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Italia > Politica

F35. Una lettera per Monti da Firenze

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni


Esponenti cattolici e protestanti chiedono un dibattito serio in Parlamento sull’acquisto di caccia bombardieri e invocano l’intervento del ministro Riccardi. Intervista al professor Marco Bontempi

F35

L’Italia come portaerei naturale di una serie di basi militari disseminate sulla Penisola? Oppure un ponte di pace nel Mediterraneo e nel mondo, come indicava la profezia di La Pira? Non poteva che partire da Firenze una lettera senza fronzoli sui caccia bombardieri JSF F35 diretta all’ammiraglio Di Paola, ministro della Difesa, e, per diretta e interessata conoscenza, al ministro della Cooperazione internazionale Andrea Riccardi.

La firmano assieme esponenti cattolici e di alcune Chiese protestanti. In questa città il dialogo ecumenico e interreligioso ha prodotto, da anni, una condivisione che non si ferma alle celebrazioni, ma arriva a prendere una posizione comune su temi emergenti, sui quali si è chiamati a rispondere come cristiani. La questione del progetto di acquisto dei caccia bombardieri, programmata da decenni e arrivata a maturazione nel pieno della crisi economica, mette in discussione l’intera politica estera del nostro Paese. Ne parliamo con Marco Bontempi, uno degli estensori dell’appello, professore di Sociologia all’università di Firenze e coordinatore del Centro diocesano per il dialogo ecumenico.

Proprio in questi giorni, il direttore per gli armamenti, generale De Bertolis, ha confermato alla commissione difesa della Camera che sono stati già acquistati i primi tre caccia bombardieri JSF F35 sui 131 programmati.Come pensate di incidere con il vostro appello che invita a vincere il male con il bene?

«Il versetto della lettera ai Romani con cui apriamo il nostro appello esprime quel realismo proprio dei cristiani che prendono sul serio le scelte dell’esistenza e sanno comprendere che l’accettazione di adeguarsi al male ci ha portati al disastro degli interventi di "polizia internazionale", con i fallimenti annunciati, come in Somalia e Kosovo, per fare degli esempi che tutti comprendono. La stessa evidenza storica di questi ultimi anni mostra come un appello a vincere il male con il bene non appartenga a persone aliene dalla realtà, ma esprima un principio che deve guidare le scelte strategiche di chi governa. Affermare che questi, come altri investimenti colossali nelle armi, siano necessari nell’ottica delle alleanze consolidate a livello internazionale ci mette fuori dal Vangelo e dalla Costituzione, che sono i nostri punti di riferimento».

Non potete ignorare, tuttavia, che le scelte compiute dai governi di vario colore che si sono succeduti hanno seguito una linea diversa da quella che indicate.

«Siamo perfettamente consapevoli di non essere allineati con alcuno schieramento. Così penso sia evidente l’esaurimento della tensione etica da parte di una classe politica molto lontana dai tempi della Costituzione. Abbiamo una Carta fondamentale che non è presa sul serio. La stessa insistenza sul numero dei posti di lavoro assicurati dalle commesse dei velivoli da guerra è eccessiva, come dimostrano molte analisi realiste dei tecnici. La situazione di crisi internazionale in cui ci troviamo, a un passo dalla bancarotta della Grecia, dovrebbe indurre alla responsabilità. E vediamo nell’attuale governo una presenza di personalità che hanno la cultura e l’esperienza giusta per incidere nel riconsiderare le scelte di fondo che sottostanno a questi piani di armamenti, suscitando un dibattito serio in Parlamento. Penso evidentemente al ministro Riccardi che conosce bene cosa voglia dire vincere il male con il bene. È il realismo politico, dopo il disastro delle operazioni in Iraq e Afghanistan, che impone di abbandonare la strategia di una politica estera intesa come presenza nei conflitti a livello internazionale per la difesa dei propri interessi. Ci vuole un intervento attivo e continuo per preparare il terreno della pace. Ad esempio, non possiamo abbandonare la Libia al proprio destino, cercando di pensare solo al mantenimento dei nostri interessi, ma dobbiamo pensare assieme agli interessi di tutti. Non si tratta di muoversi solo quando scatta la minaccia o bisogna fare l’elemosina. Non regge l’impostazione che vede la realtà fatta di persone pronte solo a picchiarsi in modo da essere legittimati nel picchiare più duro».

Un’impostazione così alternativa da dove nasce?

«Da un cammino fecondo nella città tra persone di diversa confessione cristiana e fede religiosa, come ebrei e musulmani, dove la propria appartenenza di fede non viene diluita ma rafforzata nell’esercizio della cittadinanza». 

Riproduzione riservata ©

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