Etiopia, in cerca di grano e futuro

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Brulica di uomini e donne, di pecore e asini il mercato di Ziway. Il vociare degli adulti s’intreccia con le grida divertite di bambini e ragazzi in gran numero. Il bianco di alcune vesti femminili contrasta con le magliette, spesso lacere e sporche, addosso ai piccoli, quasi tutti scalzi. Le folate di vento alzano la sottile polvere (che entra dappertutto) e mescolano gli odori della frutta e delle erbe in vendita con il tanfo del pesce adagiato alla bell’e meglio per terra e scaldato dal sole gagliardo. Si vendono sandali in cuoio usati e rami d’albero da ardere, poche manciate di granaglie e balle di paglia. Situazioni di estrema indigenza e di subumanità. Eppure niente di nuovo per il piccolo gruppetto di italiani che vi passa in mezzo, attorniato da un nugolo di bambini vocianti calamitati dalle macchine fotografiche, dagli occhiali da sole e dalla speranza di ricevere qualcosa. Dell’iniqua condizione delle popolazioni africane abbiamo già visto tutto, noi occidentali, attraverso il televisore del nostro ben arredato soggiorno, cosicché quando ci si trova in mezzo, fino a respirarne gli odori, capita che non scattino né lo stupore, né lo stordimento, perché tutto risulta famigliare. Piuttosto si finisce col supporre – abituati come siamo a sovrapporre realtà e sceneggiati sino a confonderne i piani – di trovarsi sul set di un film con qualche migliaio di comparse di colore talmente entrate nella parte da risultare credibili, ma in attesa certa, noi, di sentire tuonare entro breve da un potente megafono lo stop del regista e tutto ci richiami alla finzione della scena. Ma quel segnale di fermo non arriva e la sequenza prosegue perché tutto è reale in questa grande area di compravendita di povere cose. Eppure, in questi primi mesi del 2004 la condizione generale è delle migliori e il mercato di Ziway ne fa mostra. Solo un anno fa, anzi, molto meno, la carestia aveva spadroneggiato in queste terre etiopiche causando un’emergenza alimentare di enormi dimensioni, tanto che, secondo i dati dell’Onu e del governo di Addis Abeba, avevano rischiato di morire oltre 11 milioni di abitanti (sui 66 del totale), in gran parte bambini. Non è nuova l’Etiopia alle carestie. Nel 1999 e nel 2000 erano state più contenute. Un disastro, quello del 1984-85, che provocò un milione di morti. Il paese, purtroppo, è endemicamente esposto ad un tale flagello, e la produzione agricola di cereali riesce a coprire nei periodi di condizioni ottimali solo l’80 per cento del fabbisogno alimentare nazionale. Quando poi, come nel 2002, la stagione delle piogge (che solitamente si estende da maggio a ottobre) si esaurisce due mesi prima, la siccità anticipa automaticamente l’imminente mancanza di cibo. Avevamo lasciato la mattina Addis Abeba su due potenti e confortevoli gipponi e ci eravamo subito immessi sulla strada proveniente da Asmara, capitale dell’Eritrea, che taglia verticalmente in due il paese. La carreggiata verso il Kenya, in buone condizione, fu fatta, come ci ricorda l’etiope alla guida, dagli italiani nella loro permanenza tra il 1936 e il 1941, quando questa terra faceva parte dell’italico dominio imperiale. Due sono le corsie per senso di marcia, e quelle laterali, più strette, sono riservate ai numerosi carretti, trainati da piccoli asini, alle persone a piedi e agli animali che si spostano in piccoli branchi. Questi talvolta sono sprovvisti di guardiano e invadono la strada. Gli autisti, diligentemente, rallentano, zizzagano, sostano, con ammirevole pazienza, come fanno anche nei piccoli villaggi dove i pedoni, insieme agli animali, regnano sovrani. Qui, infatti, sanno bene che le automobili e i numerosi vecchi camion – spesso fermi, con il conducente che tenta una riparazione – sono arrivati sul tragitto solo negli ultimi anni e quindi non hanno soverchie precedenze. Dai 2350 metri di altitudine di Addis Abeba, che in amharico significa nuovo fiore, la strada corre lungo il vasto altopiano, noto come l’Acrocoro etiopico, in mezzo ad una vegetazione brulla, vera e propria savana, con rari alberi. Di un bene pri- mario come l’acqua non si scorge traccia. Eppure le capanne lungo la strada e in lontananza stanno a indicare che in qualche modo vi si sopperisce o si sopravvive. Forse. La carenza di acqua potabile e la mancanza di igiene, come si sa, mietono più vittime delle guerre. Ogni anno nel mondo muoiono 10 milioni di bambini, 30 mila al giorno. Ebbene, la metà della mortalità infantile planetaria viene registrata in sei paesi. Uno di questi è l’Etiopia. Al vertice mondiale delle agenzie impegnate nel campo della salute e della lotta alla povertà, tenutosi a Venezia in gennaio, i drammi non sono stati taciuti. In Etiopia – ha dichiarato Flavia Bustren, della Banca mondiale – non si spende più di un dollaro e mezzo a persona ogni anno a garanzia della salute. Di conseguenza, la vita media della popolazione staziona a livelli molto bassi, 43 anni per gli uomini, 44 per le donne. Non di meno, la popolazione cresce e negli ultimi vent’anni ha compiuto un considerevole balzo in avanti, per cui l’Etiopia è entrata a far parte di quei paesi su cui gli studiosi si esercitano a ipotizzare soluzioni, invero senza molto costrutto. I cultori del pensiero liberale, ad esempio, ritengono che per alleviare quelle profonde miserie non sarà sufficiente condonare debiti o prestare capitali, né basterà concedere soccorsi alimentari che rovinano le agricolture locali e secondano la prolificità, come puntualizzava recentemente Alberto Ronchey sul Corriere della Sera. Il rimedio sembra uno solo: il ricorso, su vasta scala, al profilattico. Un vero e proprio controsenso per la cultura locale, per la quale i figli sono il dono più grande, provvedono a tanti lavori, garantiscono il futuro dei genitori. Piuttosto, nel caso dell’Etiopia, ci sarebbero da smantellare vecchie logiche e norme, ereditate dal regime dittatoriale di Menghistu, salito al potere nel 1977 con un colpo di stato militare ai danni del sovrano Sellasié ma rovesciato nel 1991. Appoggiato dall’Urss e da Cuba, aveva provveduto alla nazionalizzazione di tutte le terre, istaurando un’economia di tipo socialista controllata dallo stato. Ancora oggi, perciò, nonostante che il paese sia stato proclamato nel 1994 una repubblica democratica federale e lo svolgimento di elezioni libere l’anno successivo, le singole famiglie continuano ad avere solo in concessione appezzamenti di terreno, per di più di dimensioni non superiori all’ettaro. Troppo limitate per ipotizzare qualsiasi investimento in vista di una pur rudimentale meccanizzazione dell’ agricoltura. Così, questa, pur fondamento dell’economia etiopica, continua ad essere praticata con tecniche arcaiche e serve prevalentemente all’autosussistenza delle famiglie. Le iniziative private, inoltre, anche nel campo dell’artigianato, sono sottoposte ad una serie di vincoli e alte tasse, per cui la spinta imprenditoriale resta quanto mai carente. Proseguendo verso sud dopo Ziway, lungo l’immenso altopiano che lentamente scende verso i 2.000 metri, si ergono due rilievi stretti e alti, quasi colonne poste a segnalare l’ingresso in un nuovo territorio. Sono chiamati la porta del Sidamo, regione popolosa e tutt’altro che arida. E infatti si assiste ad un cambio di scena. Il paesaggio assume la tonalità di un verde intenso per la vegetazione rigogliosa e la pianura lascia il posto a dolci colline. Sulla strada s’incrociano, di tanto in tanto, adulti e bambini che si sbracciano ad indicare per tempo alle vetture cosa stanno vendendo: dal carbone ai pomodori, dai gustosissimi ananas alle borse di paglia. La novità, tuttavia, è ben altra merce, che qui in Etiopia si è diffusa rapidamente. Si tratta del qat e i rametti vengono venduti in fasci più o meno grandi. Masticate a lungo, le foglioline fanno sparire la fame e la fatica e regalano un senso d’euforia: una via di fuga dai tanti problemi. Eppure, l’Etiopia esercita un grande fascino per i suoi paesaggi e per la gente, aperta e gioviale, dal portamento elegante, dai corpi snelli e slanciati e dal colore bruno dorato. Il paese è stato definito la terra degli dei o, per i ritrovamenti archeologici, la culla dell’umanità. Se poi si presta ascolto alle leggende, dove storia e mitologia si intrecciano, viene ricordato che il negus Hailé Sellasié è stato il 225° successore del re Salomone e della regina di Saba. Un passato tanto nobile non ripaga tuttavia delle difficoltà del presente. Lo sanno bene anche a Dilla, 50 mila abitanti a 380 chilometri da Addis Abeba. La situazione economica permane difficile, ma nell’ultimo decennio, terminata la guerra con la pur lontana Eritrea, la popolazione ha beneficiato di una lenta evoluzione. Le scarpe, anni fa, rappresentavano un lusso, ora si vedono, magari rotte, ai piedi di tanta gente. Anche qui i giovani e le persone un po’ acculturate guardano all’Italia e all’Europa come alla meta più ambita. La televisione e qualche turista fanno capire che il benessere e il futuro stanno là. Gli sforzi per sopravvivere qui sono tremendi, ci riferisce don Giorgio Pontiggia, lombardo, responsabile della missione di Dilla, la più a sud tra quelle salesiane. Abbà Giorgio, come lo chiamano, è in Etiopia dal 1990 e quaggiù dal ’99. Pur di aprirsi qualche prospettiva, c’è chi prova ad andare in Kenya, facendosi passare per rifugiato politico, per poi tentare l’avventura verso l’Europa o il Canada. Altri sono in contatto con parenti o amici emigrati, che forniscono un quadro positivo della loro condizione, tacendo i soprusi subiti, e dando conto dei salari percepiti, cifre ovviamente stratosferiche rispetto ai birr (la moneta locale) riscossi qui, dove lo stipendio medio, per chi ha già la fortuna di riceverlo, s’aggira sui tre euro e mezzo alla settimana. L’ambasciata italiana nella capitale è meta costante di tante persone che stazionano in lunghe file per chiedere un improbabile visto, su cui gravano pesanti tasse. Ma tutto si tenta per emigrare, magari abbandonando anche moglie e figli. Senza lasciarsi scoraggiare, i salesiani, arrivati vent’anni fa, hanno tirato su, con la generosità di tanti privati e con fondi internazionali, un complesso che comprende chiesa, orfanatrofio, scuole e centri di formazione professionale. Ventimila giovani sono passati dalle loro cure, ricevendo formazione e dignità, con una rivalutazione della donna che è una vera rivoluzione. Dalle loro scuole sono uscite persone specializzate in vari campi. Si va da chi è diventato impresario edile e costruisce anche nella capitale a chi, come Mesfin, 25 anni, ortodosso, ha aperto a Dilla un’officina meccanica e assunto alcuni degli ex studenti. Abita da qualche mese con la moglie in una casetta in muratura. Non guarda al miraggio dell’occidente e non ha intenzione di lasciare la sua città. È consapevole che egli può essere un fattore di sviluppo locale e che altri guardano a lui. Anche per le ragazze nascono prospettive. Sinke ha 23 anni e nel reparto elettromeccanico del centro professionale – un lavoro da uomini, secondo le consuetudini locali – è diventata il capo. Yesci, 22 anni, è invece la responsabile dell’ amministrazione delle varie scuole salesiane. All’inzio per gli uomini era degradante ricevere denaro da una donna, ma ha saputo, con l’aiuto dei missionari, conquistarsi la stima. È orfana, mantiene i cinque fratelli e ha imparato a vivere in modo decoroso. È un esempio costante sotto gli occhi di tante ragazze. Mesfin, Sinke e Yesci non cambieranno l’Etiopia, ma non l’hanno abbandonata. E lavorano per il suo sviluppo.

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