Europee, si riparte dalla maggioranza Ursula

Le elezioni europee portano ad un rafforzamento dei popolari e dell‘estrema destra, con risvolti politici importanti in alcuni Stati membri.
Campagna elettorale Cdu in Germania EPA/ANNA SZILAGYI

Si sono chiuse le urne in tutti i 27 Paesi dell’Unione europea (Ue), dove sono andati al voto 185 milioni di cittadini, e dove, in base ai dati disponibili, il Partito popolare europeo (PPE) ha ottenuto una netta vittoria, rafforzando il suo gruppo di eurodeputati raggiungendo 184 seggi su 720.

Ma sono i partiti di estrema destra a crescere di più, praticamente ovunque. I partiti di centro sinistra che compongono l’alleanza dei Socialisti e Democratici (S&D) sono rimasti stabili, con 139 seggi, il gruppo liberale Renew Europe è stato fortemente ridotto a 80 seggi, mentre i Verdi hanno subito un forte sconfitta scendendo a 52 seggi.

I due gruppi politici dell’estrema destra, i Conservatori e Riformisti Europei (ECR) e il gruppo Identità e Democrazia (ID), disporranno 131 seggi nell’assemblea di Strasburgo, oltre ai 15 europarlamentari di Alternativa per la Germania e ai 10 eurodeputati del partito Fidesz del primo ministro ungherese Viktor Orbán, i 6 del partito Confederazione polacca e i tre membri del partito bulgaro filorusso Rinascita.

Le prospettive di una grande colazione che unisca nuovamente popolari, socialisti e liberali è ovviamente quella più plausibile, ma il PPE potrebbe anche provare a negoziare con partiti di estrema destra su alcune questioni, con il rischio, però, di alienare i suoi alleati centristi.

Ursula von der Leyen si sta adoperando per un accordo politico che la mantenga alla guida della Commissione europea per un secondo mandato, ponendosi come punto di stabilità politica del continente europeo mentre i partiti di estrema avanzano.

Se i leader europei decidessero di nominarla nuovamente alla guida dell’esecutivo di Bruxelles, ella avrebbe comunque bisogno del sostegno di 361 eurodeputati e, quindi, di cercare alleanze con altri partiti del centro, della sinistra o anche della destra più estrema. Il punto di partenza sarà quello della cosiddetta maggioranza Ursula, che l’ha appoggiata negli ultimi cinque anni, composta da popolari, socialisti e liberali.

Probabilmente, avrà bisogno del sostegno anche di altri gruppi, come i Verdi, che però allontanerebbe alcuni dei suoi stessi conservatori del PPE che si oppongono alle principali misure del Green Deal contro il cambiamento climatico, oppure provare un dialogo con il gruppo dei conservatori e riformisti europei di estrema destra, guidato dall’italiana Giorgia Meloni, cosa che vedrebbe l’opposizione di socialisti e liberali.

Le elezioni europee, forse mai come questa volta, hanno avuto anche un impatto sulla politica interna di alcuni Stati membri. Innanzitutto, la Francia, dove il partito il Rassemblement National ha raccolto quasi un terzo dei voti, consolidandosi come il principale gruppo ultranazionalista nel prossimo Parlamento europeo e spingendo il Presidente francese, Emmanuel Macron, a sciogliere il parlamento e indire nuove elezioni il 30 giugno che potrebbero determinare il futuro non solo della Francia ma della stessa Ue.

Anche in Germania i risultati per i socialisti al governo con il Cancelliere Olaf Scholz con sono stati pessimi, al di sotto del 14%, come pessimi sono stati per l’intera colazione, dove i voti per i Verdi si sono quasi dimezzati. Se alcuni mettono in dubbio la sopravvivenza del governo, è evidente che la coalizione che comprende socialdemocratici, verdi e liberaldemocratici non riesce a trovare risposte a una serie di problemi che la Germania sta affrontando, come un’economia stagnante e una disfunzione del suo sistema di asilo. I Cristianodemocratici hanno avuto più del 30% delle preferenze ma il dato più significativo è il consenso del partito di ultradestra Alternativa per la Germania, che con il 16% si attesta come il secondo più votato.

Anche in Belgio l’estrema destra avanza, all’interno di un complesso e variegato sistema di partiti a vocazione identitaria e regionalista, e il Primo Ministro Alexander De Croo ha deciso di rassegnare le dimissioni del suo governo, ammettendo la sconfitta del suo partito di centrodestra.

In Italia, l’avanzata del partito di Giorgia Meloni ha stravinto, a scapito della Lega, una volta leader del gruppo Identità e Democrazia, che ha perso due terzi dei seggi. In Spagna, oltre al partito Vox, al 10,4 %, prende consensi È finita la festa, un nuovo partito guidato dal personaggio di estrema destra di Alvise Pérez: il nuovo gruppo si è assicurato tre seggi che sarebbero potuti andare a Vox, che ha raddoppiato la sua rappresentanza con 6 europarlamentari. Ma l’estrema destra non cresce. Il Partito Popolare raggiunge il 34,2% dei consensi (circa 1 punti in più del 2019), mentre i socialisti del Primo Ministro Pedro Sanchez, che aveva impostato queste elezioni come una sorta di referendum sul suo governo, non vince ma resiste al 30,2%.

Interessante, infine, la situazione dell’Ungheria, dove il partito Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán e i suoi alleati minori hanno ottenuto il 44,6%, un risultato significativamente inferiore a quanto previsto dai sondaggi. La sorpresa è Péter Magyar, una volta interno al partito di governo, che con il suo partito Tisza ha ottenuto il 29,7%. Potrebbe essere il primo segnale di un indebolimento della leadership di Orbán che, dal 1° luglio, guiderà la Presidenza di turno del Consiglio dell’Ue.

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