Enrico Venturi, in arte Evrint Bless, ha ventotto anni. È nato a Porretta Terme, sull’Appennino, e oggi vive in Toscana. Luoghi di passaggio, di confine, di attraversamento. Non è un dettaglio geografico: nel suo modo di stare al mondo c’è l’idea di un cammino continuo, mai di una posa definitiva.
Enrico è uno di quei ragazzi che ti sorprendono per contrasto. Fa una musica che può apparire dura, a tratti aggressiva, ma basta fermarsi un momento con lui per capire che quella tensione nasce da tutt’altro luogo: da un ascolto profondo dell’altro, da una fame autentica di relazione.

Enrico Venturi, in arte Evrint Bless (foto dell’artista)
Enrico ascolta davvero. Quando gli racconti qualcosa che ti è accaduto — una gioia, una ferita, una scoperta — lui resta lì. Non interrompe, non anticipa, non traduce subito in parole proprie. Ha qualcosa dello stupore dei bambini quando ascoltano una storia e vogliono sapere come va a finire. Non a caso Come nelle favole è anche il titolo di una sua canzone.
Questa qualità attraversa tutto il suo percorso umano e artistico. Enrico è un ragazzo buono, nel senso più concreto e meno ingenuo del termine: capace di restare aperto anche quando il mondo spinge alla chiusura, qualità oggi sempre più rara. La sua musica nasce da qui, dal bisogno di dire ciò che spesso resta chiuso dentro.
La sua identità musicale prende forma nel rap, ma si nutre di molte altre esperienze: trap, emo, sonorità alternative, fino a quell’hardcore emotivo — a cavallo tra metal e pop — che Enrico ama visceralmente. Un territorio sonoro dove la voce diventa corpo, sfogo, necessità, verità.
Prima ancora di affermarsi come artista solista, ha militato come chitarrista e screamer in contesti metal, un’esperienza che ha inciso in modo profondo e fisico sul suo rapporto con la musica e con la scrittura. Nei suoi testi emergono fragilità, conflitti interiori, domande sull’identità e sul senso di sé. Non c’è ricerca di tendenza né posa generazionale: c’è materia emotiva conosciuta, attraversata e poi restituita. Anche quando il suono è duro, ciò che arriva è profondamente umano.
Il riconoscimento pubblico arriva nel 2016 con la vittoria del contest Honiro OSG16, insieme a Ultimo, e con la partecipazione alla posse track omonima. Più che un traguardo, è un passaggio: l’ingresso in un sistema musicale complesso, fatto di numeri, aspettative, promesse. Un’esperienza che lo spinge a interrogarsi ancora di più sul senso del fare musica oggi.
Dal primo album Materia (2017) fino a Feels nel marsupio (2024), il suo percorso racconta una crescita lenta e coerente. Ogni progetto è una tappa necessaria, non una rincorsa al successo. C’è il tempo della rabbia, quello della distanza, quello della cura. E poi una scelta sempre più chiara: non sacrificare la propria integrità al ritmo compulsivo della produzione continua.
Oggi Enrico lavora anche come produttore, consulente e direttore artistico in ambito digitale, affiancando artisti indipendenti. Ma anche qui il punto non è la tecnica: è la relazione. Aiutare gli altri a costruire percorsi che somiglino davvero a ciò che sono, senza maschere o sovrastrutture inutili.
In fondo, Evrint Bless è questo: uno che fa musica intensa perché sente intensamente. Sarà per questo che mi ha colpito subito con la sua sensibilità. Uno che non ha paura di ascoltare, di fermarsi, di restare vulnerabile. E che continua a credere che raccontare — e raccontarsi — sia ancora un modo per stare insieme.