Far circolare la speranza tra i giovani

Le nuove generazioni sono più difficili delle precedenti? Di chi sono figli i ragazzi di oggi? L’impegno di un salesiano nel mondo giovanile per offrire nuovi spazi di crescita umana e spirituale. 
Girotondo
Con grande piacere ho accettato la proposta di scrivere questo breve articolo sul mondo giovanile, perché rappresenta la sfida più importante e impellente che la nostra società è chiamata ad accettare e affrontare. Non voglio fare un’analisi (ce ne sono fin troppe) e neppure voglio dare delle indicazioni tecniche sui metodi educativi.

 

Desidero invece raccontare di storie e di progetti che aprano alla speranza e spingano noi adulti ad accettare con coraggio questa sfida: “Regole, valori, tecniche – dice Scabini, massima esperta italiana in campo educativo – sono importanti, ma per essere efficaci richiedono che vi sia una reale possibilità di fare esperienza di ciò che ha valore, di ciò per cui vale la pena di vivere. Per questo servono testimoni credibili”. E ce ne sono tanti.

 

La gioventù moderna è votata al demonio, senza dio e pigra. Non sarà mai come la gioventù del passato e non riuscirà mai a dare continuità alla nostra cultura”. Leggendo questa frase (comparsa l’anno scorso su un noto giornale), molti di noi sicuramente hanno fatto correre la memoria ai tanti articoli di giornali, telegiornali e riviste specializzate: bullismo, baby-gang, violenze riprese col cellulare e immortalate su YouTube, disaffezione allo studio e abbandoni scolastici… Però fermandomi un momento e guardando la fonte di questa notizia – esercizio sempre utile – arriva la sorpresa: è una frase scritta su un papiro fenicio di 3000 anni fa!

 

Il mio fondatore, don Bosco, ha riassunto il necessario atteggiamento di fiducia e speranza nella frase: “In ogni giovane, anche il più disperato, c’è un punto accessibile al bene. Sta all’educatore trovarlo e sostenerlo”. Per me vuol dire guardare ogni giovane con occhi attenti, ascoltarlo con orecchie pronte, cercare di capirlo con intelligenza lucida e cuore profondo, sostenerlo con volontà forte, pazienza grande e fermezza decisa.

 

Francesco

Come per Francesco, arrivato qualche anno fa nella nostra scuola superiore. In realtà, più che arrivato è stato portato dalla madre, perché ormai era destinato all’abbandono scolastico dopo una bocciatura ed un ritiro, peraltro legittime, in quanto la sua voglia di studiare ed i suoi risultati erano sottozero.

 

Francesco è arrivato nella nostra scuola non tanto per l’ambito (grafico, meccanico ed elettrico), bensì per un’esperienza rara nel Triveneto, quella del convitto per i ragazzi delle scuole superiori: sono circa 60, frequentano la nostra scuola e, per motivi di distanza geografica o per esigenze di carattere personale o familiare, vivono da noi dal lunedì mattina fino al venerdì dopo pranzo.

 

L’elemento distintivo più appropriato della vita di Francesco era “il disordine” e relative conseguenze: sostituzione del giorno con la notte (soprattutto il fine settimana), pomeriggi lasciati alla voglia del momento, cellulare sempre attaccato all’orecchio (dormiva mettendolo tra l’orecchio ed il cuscino), uso disinvolto di droghe “leggere”, alcool e comportamenti sessuali disinibiti. Insomma il vecchio adagio “bacco-tabacco-venere riducono l’uomo in cenere” o il meno vecchio “sesso-droga e rock’n’roll”.

 

Immaginatevi il suo stupore e il suo disagio nel vedersi inserito improvvisamente in una scuola di preti, dove non si può “marinare” perché la stanza in cui si dorme è al secondo piano della scuola stessa; dove il pomeriggio c’è addirittura un orario fisso in cui si studia insieme a 60 altri ragazzi; dove ad una certa ora della sera si spengono le luci e si dorme per riuscire ad essere svegli il giorno dopo… insomma un incubo! Per fortuna poter giocare a calcio, guardare film con il maxischermo, suonare nella sala prove e numerosi amici simpatici con cui chiacchierare in stanza rendevano la situazione più tollerabile.

 

Passano le settimane e noi educatori e insegnanti cerchiamo di sostenere Francesco a distanza, consapevoli che questa è la sua ultima possibilità, equilibrando legittimi interventi a comprensivi “lasciamo correre”, insieme a numerosi colloqui personali con lui e la sua famiglia, anch’essa da sostenere e guidare.

 

I risultati, seppur faticosi e inizialmente non costanti, arrivano: Francesco è intelligente, se studia capisce e quindi le interrogazioni o le prove scritte non sono più il festival del muto o il cabaret di Zelig per la gioia dei compagni. Spegnendo la luce alle ore 23, verso mezzanotte il cellulare finisce il suo lavoro di sms con fidanzata/musica/giochi e 7 ore di sonno lo trasformano da “zombie” a “studente assonnato” ed è già un mezzo miracolo.

 

A forze di parlare con insegnanti, educatori e preti passa da un iniziale e legittimo sospetto ad una schiettezza fin troppo aperta (tipica dei ragazzi di oggi). Il gioco di ruolo di stanarlo stile 007 quando la notte prova a vedere film al pc crea una sintonia e simpatia molto vera.

 

Francesco sta cambiando. È uno spettacolo vedere come ciò avvenga: per la festa scolastica si offre come dee-jay (è da sempre la sua passione discotecara) e come inviato per un servizio del telegiornale della scuola; quando scoppia qualche lite tra ragazzi il suo modo da strada e colorito – magari un po’ troppo – serve da disinnesco; ha addirittura preso sei e mezzo in matematica.

 

Cosa ha colto dal nostro ambiente? Cosa lo ha mosso? Cosa siamo riusciti a toccare in lui con i nostri tentativi spesso confusi e titubanti? Durante un dialogo con alcuni suoi compagni lo abbiamo intuito. Francesco parlava di una sua parente che lo prendeva in giro perché andava in una scuola di preti e lui con schiettezza le ha risposto: “Farebbe bene anche a te venire qui perché sei acida come un limone. Almeno qui mi ascoltano”. “Almeno qui mi ascoltano”: queste parole si sono stampate nel mio cuore e nella mia mente.

 

Ora Francesco lavora stabilmente, ha una fidanzata da tre anni (non si capacita ancora come possa stare con lei da così tanto tempo) e spesso telefona per un saluto e anche qualche battuta!

 

Alla scoperta di Dio

Giornali, tv, riviste scientifiche ed esperti parlano dei giovani con aggettivi che vanno da presentisti a fluidi da in balia delle sensazioni del momento a deboli e superficiali. Certo, vivendo assieme ogni giorno e tutto il giorno con più di 60 adolescenti e organizzando spesso ritiri e incontri formativi per molti di loro, posso sicuramente testimoniare come il vissuto interiore, spirituale è certamente gracile e alquanto insicuro. Slanci di buona volontà, barlumi di chiarezza sono spesso seguiti, anche repentinamente, da dietrofront o da posizioni passive che necessitano di continue rassicurazioni.

 

Le cose ai giovani bisogna dirle 100 volte e ancora non basta”: non è la frase di un genitore frustrato di oggi o di un religioso alle prese con un gruppo giovanile contemporaneo, ma di don Bosco che mi spinge ad accogliere le difficoltà non come le inevitabili conseguenze del declino contemporaneo, ma come una sfida.

 

Quale sfida più grande per la crescita interiore della celebrazione dei sacramenti? Quando nel nostro istituto professionale abbiamo programmato le confessioni comunitarie sembrava una battaglia persa. Abbiamo perciò cercato di prepararla bene, annunciando l’appuntamento durante un momento comunitario degli studenti e spiegandone il significato in modo più disteso durante un’ora di religione; portando una classe alla volta in chiesa, insegnanti compresi; offrendo per tutti spunti di riflessione ed esame di coscienza, ma lasciando ogni giovane libero di accostare o meno i numerosi sacerdoti; creando un’atmosfera di silenzio e sacralità con la musica di sottofondo e preparando dei libretti con dei brevi racconti per chi avesse deciso di non confessarsi o per chi, finita la confessione, avesse voluto rimanere un po’ in silenzio in chiesa.

 

Ricordo Fabio, giovane “discotecaro”, che si è avvicinato e mi ha confidato la sua lontananza dalla messa e dalla confessione dal tempo della cresima. “Cosa ti ha spinto a venire oggi?”. “Non so bene – è stata la sua risposta sincera – ma sentivo che dovevo dirlo a qualcuno”. E ha aperto il suo cuore, la sua vita, le sue difficoltà, i suoi legami familiari e con le ragazze.

 

Ha consegnato la sua interiorità così pesante, inizialmente magari solo al prete simpatico, o forse anche a se stesso, prendendo la confessione come uno sfogo. Ma piano piano, celebrazione dopo celebrazione, quadrimestre dopo quadrimestre, la coscienza si è formata e si è dilatata, fino a capire che dietro e nelle mie parole c’era la presenza di un Dio che lo ama personalmente.

 

E così ha iniziato ad apprezzare questo momento così personale, sicuro di essere ascoltato, consigliato e accompagnato. Rancori, vizi, legami non sani, dubbi su Dio, sulla fede, sulla Chiesa sono stati in questi anni il pane quotidiano del sacramento, insieme a speranze e gioie e passi in avanti. Finita la scuola, la sorpresa: mi ha invitato alla messa di ringraziamento per i cento anni della sua bisnonna.

 

A questi momenti per tutti abbiamo poi alternato delle uscite di due giorni fatte di vita insieme, grigliate, camminate, ma anche di preghiera, incontri di gruppo e ascolto di testimonianze di vita cristiana. Insieme a Paolo – un mio confratello che vive e lavora in una casa per bambini in affidamento – ne abbiamo organizzato una con un gruppo tra i più restii alla preghiera. Li abbiamo sfidati e incuriositi dicendo loro che era una uscita adatta solo per coloro che fossero abbastanza maturi da saper incontrare chi vive con bambini abbandonati, chi vive una vita monacale (vicino alla comunità dei bambini c’è un eremo camaldolese) e per coloro che avessero accettato di fare l’esperienza personale di silenzio.

 

All’inizio della giornata con Paolo abbiamo affidato tutto a Dio, chiedendo che fosse solo Lui a parlare, presente nel cuore dei ragazzi e in mezzo a noi per l’amore reciproco che unisce le nostre vite. Con decisione e sincerità Paolo ha raccontato la sua esperienza di amore concreto e sofferto verso questi bambini abbandonati, come viveva il suo legame con Dio, le sue preghiere, i suoi dubbi e le sue speranze. La Parola di Dio annunciata, spiegata e pregata dai monaci come fonte della loro vita, ha aperto poi il momento di silenzio: 45 minuti da gestire in modo autonomo all’interno di un grande parco naturale. Nel mio cuore una grande paura: avrebbero chiaccherato, si sarebbero trovati a coppiette, a fumare o… peggio.

 

Ho affidato tutto a Dio con un atto di fede in Lui che è nel loro cuore come nel mio e dopo qualche minuto ho iniziato con tranquillità a passeggiare per il parco. Ancora una volta i ragazzi mi sono stati maestri: forse credevano più loro in quello che abbiamo proposto, di quanto io credessi in loro. Il silenzio regnava sovrano: una ragazza, agnostica (così si definisce lei), mi ha confidato che le era piaciuto fare silenzio e riflettere sulle domande proposte dopo il brano del Vangelo. Piccoli semi…

 

 

 

 

 

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