Eutanasia. Non basta il Parlamento

Ifatti sono noti. Piergiorgio Welby, malato di distrofia muscolare progressiva, aveva inviato un appello al capo dello Stato affinché fosse legalizzata l’eutanasia, così da poterla applicare su sé stesso. Il presidente Napolitano ha risposto, augurandosi che sul tema ci sia un confronto sensibile approfondito nelle sedi più idonee. In altre parole, è un invito a valutare se non sia giunto il momento di una soluzione legislativa al drammatico problema. È innegabile che il rapido sviluppo della tecnologia applicata alla medicina abbia mutato il percorso del morire, con la conseguenza, a volte, di prolungare non la vita, ma la morte. Da qui può nascere l’accanimento terapeutico, cioè un trattamento di documentata inefficacia e gravosità per il paziente. E questo oggi spaventa molte persone. Accompagnare una persona inguaribile nel processo del morire e alleviare il suo dolore, non sottoponendolo a cure non necessarie e non obbligatorie, è coerente con la professione medica e con la dignità della persona. E proprio in questo ambito sono nate le cosiddette cure palliative, dal latino pallium (mantello) per esprimere questa attenzione assistenziale che avvolge tutto l’uomo. In questa prospettiva allora la richiesta di eutanasia può essere letta come il sintomo di un fallimento o della insufficienza di un processo assistenziale. Nel dibattito etico si è spesso affermato che l’eutanasia dovrebbe essere autorizzata, dal momento che ogni persona ha il diritto di disporre del proprio corpo e della propria vita. Tuttavia, non è una questione personale o un affare privato. L’uomo è un essere sociale che fa parte di una comunità. Quello che facciamo del nostro corpo e della nostra vita riguarda anche gli altri. Diversa è la problematica legata al testamento biologico, cioè a quella dichiarazione anticipata di volontà nella quale la persona, capace di intendere e volere, dichiara di rifiutare, nel caso si trovasse in futuro nell’impossibilità di esprimersi, l’accanimento terapeutico o, per dirla con un eufemismo, le cure eccessive, con mezzi sproporzionati al beneficio che ne può ottenere: è quanto si sta cercando di definire in ambito legislativo. Si tratta di una decisione preventiva, presa in una situazione di relativo benessere – e già il fattore tempo può nascondere una certa ambiguità. Una decisione che io prendo ora, immaginando una determinata situazione teorica, non potrei volerla cambiare nel momento in cui mi ritrovo a viverla anziché solo immaginarla? E poi quali sono i mezzi sproporzionati e le cure eccessive? In alcuni casi vengono considerati tali anche la somministrazione di cibo e di liquidi… Tutto questo ha ripercussioni che vanno al di là della medicina e richiamano sicuramente responsabilità etiche, sociali, politiche. A questo proposito credo sia necessario prima di tutto definire la prospettiva antropologica, cioè la visione sulla persona, all’interno della quale va posto il senso del vivere e del morire. Una prospettiva che richiama in prima battuta la responsabilità personale del medico, che in questi dibattiti deve rimanere il protagonista principale, anche se certamente altre discipline a partire dall’accudimento della persona e dall’etica medica possono e devono dare il loro contributo. La medicina infatti non è solo scienza, è anche relazione tra persone in un sistema di valori e in un determinato contesto socioculturale: il medico, in dialogo con il malato, si muove nel concreto, dove i princìpi si ricongiungono alle dimensioni individuali di ciascuna esistenza personale. Non accettare l’eutanasia, considerare obiettivamente il testamento biologico, non vuol dire però ignorare la pesantezza fisica, psicologica e spirituale del dolore: significa piuttosto il coraggio di rifiutare ogni soluzione semplicistica che procuri la morte; significa sollecitare una solidarietà di vita verso quanti soffrono e verso le loro famiglie (troppo spesso lasciate sole), alla ricerca, anche in ambito medico scientifico e assistenziale, di soluzioni sempre più coerenti e rispettose della dignità della persona.

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