Everest

Raffiche di vento gelido, appena mitigate dal caldo sole di mezzogiorno, sferzano lo sperone di roccia del Khala Pattar, facendo sventolare senza sosta la corona di bandiere della preghiera e di kata, le sciarpe votive di seta che lo avvolgono. Questa montagna nera, 5.600 metri di quota, considerata qui poco più che una collina, è la più straordinaria terrazza sull’Everest che esista, la meta del nostro e di centinaia di altri trekking che ogni hanno animano la valle del Khumbu. In quei pochi metri quadrati ci stringiamo la mano, ci scambiamo pacche sulle spalle, qualcuno si lascia andare ad un abbraccio. Poi cominciamo a guardarci attorno. Davanti ai nostri occhi increduli, che stropicciamo non solo per vincere l’appannamento dello sforzo immane compiuto per salire quassù dove l’ossigeno si è fatto così raro, lo spettacolo è incredibile: per 360 gradi l’orizzonte è disegnato solo da vette, grandi e piccole, avvolte di neve immacolata, colonne d’avorio dell’immenso cielo azzurro. Il profilo candido delle cime rende ancora più incombente l’impressionante triangolo nero dell’Everest che domina la scena, con quel pennacchio di neve, sollevata dal vento, che ne smussa la sommità. Improvvisamente si risvegliano nella memoria i racconti di tante spedizioni, letti al caldo del caminetto di casa, e, con lo sguardo, ripercorriamo, affascinati, ogni segmento della cresta: dapprima quella di Nord-Est, dove perirono, nella prima vera sfida all’Everest, Mallory ed Irvine, l’8 giugno del ’24; poi il Colle Sud, 7934 metri, la sella incuneata fra il Lhotse, silenziosa ancella del tetto del mondo e l’Everest, ormai sede abituale del campo IV, quello dell’attacco alla vetta; la cima sud e, poco sopra, l’insidioso, stretto e verticale Hillary Step, a meno di un’ora dalla cima, che miete ogni anno le sue vittime; e poi la sommità, la meta sognata, il terzo polo del pianeta, 40- 50 gradi sotto zero, “da cui puoi vedere quanto sia enorme il mondo e quanto ci sia ancora da vedere e imparare” come disse Norgay a suo figlio. Ai suoi piedi il ghiacciaio del Cwm occidentale con i suoi seracchi imponenti, nuovi ogni giorno e sempre più larghi per lo scioglimento del ghiaccio. Quale un sontuoso velo bianco da sposa, la sua scia di ghiaccio svolta improvvisamente, lì, 400 metri sotto di noi, dove normalmente si impianta il Campo Base, allungandosi per quasi 5 chilometri in una sorta di oceano di onde gelate, alte fino a 20 metri, spruzzate da sciami di pietre cadute dalle cime vicine. Il Pumori, 7.165 metri, l’enorme pandoro zuccherato che sfida il cielo alla nostra sinistra è la regina delle sentinelle dell’Everest: a destra l’orizzonte è segnato dal Mehra Peak, il Lobuche, l’Ama Dablam, il Thamserku, e via all’infinito, fin dove arriva lo sguar- do, con una selva di 6.000 che non hanno neppure un nome per la loro” modestia. La luminosità quassù è straordinaria: l’aria, purissima e rarefatta, non pone filtri. Scattiamo foto senza sosta, affascinati dallo spettacolo, desiderosi di fissare per sempre quei momenti, bramosi di catturare immagini da mostrare agli amici. Non c’è né tempo, né voglia di mangiare qualcosa che sia più di una caramella. Già, le caramelle. Nel suo racconto Tenzing Norgay, lo sherpa che conquistò la vetta con Hillary nel ’53, scrisse: “Sulla cima seppellii nella neve il gatto (un pupazzo nero di pezza, il portafortuna di Hillary, n.d.r.), il mozzicone di matita (quella della scuola, rossa e blu, datagli dalla figlia, n.d.r.) e le caramelle. A casa – pensai – offriamo caramelle a chi ci è più vicino e più caro. L’Everest mi è sempre stato molto caro ed ora mi è anche vicino. Mentre ricoprivo le offerte, recitai in silenzio una preghiera. Ed elevai i miei ringraziamenti. Sette volte ero venuto alla montagna dei miei sogni, e questa volta, la settima, con l’aiuto di Dio, il sogno si era avverato” Thuji chey, Chomolungma. Ti sono riconoscente, Everest”. Solo molto più tardi, Tenzing Norgay, si sarebbe reso conto del vero significato di quella impresa. Per lui, piccino, nato in minuscolo villaggio sotto il tetto del mondo, la salita all’Everest, “la montagna che nessun uccello può sorvolare”, era stato il sogno che non lo lasciava mai: il racconto dei “chilina-nga”, “gli uomini che vengono da lontano” per scalarla, lo affascinò a tal punto da fuggire di casa, a 18 anni, per raggiungere a piedi Darjeeling, la cittadina indiana, che nemmeno sapeva quanto fosse lontana, dove gli inglesi organizzavano le spedizioni ed assoldavano gli sherpa. Per anni i genitori lo credettero morto. Nel’35, a ventuno anni, riuscì a far parte, per la prima volta, di una spedizione all’Everest. Ma solo nel ’53, dopo essersi conquistato sulle montagne il prestigioso titolo di “Tigre delle nevi”, fu prescelto per il tentativo di scalare la vetta in coppia con Hillary. Gli altri sherpa non compresero perché ci tenesse tanto: “È assurdo pensare che un portatore possa conquistare l’Everest. Finirai per ucciderti e, se invece ci riuscirai, noi resteremo senza lavoro”. Temevano infatti che, conquistato l’Everest, non ci sarebbero più state spedizioni. Ma Tenzing conosceva meglio di loro i chilina-nga: “Se l’Everest verrà conquistato – profetizzò -, l’Himalaya diventerà famoso in tutto il mondo. Ci saranno altre spedizioni, ci sarà più lavoro che mai”. Il fatto di sentirci oggetto di quella profezia ci riempie d’orgoglio, ma più che mai quassù proviamo riconoscenza verso le guide sherpa ed i portatori che ci hanno accompagnati e che, in disparte, ci stanno osservando divertiti. “Quanto manca al Campo Base dell’Everest?” avevamo voluto stampare, quasi per scaramanzia, sulla maglietta azzurra della spedizione. Ma non sapevamo che la risposta degli sherpa ai trekker che risalgono la valle del Khumbu sarebbe stata: “Calcolato in tempo sherpa o in tempo occidentale?” La loro forza fisica ci ha stupiti dal primo giorno: 40-50 chili ciascuno sulle spalle, tende, tavoli e sedie, cibo, pentole, le nostre pesanti sacche. Ma piano piano, ci hanno mostrato soprattutto la loro forza morale, la laboriosità instancabile, la fedele dedizione al compito assunto di accompagnarci, ma anche la loro semplice, ma profonda religiosità. In un momento di confidenza ci hanno comunicato di aver pregato assieme, buddisti ed induisti, per la buona riuscita del nostro trekking. “Gli sherpa del maestoso Himalaya sono persone straordinarie – ha scritto Hillary -. Sorprendentemente forti e robusti, in grado di svolgere un lavoro incredibilmente efficace ad alta quota (“) buddhisti devoti, con salde e radicate credenze culturali (“) mi colpì il loro eccezionale senso dell’umorismo, il forte spirito comunitario, con il loro carattere gioviale e gradevole si rivelarono eccellenti compagni di spedizione”. Ammirato e riconoscente, dal ’53 Hillary non hai mai smesso di spendere energie e proventi per permettere agli sherpa di continuare a vivere nel severo ambiente del Khumbu: ha fatto costruire ponti sospesi, un’ospedale, un ambulatorio odontoiatrico, due piste d’atterraggio, una scuola primaria ed una secondaria a Khumjung, la cui prima campanella fu una bombola vuota d’ossigeno. Da quelle aule sono usciti ragazzi come Ang Zangbu, oggi pilota di Boeing, o Lhakpa Norbu, laureato a Seattle. “Se si offre loro una opportunità – ha testimoniato Hillary -, c’è ben poco che gli sherpa non riescano a fare. Il piccolo popolo delle zone selvagge e remote dell’Himalaya si è dimostrato capace di affrontare non solo le quote più estreme, il regno dell’aria rarefatta, ma anche molte delle sfide del mondo occidentale”. Prima di salire quassù, avevamo sostato, in rispettoso silenzio, nella spianata, a 4.800 metri, che ricorda gli sherpa caduti sull’Everest: la prima neve, caduta nei giorni scorsi, copriva in parte i semplici cumuli di pietre che ricordano ognuno dei 46 sherpa che vi hanno perso la vita. Ciascuno evoca una storia, una spedizione, una disgrazia, anche se molti dei loro nomi sono sconosciuti al grande popolo degli alpinisti: come Pasang Lhamu, l’unica donna sherpa vittima dell’Everest, dopo averlo conquistato nel ’93; o come Babu Chiri Tshering, padre di sei bambine, precipitato in un crepaccio nel 2001, all’undicesima ascensione alla vetta, primo a scalarla due volte consecutive, a 15 giorni di distanza, dopo essere stato l’unico uomo capace di rimanere 21 ore in una tenda sulla sua sommità, dopo aver compiuto la scalata dal Campo Base alla vetta in meno di 17 ore; o come Galay Sherpa, che scelse di restare fino alla morte accanto a Willy Merkl, capospedizione tedesco nel ’34, tremendamente sofferente, piuttosto che lasciarlo solo sulla montagna. Mescolati tra loro sono ricordati alcuni alpinisti occidentali, primo fra tutti Scott Fisher, sfortunato protagonista del libro Aria sottile, capostipite delle tante vittime della sconsi- derata avventura rappresentata dalle spedizioni commerciali all’Everest. Gli sherpa che ci accompagnano si considerano fortunati di potersi guadagnare da vivere senza rischiare la vita. “Ho scalato l’Everest perché non lo dovessi fare tu” tentò di spiegare, severo, Tenzing Norgay al proprio figlio, respingendo con forza la sua intenzione di emularlo, ma invano. Da ragazzo il piccolo Jamling aveva sentito raccontare decine e decine di volte l’impresa di suo padre, ed ogni volta cresceva sempre più in lui il desiderio di eguagliarlo. Certamente il fardello del cognome Tenzing non gli fu mai leggero, né lo fu accettare un padre sempre assente che girava il mondo. “Ma c’era qualcos’altro a trascinarmi – scrive nella sua biografia -. Dovevo capire cosa aveva spinto mio padre e che cosa poi lui avesse trovato sulla montagna. Solo allora sarei stato capace di recuperare ogni frammento della sua vita, quei frammenti sui quali da ragazzino amavo fantasticare”. In realtà trovò, scalando con successo l’Everest nel ’96, una dimensione più intima di sé stesso ed il senso del divino che aveva mosso suo padre e che lui aveva perso da tempo. E noi? Negli undici giorni che abbiamo camminato nella valle del Khumbu, per lunghe ore al giorno, in un saliscendi infinito, più volte ci siamo chiesti cosa ha spinto e spinge tanta gente a desiderare, più d’ogni altra cosa al mondo, di salire quella vetta o raggiungere almeno Khala Pattar. Semplicemente “perché è là” rispose Mallory. Banale, ma forse illuminante. O forse non c’è nulla di meglio per sintetizzare quell’irrequieta ricerca del “vano” e, al tempo stesso, del “tutto” che spinge uomini e donne, ed ha spinto noi, a sfidare ghiacci, rocce, altitudine, se stessi.

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