Famiglia scelta possibile?

Articolo

Un giorno – mi racconta Federico – dovevamo attaccare alcuni quadri in cucina. Dopo il primo chiodo, a Barbara viene in mente di cambiare la disposizione. Ma non stavano bene come avevamo detto?, pensavo, avendo preso tutte le misure… Allora, piantali come vuoi tu!, mi ha urlato lei. E se n’è andata. Infastidito prendo il martello. Poi, penso a cosa è più importante: il quadro o il rapporto tra noi? Barbara, forse, pensando lo stesso, è tornata in cucina: ci siamo chiesti scusa. E abbiamo deciso insieme come metterli: stanno molto meglio ora e hanno un significato preciso per noi. Come a Barbara e Federico, in certe occasioni ci sembrerebbe più facile fare le cose da soli piuttosto che in due. Perché spesso non la pensiamo allo stesso modo. Dormire con le tapparelle alzate, mettere le cose dove sono più comode a lui o a lei, ascoltare la sua musica, andare al cinema piuttosto che guardarsi una partita… Sono proprio le banalità, e non gli eventi traumatici, la causa di tante divisioni. Infatti, appena dopo un anno, il 66 per cento dei rapporti – dicono i dati europei – entra in una zona buia. L’illusione che la vita da single sia più gratificante, generata dalla continua esposizione alle incompatibilità della convivenza, frantuma il sogno. Non spegne però in fondo al cuore il desiderio, connaturato ad ogni essere umano, di condividere la propria vita con lui o con lei e farlo per sempre. E si rimane insoddisfatti… Quali strade percorrere per la realizzazione personale e di coppia? L’aumento di separazioni e divorzi ha reso più consapevole la spinta a realizzare una famiglia che non tramonta: quella che chiamano endu- ring family. Si è coscienti che vivere in relazione non è scontato ed è impossibile senza impegno. Si apprezzano e si indagano gli strumenti che aiutano a far funzionare il matrimonio. Per soddisfare questa esigenza, si moltiplicano convegni e corsi di formazione per fidanzati e coppie sposate. Anche la ricerca sembra impegnarsi a trovare una formula per la resistenza coniugale. Negli Usa, una serie di studi guidati da David Olson, professore di psicologia dell’Università di Minneapolis, ha prodotto un questionario che è diventato un fenomeno: tre milioni le persone che lo hanno compilato, 50 mila i consulenti matrimoniali che lo consigliano. Le domande consentono di conoscersi più in profondità. E ciò migliora il rapporto nell’80 per cento dei casi. Le buone regole E l’esperienza di famiglie consolidate cosa dice? Nella pratica, quando si è stanchi morti perché si lavora tutto il giorno e ci si vede un’oretta la sera, mentre si cucina la cena, si mangia velocemente, si rigoverna, si mettono a letto i bambini e poi inizierà il turno di notte, quando si sveglieranno la prima, la seconda, la terza volta: è possibile star bene in coppia? Si ricava innanzitutto una regola d’oro: la salita è dura, ma porta in vetta. Fuori metafora, si raggiunge la meta solo spostando il baricentro da sé stessi, ascoltando i bisogni dell’altro o dell’altra. C’è un primo ostacolo che si incontra: non sentirci amati abbastanza. Per superarlo, bisogna farsi coraggio. Fare la prima mossa per costruire l’amore. Francesco, una quarantina d’anni, sposato da 13, l’ha sperimentato: Domenica sera – racconta -, una discussione per i figli finisce con la classica porta sbattuta. Esco, mi sento ferito e isolato da una famiglia che vedo due ore al giorno e per un week-end alla settimana. Ognuno fa il suo programma ed io devo sottostare a quello degli altri. Ciò che mi fa più male è che Adriana è schierata con i figli. Cammino. Direi piuttosto che mantengo un’andatura da marcia. Torno a casa verso le 22. Vado a letto senza salutare nessuno. Al mattino, come sempre, mi alzo mentre gli altri dormono ancora, vado al lavoro, ma sono agitato. Non riesco a concentrarmi. Penso: Non c’è più nulla da fare, sarà sempre così. Dentro la tempesta infuria, ma tra le mille voci che si alzano ne avverto una, sottile e pacata: importa amare. Così prendo la cornetta, compongo il numero e telefono ad Adriana. Sento in quel momento che tutto, anche se ancora non risolto, è sparito. È tornata la serenità. Poi la sorpresa: Ti stavo chiamando anch’io, mi risponde lei. Il rischio in molte situazioni difficili è di sentirsi vittima e chiudersi in se stessi, innescando una spirale negativa che allontana. Invece, bisogna credere che siamo chiamati a vivere insieme. Come una squadra, tenendo a mente la parola d’ordine: Ricominciare . Per farlo, basta un attimo. Chiara e David, sposati da pochi anni, ne hanno fatto il programma del loro matrimonio, impresso sulle bomboniere di nozze. Ma perché questa frase? È la seconda volta che ti sposi?, gli ha chiesto qualcuno: evidentemente non era quello il senso. Per noi, significa che – raccontano – dopo esserci detti sinceramente quello che non va, siamo pronti a perdonare l’altro, dandogli un’altra possibilità tutta intera e non a metà. Lui, lei, la società Alcune difficoltà nascono perché la coppia si ritira eccessivamente in sé stessa. Fare la spesa, scarrozzare i bimbi in qua e in là, il lavoro, la spesa, la casa… Lentamente inaridiscono. E le incomprensioni divengono problemi insormontabili. La frequentazione di altre famiglie non è solo uno svago. Aiuta a capire le proprie difficoltà e le ridimensiona. Aprirsi agli altri nella solidarietà è l’ossigeno che consente di non soffocare nell’egoismo. Purtroppo, spesso, le famiglie non sanno di essere un’autentica risorsa – dice Luisa Santolini, presidente del Forum delle associazioni familiari -. Vivono nel bene e nel male la loro vita nella convinzione che tutto si gioca nel chiuso della propria casa, che gioie, dolori, speranze e sconfitte, tragedie e conquiste sono e restano un fatto privato. Ogni sua scelta invece ha un risvolto sociale. Un grosso problema è il troppo lavoro. Questo non lascia spazio alla vita privata e succhia la vita di famiglia… La libertà del sistema produttivo – afferma ancora la Santolini – prevarica quella delle sfere individuali, subordinando gli individui all’impersonale legge del mercato. La società deve diventare a misura d’uomo. Con al centro la persona e la famiglia, e non con queste funzionali ad essa. È fondamentale che si arrivi ad armonizzare i tempi della famiglia e del lavoro. Ciò può sembrare un’utopia, specie nelle grosse città, dove non ci sono reti familiari forti di nonni e parenti, occupati anch’essi o lontani, e gran parte del tempo si impiega negli spostamenti. Anche per questo, si rimanda più avanti negli anni il progetto di avere un figlio. E difficilmente se ne hanno più di uno. Come conciliarlo con la professione, per cui si è studiato tanti anni? Negli asili nido i posti sono pochi, le baby-sitter costano e poi dispiace farlo crescere ad un’altra persona; per non parlare della fatica fisica, del tempo che ruba alla vita privata… Nonostante il coro del chi te lo fa fare?, si registra un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi decenni: un numero sempre maggiore di donne, sette su dieci nell’ultimo anno, mette al primo posto la maternità rispetto alla carriera. Il lavoro, infatti, è una funzione sociale – spiega Vittorino Andreoli -, la maternità è una relazione totale che impegna l’affettività. E fa acquisire una parte potenziale non ancora svelata di sé. Tuttavia, la società dovrebbe consentire ad una donna di essere madre e professionista con parità di diritti e di successo dell’uomo. Lavoro flessibile, asili aziendali, congedi parentali sono alcuni strumenti per venire incontro alle famiglie. Ma non bastano: le statistiche parlano chiaro. A distanza di 20 mesi dalla nascita dei figli, il 20 per cento delle neomamme lascia l’occupazione. Di queste, il 70 per cento lo fa di propria volontà (dati Istat). Perché sono troppi gli ostacoli. Intanto sempre più spesso nelle famiglie si rivedono gli stereotipi. A Torino, per esempio, nel 2003 il numero dei padri che ha chiesto un congedo parentale per accudire i figli è cresciuto del 200 per cento. L’interscambiabilità dei ruoli e la divisione dei compiti aiuta a condurre più facilmente il ménage. Stefano e Loredana hanno tre figli: Giulia di 9 anni, Chiara di 7, Daniele di 4. Sono sposati da 11 anni e vivono a Bolzano, dove lavorano: lui come tappezziere, lei in banca. Quando Loredana doveva rientrare a lavoro – racconta lui – dopo il periodo di astensione per maternità dell’ultimo figlio, ci chiedevamo quali conseguenze avrebbe portato sulla famiglia questa soluzione. Ne abbiamo parlato a lungo. Poi, abbiamo deciso di sacrificare una parte dei nostri ideali professionali, per essere entrambi partecipi in famiglia, alternandoci negli orari e nei ruoli. Abbiamo chiesto – continua lei – una riduzione di orario per me e una maggiore flessibilità per Stefano. Così, alcuni pomeriggi sono presente io, altri il papà. Non è facile far fronte a tutte le spese, ma è più forte l’esigenza di seguire da vicino la crescita dei figli. PATTINATORI SUL GHIACCIO Intervista ad Alessandro D’Alatri In genere il cinema va a fotografare l’atto finale della crisi di coppia, con il tradimento, eccetera. Casomai di Alessandro D’Alatri sposta l’obiettivo e offre spunti diversi. Come nasce l’idea del film? Quello che interessava a me era andare alla radice: come è possibile che siano così tante le coppie che sbagliano? Come è possibile che si siano giurate eterna fedeltà, abbiano progettato insieme cose meravigliose, e poi tutto decada così violentemente? Ho scelto la famiglia perché è quella che in questo momento è più sottoposta all’attacco del mondo esterno: difensori glamour non ce ne sono. Cioè, gli attori, i cantanti, i calciatori, gli eroi della nostra società sono proprio quelli che più di tutti praticano la desertificazione del sentimento, della famiglia appunto, dell’umano. Quindi della società. Nel film, l’immagine della coppia di pattinatori artistici sul ghiaccio nella continua ricerca dell’equilibrio, rappresenta l’amore tra un uomo e una donna. Cosa può farli cadere? Con Anna Pavignano, abbiamo letto centinaia di sentenze di divorzio: ci sono forti pressioni che vivono due persone che stanno insieme.Oggi assistiamo al fenomeno consumistico dei sentimenti, esattamente come quello relativo alle merci. La radio rotta non si aggiusta, si cambia. Così il partner. La società nichilista punta solo al raggiungimento del bene materiale immediato, neanche in prospettiva. Tutto deve essere facilmente guadagnato, ora e subito.Vedo gente che divorzia a settant’anni, dopo 40, 50 anni di matrimonio, proprio nel momento in cui dovrebbe sostenersi di più. È il prodotto immaginifico dei media: fa moda essere single impenitente o un traditore, o uno che ha molte donne o uomini, piuttosto che essere una persona corretta, che ha famiglia, che vuol bene ai suoi figli e che lavora in previsione di una vita, non solo sua, ma di quella delle generazioni che verranno. L’assenza di investimento nel divenire è la cosa più grave che c’è. Anche le strutture sociali non aiutano la coppia… Non aiutano affatto. Oggi avere un figlio, due figli, tre figli è come avere una, due, tre Ferrari, con dei costi di mantenimento enormi che non vengono risolti da nessuno. Si detraggono le tasse per le spese veterinarie per il cane, e non quelle per la palestra dei bambini, mentre la costituzione prevede che lo sport debba essere gratuito. Molta gente fa dei divorzi fittizi, perché la persona divorziata è più tutelata di chi manda avanti la famiglia. Fa più comodo una coppia divisa che una sposata. Perché due entità familiari significano di conseguenza due case, due automobili, due lavatrici, due dentifrici… tutto doppio. Ma non si può pensare di risanare l’economia di un paese, se non si risana l’economia sentimentale di una famiglia.Vedo tanta buona volontà di persone che da sole, si associano in piccole realtà più o meno grandi. Ma non basta, serve che partiti, legislatori, politici si facciano carico di questo. Alcuni lo hanno messo in programma, ma all’atto pratico non succede niente. Casomai è il film più politico che abbia fatto perché parla di quello di cui non si occupa più la politica, cioè la vita delle persone. La famiglia secondo Giordani Il matrimonio è fondato su un elemento divino: l’amore. Dio è amore e il matrimonio è fondato su Dio che si manifesta come amore. Se i due sposi si amano,Dio passa tra di loro; due sposi che perdono tempo a non amarsi, sono due creature che perdono tempo a morire, perché la vita non ha più senso, la famiglia non esiste più. (Igino Giordani, La famiglia. Ricordi, pensieri, Città Nuova, 1994)

Leggi anche

I più letti della settimana

Altri articoli

Simple Share Buttons