Chi fa le faccende domestiche?

La necessaria condivisione dei lavori di cura dentro l’ambito familiare fra giochi di ruolo e responsabilità condivisa. Una testimonianza che parte da lontano ed è sempre attuale

Quando ci si sposa si deve essere consapevoli dell’impegno che ci si assume. Entrambi i coniugi hanno diritti e doveri e ognuno dei due è tenuto ad offrire il proprio contributo, nel limite delle proprie risorse e capacità.

Che uomini e donne siano due mondi differenti, ognuno con le proprie caratteristiche, è lapalissiano.

Solo l’amore può unire due esseri così diversi e farli procedere insieme nel cammino iniziatico della vita a due. Quando le esigenze dell’uno e dell’altro vengono riconosciute e soddisfatte, ciascuno si sente innamorato, libero e corresponsabile.

Una rigida distinzione dei ruoli nella conduzione dei lavori domestici e nella cura delle molteplici esigenze familiari, sostanziata da vecchie scuse del tipo «lavare i piatti, fare il bucato, passare l’aspirapolvere, cambiare il pannolino al bambino, non è lavoro da uomini», è antistorica perché retaggio di modelli di vita familiare del secolo scorso, ormai decrepiti.

E ciò soprattutto se anche la moglie ha un lavoro da svolgere fuori casa, al quale aggiungere tutte le incombenze del lavoro domestico: un doppio carico, troppo grande cui attendere da sola, che genera stanchezza e frustrazione.

Spesso il marito non aiuta nei lavori di casa semplicemente perché non è stato educato a farlo, per cui, soprattutto all’inizio della vita matrimoniale, può sembrargli addirittura strano il fatto di essere tenuto a collaborare anche per piccole incombenze assolutamente alla sua portata.

Esistono situazioni estreme paradossali.

In Italia, secondo una rilevazione l’Istat che riguarda i coniugi o i conviventi tra i 25 e i 64 anni, sono 970mila le famiglie, con e senza figli, dove la donna risulta occupata a tempo pieno o part time, mentre l’uomo è in cerca di occupazione o inattivo (pensionato o comunque fuori dal mercato del lavoro). È giocoforza che in questi casi sia il coniuge che rimane suo malgrado a casa ad occuparsi dei lavori domestici, lo voglia o meno.

In Egitto, Samir, una donna di 28 anni, dopo solo due settimane di matrimonio si è separata dal marito, disposta persino a restituire la mahr, la dote offertale dalla famiglia dello sposo affinché accettasse le nozze come da tradizione, pur di divorziare. La motivazione? Il marito Mohammad di 31 anni, che ha un negozio di abbigliamento lasciava agli impiegati la gestione dell’attività commerciale e trascorreva la maggior parte del tempo a casa a rassettare, ordinare e pulire. Samir si annoiava terribilmente, perché il marito voleva fare tutto lui a casa, non lasciandosi mai aiutare da lei, facendola «sentire come un’ospite fissa di un hotel». La mamma e la sorella di Mohammad sono rimaste stranite dal comportamento del giovane, che, secondo la loro versione, quando viveva con la famiglia di origine non faceva assolutamente niente in casa.

Un ricordo personale

Nella mia famiglia di origine, mia madre era l’unica a doversi occupare della gestione e cura della casa, in un contesto di famiglia “allargata”, costituita da quattro figli, i nonni e i bisnonni materni, e persino tre cugini ospiti da noi per proseguire negli studi superiori nella nostra città considerato che nei rispettivi paesi di residenza c’erano solo le scuole primarie. Mia madre aveva fissato precise regole: ciascuno degli abitanti la casa (fossero figli, nonni/bisnonni, cugini) doveva collaborare attivamente nella gestione delle incombenze domestiche. Noi ragazzi, prima di andare a scuola dovevamo rigovernare le proprie stanze, rifarci il letto, lucidarci le scarpe, lasciare le proprie cose in ordine. E dopo pranzo, a turno, c’era da sparecchiare e da lavare piatti e stoviglie. L’unico esonerato era mio padre, essendo il solo ad avere un lavoro che lo impegnava fuori casa l’intera giornata (era un pediatra d’altri tempi, che si recava a domicilio di quanti ne richiedevano l’intervento, per qualunque emergenza si presentasse, in un’epoca in cui la mortalità infantile era elevata).  Il rispetto di queste regole è stato somatizzato da tutti noi, in modo utile per le rispettive esperienze matrimoniali cui abbiamo dato vita, senza traumi.

 

           

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