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L'Esperto risponde > Vita in comune

Vita in comune: e gli sposati?

di Chiara D’Urbano

Sono moglie e madre di tre figli, il più grande è un adolescente, mentre il più piccolo frequenta le scuole elementari. Siamo vicini a una comunità religiosa di cui condividiamo il carisma e alla quale diamo una mano, mio marito e io, aiutando nell’organizzazione degli incontri, nella diffusione dell’intuizione del fondatore e partecipando ad alcuni momenti di vita fraterna. Ora stiamo ragionando sulla possibilità di costituire un ramo laico con altri che, come noi, sentono proprio quel carisma. Tuttavia, da laici, l’impressione che abbiamo è di essere considerati ancora di serie “B”, come se dovessimo guadagnarci la stima e la credibilità. In fondo, credo che l’idea del matrimonio rimanga un «di meno» rispetto a una consacrazione piena. Abbiamo scritto questa breve riflessione a quattro mani con mio marito, e insieme vorremmo da lei qualche considerazione.

La questione è molto attuale e per questo di grande interesse, la ringrazio per averla condivisa qui. Rispondo attraverso un’esperienza concreta, precisando che parto da questa, ma in seguito, nei prossimi numeri, vorrei condividere l’incontro con altre forme carismatiche (che vivono, ad esempio, una compresenza di maschile e femminile). Nessuna di esse rappresenta un “modello” da imitare, ma ciascuna è un tesoro per la Chiesa in quanto con la propria intuizione arricchisce la comprensione del Vangelo e le modalità per viverlo.

La presenza dei laici non solo come “esterni”, e quindi in secondo piano rispetto ai consacrati, è stata intuita da Chiara Lubich, una donna vissuta ai nostri tempi, venuta a mancare poco più di dieci anni fa. Pensi che però già un discepolo di Pacomio – siamo nei primi secoli del cristianesimo – spiegava al vescovo Teolofilo di Alessandria, il ruolo dei monaci con queste parole: «Siamo laici senza importanza». Voleva sottolineare, cioè, che la vita monastica non intendeva porsi al di sopra di altre forme di vita.

 

L’Opera di Maria o Movimento dei Focolari – «focolare» è chiamata ogni comunità maschile o femminile di vita insieme – prevede un modo singolare di coinvolgimento pieno di alcuni laici sposati proprio all’interno delle esperienze comunitarie. I «focolarini sposati», marito e moglie o il singolo coniuge, infatti, possono consacrarsi a Dio nell’Opera, facendone così pienamente parte, pur mantenendo la propria condizione di vita familiare.

Il percorso per giungere a questa possibilità di partecipazione completa è stato laborioso e ovviamente oggetto di profonde riflessioni, anche da parte delle autorità ecclesiastiche, per la novità dirompente di una simile formula, e per la sua inevitabile complessità. I focolarini/le focolarine sposati/e sarebbero potuti rimanere come un ramo a sé stante, e per qualche tempo è stato effettivamente così, ma in tal caso – o meglio, nel loro caso – si sarebbe affievolita la forza innovativa dell’intuizione della fondatrice, che li voleva inseriti a tutti gli effetti nei focolari.

E infatti il «terzo ramo» (gli sposati) arriva a confluire, giuridicamente ed in modo integrale, nella realtà degli uomini e delle donne consacrati. Oggi non c’è una gerarchia di importanza tra gli uni e gli altri, in quanto la famiglia è la stessa, non c’è un «noi e voi».

È la sostanza comune a mettere i membri «interni» tutti sullo stesso piano. È il desiderio e l’impegno a vivere l’amore e la carità, secondo il Vangelo e le «promesse» (gli sposati emettono promesse, i vergini i voti), ad accomunarli, sebbene lo sposato avrà un modo proprio di farlo e difficoltà legate al proprio stato di vita.

Non intendo entrare nel dettaglio di come questo si declini concretamente, l’aspetto che piuttosto mi sembra centrale, riprendendo la riflessione iniziale, è la parità di partecipazione al carisma. Non c’è alcuna menomazione, ad esempio, nella distinzione tra voti e promesse (cf. R.P. Cardinali), ma accoglienza integrale nel rispetto che vergini e sposati declinino l’amore coerentemente alla vocazione concreta. Non c’è neppure un appiattimento irrealistico, che annullerebbe nuovamente la preziosità degli sposati (in una sorta di imitazione della vita consacrata) e che avrebbe, peraltro, poco senso, dato che la giornata ordinaria è caratterizzata per gli uni e per gli altri da sfide diverse.

La formazione diversificata conduce vergini e sposati entrambi ad una consacrazione, ad un impegno radicale a vivere la spiritualità scelta, ad una partecipazione piena al carisma dell’Opera. Il centro e la base comune è il desiderio di vivere insieme il vangelo, secondo l’intuizione della fondatrice (per lei l’unità tra gli uomini), e secondo la specificità dell’essere in coppia o vergini.

 

Come dicevo, non si tratta di prendere questo modello – che ho appena abbozzato – o altri e di riprodurli nelle proprie realtà carismatiche, in quanto ciascuna ha una propria storia, una propria identità che non va snaturata ed una comprensione specifica delle parole evangeliche. Mi sembra importante, tuttavia, che nella Chiesa si conoscano le varie sensibilità spirituali, e che si possano aprire spazi di dialogo tra Famiglie diverse perché aiutano a riflettere, a prendere spunti utili, a trovare modalità che rispondano sempre meglio alle esigenze delle persone (consacrati e laici).

 

Siamo in un’epoca dove questo atteggiamento è estremamente importante, dove uscire dagli spazi circoscritti delle proprie comprensioni è vitale, perché non si spenga la novità di vita che ciascun carisma porta avanti. Tempo fa si guardava con timore allo scambio tra realtà di vita consacrata, come se si creasse una sorta di concorrenza alle vocazioni. Oggi, meno male, il clima è cambiato o almeno sta cambiando. Senza un confronto autentico si rischia di assolutizzare il proprio modello e di non permettergli la crescita e il rinnovamento necessari secondo quanto lo Spirito suggerisce in ogni momento storico.

Il timore di diventare più liquidi o ibridi se si scambiano idee, proposte, o passi compiuti nel tempo, sarà facilmente superato da un’esperienza di fraternità che va oltre i confini della propria realtà limitata e soprattutto che arricchisce la vita dei membri e dell’Istituto stesso.

 

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