Etty Hillesum, una mistica per l’oggi

Ciò che desta un interesse enorme (non uso mai quest’aggettivo ingombrante, ma qui mi pare il caso) per Etty Hillesum, ebrea olandese uccisa ventinovenne in un lager in Polonia, è che si tratta di una mistica non confessionale, che in poco più di due anni giunge al culmino del dialogo con quanto vi è di più profondo in me stessa che, per convenienza, chiamo Dio. E lo chiama così, quasi con riluttanza, non per le antiche remore razionalistiche della sua formazione, ma perché Etty vuole la misura, dell’infinito, e unisce la diffida biblica a nominare l’Altissimo con l’inquietudine tutta moderna a non voler racchiuderlo negli ismi, nelle forme diverse di fede e nelle loro divisioni. Etty è un’inquieta esploratrice: ha sperimentato l’amore in diverse relazioni, fino a constatare che l’avevano straziata di dentro e resa terribilmente infelice perché aveva voluto aggrapparsi disperatamente (…) a qualcosa qui, con il corpo, non ci si può proprio aggrappare . Ha sperimentato l’analisi psicologica con un terapeuta eccellente, che le ha fatto scoprire il flusso autentico della vita oltre i limiti intellettualistici; che è stato per breve tempo suo amante, e da cui lei si distacca (ma per amarlo di più) proprio perché lui l’ha indirizzata ad un amore più grande di quello che si concentra su di una sola persona, e per questo ad attingere a fonti più profonde, più eterne di quelle dell’intelligenza (pur restando l’intelligenza necessaria, ma come strumento) e dell’amore solo individuale. Nel percorso rapido e profondo dei Diari e delle Lettere la segue con competenza acuta e penetrante Cristiana Dobner, monaca carmelitana a cui dobbiamo questa bella antologia di Pagine mistiche (Ancora), con introspezioni talora folgoranti anche espressivamente, che rivelano nella studiosa la sensibilità poetica. La segue passo passo attraverso l’iniziale saggio introduttivo, costellato di numerose citazioni bibliografiche ad ampia e pertinente apertura, e con la sistemazione delle pagine antologizzate – molte di esse sfuggite non per caso alle precedenti traduzioni pubblicate da Adelphi – in nuclei tematici intorno ai quali i passi ritradotti antichi e nuovi si organizzano ogni volta cronologicamente; in modo tale che il lettore è invitato di fatto a seguire singole piste di scoperta di Etty (e che lo sono anche di lei per sé stessa) per poi ricomporle in una cronologia generale che mostra, non indifferenziatamente ma con una articolazione direi solenne, il cammino verso la adempiuta libertà; che solo il meschino orrore nazista si illuse di schiacciare nella morte. Sto dicendo molte cose in poche parole perché spero che il lettore avverta l’urgenza di conoscere questa singolare donna, parente spirituale, ma liberissimamente diversa, di Simone Weil e di Edith Stein, come lei, e l’una all’insaputa dell’altra, grandissime testimoni-martiri. Etty impara a far ordine nel proprio magma interiore con 1’ascoltare dentro (tanto somi- gliante alla weiliana attenzione che è preghiera), dentro-oltre sé stessa, e infatti la ragazza che non sapeva inginocchiarsi come si descrive, impara improvvisamente a farlo di fronte a quell’agosti-niano più intimo a me del mio intimo – Agostino è con Dostoevskij, Rilke e i Vangeli, sua lettura-guida – e che le fa superare, dice magnificamente la Dobner, il livello di calpestio della vita quotidiana, e la fa entrare, spinta dal soffio dello Spirito, nello spazio inviolabile della libertà-amore; fino al Voglio condividere la sorte del mio popolo (rifiutando la possibile fuga): parole identiche alle contemporanee di E:dith Stein: Andiamo, per il nostro popolo. Prima in Olanda, poi in Polonia, Etty impara ad essere un balsamo per molte ferite, dimenticando sé stessa, ecco la cifra autentica della mistica, in piena imprendibile libertà: I regni dell’anima e dello spirito sono così spaziosi e infiniti che questa piccola parte di disagio e di sofferenza realmente non tangono poi molto. Non mi sento derubata della mia libertà; essenzialmente nessuno può farmi alcun male; Mi hai resa così ricca, mio Dio, lasciami anche dispensare agli altri a piene mani. La mia vita è diventata un dialogo ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande dialogo. A volte, quando me ne sto in un angolino del campo, i piedi piantati sulla tua terra, gli occhi rivolti al cielo, le lacrime mi scorrono sulla faccia, lacrime che sgorgano da una profonda emozione e riconoscenza. Anche di sera, quando sono coricata nel mio letto e riposo in te, mio Dio, lacrime di riconoscenza mi scorrono sulla faccia e questa è la mia preghiera; Amo così tanto gli altri, perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio. Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di te. E cerco di disseppellirti dal loro cuore, mio Dio. Sono citazioni mozzafiato, che Cristiana Dobner commenta sfoderando una perla carmelitana, il conocer padeciendo (conoscere patendo) che lega fulmineamente Eschilo a san Giovanni della Croce, in vista della pace di Dio che sorpassa ogni intelligenza in cui san Paolo ha condotto all’approdo eterno tutto il Vangelo. Etty prega questo Dio della Pace che l’aiuti a non sciupare neppure una goccia della sua energia per timore e ansietà , a non dissipare le sue forze in un inutile odio contro questi soldati; e infine, paradossalmente, che l’aiuti ad aiutare Dio. Non è una battuta, è la frontiera estrema dell’anima: Dobbiamo dimenticare tutti i nostri paroloni, cominciare con Dio e finire con la morte, e dobbiamo diventare semplici come la pura acqua sorgiva. A chi trova il coraggio (la graziacoraggio) di un tale distacco da sé, viene rivelata, anche nella più atroce distretta, la bellezza del mondo: Oh sì, il gelsomino. Mio Dio, come è possibile, sta qui schiacciato fra il muro squallido dei vicini e il garage, guardando al di sopra il piatto, scuro, fangoso, tetto del garage. È così radioso, così verginale, così senza ritegno, e così tenero fra tutto questo grigiore e questa fangosa oscurità, una esuberante giovane sposa perduta in una strada secondaria. (…) Il gelsomino della casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle tempeste degli ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose e sul basso tetto del garage. Dentro di me però, in qualche luogo, esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre. Spande il suo profumo tutt’intorno alla casa, dove tu abiti, mio Dio. In Polonia, nei due mesi che la separano dalla morte, Etty vorrà essere il cuore pensante della baracca , anzi, di un intero campo di concentra-mento, fino a poter abbracciare tutti e consolarli come una madre consola suo figlio; e dire, come un arrivederci nella vita eterna, Ho spezzato il mio corpo come il pane e l’ho condiviso fra, gli uomini. Non è questa la mistica più accessibile all’indicibile vuoto dell’umanità odierna nichilista, disorientata, smemorata, atea?

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