Fahrenheit 9/11

È affermando di sentirsi il più patriota degli americani che Michael Moore ha ricevuto la Palma d’Oro per questo documentario, all’ultimo Cannes. Analizza quanto è successo al suo popolo negli ultimi quattro anni e critica la presidenza di Bush. Il film coinvolge sin dall’inizio e per l’ironia del commento fuori campo dell’autore si mantiene leggero, anche se colpisce al momento giusto con rivelazioni sconcertanti ed emoziona non poco. Elezioni dall’esito non chiaro, dopo che decine di migliaia di afroamericani della Florida sono stati privati del diritto di voto, rapporti di affari dei Bush con la famiglia Bin Laden e con i Sauditi, i cui investimenti sono l’8 per cento della ricchezza americana, guerra voluta per interessi economici, propaganda basata sulla paura per piegare l’opinione pubblica a favore dell’intervento. E il reclutamento subdolo dei soldati nei ceti poveri, la delusione dei feriti non ben curati, l’amarezza dei genitori dei caduti. Per tutto il tempo si è sotto la luce di una ragione che espone con sicurezza, anche se con toni pacati, passando con disinvoltura da interviste chiarificatrici a riprese finora sconosciute, a particolari fotografati con attenzione per svelare atteggiamenti inqualificabili. Come nella scena che ci mostra il presidente rimanere fra i bambini dell’asilo per sette lunghi minuti, dopo aver appreso dell’attentato alle Torri, o in quella dei suoi preparativi per parlare in tv. Le espressioni, trascurabili normalmente, ma significative nel contesto, colpiscono quanto le inquadrature con morti e feriti, rese familiari dai telegiornali. Ne emerge l’esperienza collettiva del popolo americano, vittima di una manipolazione mediatica e dell’irresponsabilità di una parte della classe dirigente. La logica dello smascheramento conclude positivamente, ricordando un principio assai noto a quanti si impegnano per la pace: che le guerre non sono fatte per essere vinte, ma per perpetrarsi lungamente, a vantaggio di pochi che tramano nell’ombra

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