Etico e biologico ma non solo

A Lanuvio, tra le rigogliose colline dei Castelli romani, ricche di storia, arte, cultura, religiosità e quant’altro è sorta trent’anni fa una comunità monastica antica eppure nuova. Antica perché situata nel solco della tradizione benedettina; nuova perché pur appartenendo a quel grande albero può esser considerata un ramo di recente fioritura. La Fraternità di Gesù è nata infatti nel 1972. “Fratelli” e “sorelle” come amano chiamarsi, uniti dall’ispirazione, dalla regola e dalla preghiera, ma con spazi di vita distinti, come è logico che sia, costituiscono i pilastri di quella che agli occhi del visitatore si presenta come una cittadella in divenire. Piccola anche perché relativamente giovane, come dimostrano gli alberi ancora bassi e le strutture di recente fattura. In costruzione, come si può capire da edifici non completamente ultimati. Sessanta ettari costellati da abitazioni, uffici, campi coltivati, stalle, laboratori per la produzione della mozzarella e la trasformazione della frutta in marmellata e succhi, officine artigianali, la cappella, un grande tendone per l’accoglienza. Se ti fermi a conoscere i suoi abitanti vedi sfrecciare in bicicletta suore (giovani o meno) sorridenti che si stanno recando sui loro posti “di battaglia”; intravedi mani forzute di monaci al lavoro nelle stalle; incontri persone, uomini e donne, intente a coltivare i campi o a trasportare i prodotti finiti… Una ottantina di persone in tutto, fra monaci e monache; ed altri che si sono aggiunti via via e le cui caratteristiche conosceremo a breve. Mi faccio raccontare le origini e gli sviluppi di questa comunità da due sorelle che dopo aver risposto alle mie domande mi fanno una richiesta: di non fare i loro nomi. Insisto un po’ spiegando che giornalisticamente sarebbe più opportuno riferire le generalità degli interlocutori, ma capisco che devo cedere a questa esigenza nel rispetto di un atteggiamento riservato. Anche perché, mi dicono, non è che in genere amino farsi pubblicità. “E poi c’è sempre il rischio che qualche giornalista finisca per presentarci come quelli delle “marmellate biologiche”, quasi fosse tutto qui”, mi confidano. E dunque su questa fiducia prometto loro di rispettare l’accordo. Tutto comincia da don Tarcisio Benvenuti, fondatore e attuale abate che agli inizi degli anni Settanta, aveva sentito nel cuore qualcosa di nuovo innestarsi nella sua vocazione sacerdotale. Si trattava dell’esigenza di vivere l’esperienza cristiana in forma comunitaria. Come succede a tanti fondatori all’inizio neanche lui sapeva esattamente quello che sarebbe nato. La storia della Fraternità di Gesù comincia a scrivere le prime pagine attorno ad una frase della Scrittura, tratta dalla lettera di Paolo a Timoteo: “Questa è una parola sicura, degna di essere accolta da tutti. Gesù è venuto nel mondo a salvare i peccatori. Io sono il primo dei peccatori” (1 Tm 1,15). Diventerà la chiave del rapporto con Dio e con i fratelli di quanti saranno chiamati a questa vocazione. I primi ad unirsi a don Tarcisio sono due seminaristi della diocesi di Verona. Piano piano arrivano altri giovani, poi alcune ragazze finché si va delineando la fisionomia della comunità, una spiritualità che “nasce dal vangelo con particolare sottolineatura della vita di Nazareth, quei trent’anni “silenziosi” della vita di Gesù che a dire il vero per noi hanno parlato molto”. Sulla scia di questo modello la giornata al monastero di Vallechiara si svolge nell’armonizzazione tra lavoro e preghiera, non tralasciando però una spinta missionaria itinerante che a volte porta i monaci anche fuori dai confini regionali ad offrire la propria testimonianza di vita evangelica. In questi anni poi anche per alcune famiglie si è aperta una possibilità di aggregazione alla Fraternità, mentre amici e cooperatori ne condividono a misura della loro richiesta spirituale la vita, il lavoro, i progetti. Il lavoro, i progetti, appunto” “Lavoriamo con le nostre mani, – affermano con una certa fierezza le due sorelle con cui dialogo -, abbiamo pure i calli. Ma ci teniamo a precisare che la nostra è una scelta, non un ripiego. Sa, un conto è dire che tutti i lavori sono uguali, un altro è dimostrarlo con la vita. Veniamo da varie professionalità ma ci attira questo lavoro della terra perchè ci rende più vicini a Dio, ci insegna l’attesa, il non voler tutto e subito. È una novità anche per tanti giovani! L’opzione per l’agricoltura biologica è nata in tempi non “sospetti”, nell’87 precisamente, ed è stata una scelta evangelica, non commerciale. Quando infatti abbiamo cominciato a coltivare questa terra donataci da Dio e che stiamo finendo di acquistare grazie al nostro lavoro e al concorso di tanti amici, ci siamo resi conto che quelli che utilizzavamo erano prodotti altamente nocivi sia per noi che per l’ambiente. Nel libro della Genesi c’è scritto che Dio pose l’uomo nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse, non perché lo distruggesse. Per noi che vogliamo vivere il vangelo alla lettera è stato chiaro che o tornavamo alle nostre varie professioni o trovavamo un modo diverso di coltivare la terra. Da qui ad esempio l’idea di una stalla con la possibilità di utilizzare il letame degli animali, per disporre di un concime ecologico. Successivamente ci siamo attrezzati per ricavare dal latte pure un’ottima mozzarella. Non è stato mica semplice. Basti pensare ad esempio che il primo anno innaffiavamo migliaia di piantine manualmente “. Progetti di legge che garantiscono finanziamenti ed un passaparola spontaneo fra gli amici degli amici provvedono al resto. Oggi chi arriva a Vallechiara può trovarvi, fra il resto, due cooperative agricole affermate: L’albero della vita e la Colle dell’Acero. “Tanti fra quelli che hanno contribuito neanche li conosciamo – mi spiegano – e forse mai li conosceremo perché non abitano neanche da queste parti ma tutti hanno capito che era importante consolidare qui la presenza della comunità”. Quelli che lavorano nelle cooperative oltre ai monaci e monache sono persone “speciali”: molti gli extracomunitari regolarizzati che hanno potuto portar qui le famiglie, altri che escono da un programma terapeutico e devono lavorare in ambiente protetto. Costituiscono quasi il 90 per cento del personale. Una scelta anche questa, una sfida quella di coniugare l’etica e la solidarietà con l’attività commerciale. Perché comunque le cooperative devono reggersi economicamente e sembra che vi riescano. “Non avevamo mezzi sufficienti – mi raccontano -, e ci siamo subito scontrati con varie difficoltà. Il nostro mercato faceva fatica a decollare e così abbiamo cercato alcuni contatti con le banche “tradizionali”, senza esito. Finché nel ’99 è nata Banca etica a cui abbiamo pensato di rivolgerci. Il nostro è stato uno dei primi finanziamenti erogato dal nuovo istituto alla fine di quell’anno proprio perché hanno creduto alle persone e ai progetti. Certo anche Banca etica i soldi non li regala e fa le sue analisi economiche, ma alla fine mentre altre banche si sono fermate ai numeri, Banca etica ha creduto nel nostro progetto, ci ha dato fiducia permettendoci di costruire un pezzo di storia diversa, conciliando i valori veri con l’economia. Nel nostro piccolo, anche se ogni giorno è una conquista, ci sembra di esserci riusciti perché i nostri prodotti non sono più solo nel mercatino rionale, ma arrivano in tutta Italia, anche nei supermercati. Hanno infatti raggiunto un’alta qualità seguendo tutta una filiera etica dal rapporto con la terra a quello con chi lavora con noi””. E se volete saperne di più cliccate su www.fraternitadigesu.it.

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