Ezio Bosso, maestro di profondità e leggerezza

Aveva solo 48 anni il grande compositore e pianista torinese Ezio Bosso, stroncato da una malattia neurodegenerativa con la quale conviveva da anni. Gli italiani l’avevano scoperto e immediatamente amato quando venne ospitato al Festival di Sanremo del 2016, anche se a lui quel contesto non piacque granché.

Ezio Bosso è un grande artista capace di commuovere, di parlare col cuore – e al cuore della gente – attraverso la sua musica. Uno dei pochi capaci di sdoganare la musica colta rendendola intrigante anche alle platee popolari.

L’ultima volta ci eravamo visti  febbraio, per un evento televisivo dedicato ai 150 anni di Roma Capitale, uno speciale televisivo al quale aveva partecipato con gioia e supportato dalla sua solita verve, un mix di dolcezza e humour che era uno dei tratti salienti del suo modo di essere. Avevamo scherzato dietro le quinte, chiacchierando sul nostro Toro che ci faceva sagrinare più del solito. In quell’occasione, non potendo più suonare per via della malattia, diresse l’Orchestra dell’Opera di Roma in due celeberrime sinfonie, quella da “Le Nozze di Figaro” e quella dal “Barbiere di Siviglia”. Credo sia stata una delle sue ultimissime apparizioni pubbliche.

La sua era musica dell’anima, nel senso più autentico del termine, nutrita da una sensibilità umana forgiata dal dolore, e sempre mediata da una cultura – musicale e non solo – insieme alta e contaminata dal basso, respirata a pieni polmoni in quella sua Torino, dove aveva cominciato il suo percorso artistico grazie al fratello musicista e a una zia pianista.

Ezio Bosso con Franz Coriasco
Ezio Bosso con Franz Coriasco

Dopo l’esordio in Francia appena sedicenne, Ezio aveva poi continuato a girare il mondo, vivendo tra Londra e Bologna, lavorando con le orchestre più prestigiose, invitato negli eventi e sui palchi più celebri del pianeta: dalla londinese Royal Albert Hall alla Sydney Opera House, dal Teatro Colòn di Buenos Aires alla newyorkese Carnegie Hall. Un curriculum straordinario trapuntato di collaborazioni e commissioni che ne certificano anche il notevole eclettismo espressivo: Ezio ci lascia cinque sinfonie e quattro opere, composizioni pianistiche e per archi, musica vocale e per balletti. Ha composto anche per il teatro e per il cinema: per esempio le colonne sonore dei film Io non ho paura, Quo vadis baby e il recente Il ragazzo invisibile di Salvatores, cui vanno aggiunti alcuni album solisti, l’ultimo dei quali è The 12th Room del 2017.

Una bacheca stracolma di premi e onorificenze, anche se l’impegno a cui più teneva era quello con l’Associazione Mozart 14 dell’amico maestro Claudio Abbado di cui è stato fino all’ultimo ambasciatore e testimonial: un progetto che continua a diffondere l’amore per la grande musica anche nei luoghi meno convenzionali come carceri e reparti neonatali, fra i migranti, o in realtà sociali degradate. Anche questo ci dice dell’anima e dell’umanesimo onnicomprensivo di quest’uomo-artista che non ha mai smesso di credere nella forza salvifica e terapeutica dell’arte e della bellezza. Oggi il sito dell’Associazione lo ringrazia un’ultima volta riportando una delle sue frasi più belle: «La musica ci insegna la cosa più importante che esista: ascoltare ed ascoltarci l’un l’altro».

Ciao Ezio, anche se la tua musica vivrà per sempre, ci manchi già tantissimo.

 

 

 

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