il principio della solidarietà, della gratuità, della generosità, che sono le fondamenta del Terzo settore.

 

Una riforma con valenza costituzionale

Intervista a EDO PATRIARCA, parlamentare PD, componente della commissione Affari sociali e presidente del Centro nazionale per il volontariato

Cosa cambia con la riforma del Terzo settore?
È una riforma con valenza costituzionale perché ha ridisegnato la geografia civile del nostro Paese. Ogni settore aveva la sua legge ad hoc: il volontariato, la cooperazione internazionale, le imprese sociali, ecc… Tutte leggi nate come risposta a un riconoscimento, ma erano tutte affastellate una sopra l’altra con contraddizioni non volute, ma esistenti. Era necessario dare una cornice unitaria sul fronte civilistico e fiscale.

Quali sono i concetti chiave?
La nuova legge serve a definire una nuova identità giuridica: quella del Terzo settore. A dare voce alla sussidiarietà orizzontale prevista dall’articolo 118 della Costituzione. Gli Ets ora sono soggetti pubblici anche se di diritto privato e la legge riconosce il loro ruolo strategico per la vita del Paese. Inoltre è stata rimessa in ordine tutta la fiscalità, l’accesso al credito, la finanza sociale, il 5 per mille. Sono stati introdotti: social bonus, incentivi fiscali maggiorati, risorse del nuovo Fondo progetti innovativi e titoli di solidarietà. Si chiede in cambio trasparenza, rendicontazione, pubblicazione dei bilanci affinché tutto sia controllabile.

Inizialmente l’accusa era che il testo sosteneva più l’impresa sociale che il volontariato…
In realtà non è così perché nel Codice del Terzo settore il caposaldo resta il volontario come figura generativa di tutto il Terzo settore. Se, poi, un servizio funziona bene, cresce, si struttura, perché non aprirsi a nuove competenze fornite da professionisti? Una casa famiglia in funzione 24 ore su 24 non può
essere gestita solo dai volontari e abbiamo bisogno di un’impresa sociale. Perché demonizzarla? Ha dei divieti molto forti e ben definiti. I lavoratori vanno pagati secondo il contratto nazionale, gli amministratori non possono essere pagati più di 8 volte rispetto allo stipendio dei dipendenti, sono previste la partecipazione, la democrazia interna, il bilancio sociale. È difficile usare questa riforma così come è stata definita per fare i furbi e operazioni indecenti come è accaduto in questi anni.

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