Etchegaray: uomo di pace e dialogo

Un fine diplomatico, un pastore amato dalla gente, un uomo di profonda cultura, chiamato dagli ultimi papi a missioni delicate e a volte quasi impossibili

La morte del cardinale Roger Etchegaray segue di una manciata di giorni l’annuncio della nomina dei nuovi cardinali da parte di papa Francesco. Di fronte a quella che abbiamo definito una nuova mossa nella geopolitica ecclesiale di Bergoglio per il futuro della Chiesa, l’uscita di scena di questo francese di origini basche sembra essere l’emblema della chiusura ormai definitiva della lunga stagione del papato di Giovanni Paolo II, che Etchegaray aveva seguito per intero con un ruolo fondamentale sotto molti punti di vista.

Originario della parte francese dei Paesi Baschi, Etchegaray era ausiliare di Parigi già nel 1969, nel periodo immediatamente successivo al Maggio Francese. Paolo VI, che lo aveva chiamato a quel compito delicato, l’anno successivo lo inviava a Marsiglia, arcivescovo di una diocesi che stava già cambiando pelle con una presenza musulmana che tendeva a crescere a vista d’occhio.

Etchegaray è sempre stato un fine diplomatico, capace di intessere rapporti sia all’interno della Chiesa cattolica che fra questa ed il mondo politico e della cultura. E nel 1971 lo troviamo eletto come primo presidente del Consiglio Europeo delle Conferenze Episcopali (CECE). Seguirà l’elezione alla guida dei vescovi francesi dove rimase per 6 anni dal 1975 al 1981. Intanto, inizia il lungo papato di Giovanni Paolo II che, dopo l’assegnazione della porpora, chiama l’ancor giovane ed intraprendente cardinale francese a guidare il Pontificio consiglio della giustizia e della pace, dove rimase fino al 1998 e del Pontificio consiglio “Cor Unum” (fino al 2 dicembre 1995). In questi 15 anni Etchegaray avrà modo di mettere in evidenza le sue grandi doti di uomo del dialogo e della pace, come lo ha definito Papa Francesco annunciandone la morte durante il viaggio in Mozambico.

Viaggia molto, spesso in missioni delicate. Si reca varie volte sia in Cina che in Vietnam. Ricordando quei momenti in terre ancora lontane da rapporti incoraggianti con la Santa Sede, Etchegaray coglieva aspetti chiave della sensibilità asiatica. «Per entrare veramente in Cina – scriverà più tardi – bisogna passare attraverso la porta del cuore, dell’amicizia, come aveva ben compreso Matteo Ricci, il colto gesuita del XVI secolo che scrisse un delizioso “Trattato sull’amicizia” prima di essere introdotto nella corte imperiale. Durante il mio primo soggiorno a Pechino, mi fu consegnata una targa: la parola “amicizia” era scritta su un fiore di prugno, il fiore più resistente alle tempeste. E ogni volta che sono tornato in Cina, l’ho fatto in compagnia di Matteo Ricci».

D’altra parte, la sua prima visita in Vietnam risale al 1989, primo prelato della Santa Sede ad arrivare da quelle parti dopo la ‘liberazione di Saigon’ da parte delle truppe del Nord, nel 1975. Ma anche in quella parte di Indocina, sa tessere rapporti di fiducia senza i quali non si sarebbe arrivati agli accordi recenti fra il Paese asiatico e la Santa Sede e alla visita a Roma del presidente Nguyen Minh Trie nel 2009 durante il papato di Benedetto XVI.

I suoi frequentissimi viaggi lo portano alla ribalta come uomo di fiducia di Giovanni Paolo II che lo invia anche in alcune missioni coraggiose e pressoché impossibili: nel maggio 2002 a Gerusalemme per chiedere la pace in Medio Oriente e nel febbraio 2003 a Baghdad per incontrare Saddam Hussein ed evitare inutili conflitti. Viaggi altrettanto coraggiosi erano stati quelli in Rwanda, dopo il tremendo genocidio, a Cuba per aprire un dialogo con Fidel Castro e in Libano, al termine della guerra civile, per incoraggiare la ricostruzione. Nel suo ambiente era famoso per il piccolo bagaglio con il quale soleva viaggiare, anche per destinazioni intercontinentali. Sembrava essere sempre pronto a missioni complesse dove era necessaria una abile opera diplomatica di fiducia e tessitura di rapporti.

Ma la sua autorità era riconosciuta anche all’interno della Curia Romana che dopo decenni di vita ‘romana’ conosceva bene, nei suoi meccanismi più profondi. Lo dimostra anche il tono caloroso con cui papa Francesco ha inteso comunicare la scomparsa di Etchegaray. È stato non solo «un consigliere ascoltato e apprezzato, soprattutto in situazioni difficili per la vita della Chiesa in diverse regioni del mondo», ma un pastore amato dalla gente e un «uomo di profonda fede e con lo sguardo rivolto agli estremi confini della terra, sempre vigile quando si trattava di annunciare il Vangelo agli uomini di oggi». Etchegaray ha anche guidato il Comitato per la preparazione dell’Anno Santo del 2000 al quale ha assicurato l’apertura universale che stava a cuore a Giovanni Paolo II.

Infine, un particolare, di quelli più da voce di corridoio che provati storicamente, ma che confermano la grande apertura mentale, culturale ed ecclesiale di quest’uomo. Pare che nel 1986, in occasione della storica Giornata di Preghiera per la Pace che Giovanni Paolo II convocò ad Assisi alla presenza di leader di tutte le religioni, sia stato proprio Etchegaray a incoraggiare il papa polacco ad andare avanti su una strada che, all’interno del Vaticano, pareva troppo ardita a molti e semplicemente impensabile ad altri.

Qualche ricordo personale di questo cardinale basco lo posso condividere anch’io. Ci siamo incontrati più volte negli anni fra il 2008 ed il 2013 ai convegni Uomini e Religioni, organizzati dalla Comunità di Sant’Egidio per ricordare proprio la Giornata di Assisi del 1986. Mi ha sempre colpito la serenità profonda di questo cardinale, allora ottuagenario, la sua arguzia negli interventi, ma anche il calore nel rapporto umano, fatto di saluti ma anche di tempo trascorso insieme.

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