Esempio Gulliver

Ha qualche suggerimento psicologico da darmi per poter sopportare di più gli altri?. Franco – Sicilia Nel famoso romanzo I viaggi di Gulliver, scritto da Jonathan Swift, si trova una vera e propria miniera di suggerimenti psicologici al riguardo. Ma che cosa succede a Gulliver? Il risveglio di Gulliver a Lilliput è traumatico. Legato da migliaia di fili sottilissimi, non appena tenta di liberarsi viene colpito da centinaia di frecce scagliate con il proposito di accecarlo. Gulliver, quando viene liberato, non solo non si vendica ma, diventato amico dei lillipuziani, vince la guerra contro il loro eterno nemico catturandone, da solo, la flotta. Si aspetta una ricompensa, invece viene accusato di alto tradimento e condannato alla perdita della vista.All’inizio Gulliver pensa di vendicarsi; ma presto il buon senso gli fa respingere questo proposito. E così Gulliver, appena possibile, torna nel mondo dei grandi senza ritorsioni né lamentele per l’ingiustizia subita. Qualcuno può pensare che sia facile sopportare i torti e l’ingratitudine di esserini alti quindici centimetri. L’orgoglio in questo caso non è tirato in ballo. La nostra superiorità è così palese che non c’è neppure bisogno di dimostrarla. Bene! Cominciamo da qui.Avete presente il momento in cui una folla di bambini esce dall’asilo? Ci sentiremmo offesi, umiliati o sminuiti se qualcuno di loro, nella confusione, ci calpestasse un piede o ci urtasse spingendoci da parte? Direi proprio di no. E che cosa faremmo se uno di loro ci chiedesse di aiutarlo ad attraversare la strada? Lo aiuteremmo aspettandoci qualcosa in cambio o ci basterebbe, come ricompensa, di essere stati scelti perché giudicati simpatici e affidabili? Se siamo disposti ad aiutare, gratis, un bimbo, e a sopportare qualche suo involontario sopruso col sorriso sulle labbra… è fatta! Dobbiamo renderci conto che, in fondo, talvolta viviamo proprio in mezzo a una folla di bambini che ci arrivano a malapena all’ombelico. E quando gli altri ci schiacceranno un piede, o tenteranno di spingerci da parte, non ce la prenderemo. Anzi, potremo pure aiutarli. E lo faremo tanto più facilmente e spontaneamente quanto più saremo convinti che il torto ci è stato fatto dal loro bambino interiore, da quel bambino che ognuno porta dentro di sé. Ma quando mai ci accade di vedere quel bambino? Una volta il grande scrittore Lev Tolstoj disse che quando si fa fatica ad amare qualcuno e a sopportarlo, è bene immaginare quella persona come doveva essere da bambino, all’età di 6 anni, e come potrebbe essere da anziano disteso sul suo letto di morte. Comunque, se si vuole riconoscere il bambino interiore è bene farlo quando questo vuol farsi sentire: piangere nelle braccia di un amico, divertirsi a scherzare in una festa e a giocare all’aperto in un parco, campeggiare nei boschi. Ma occorre anche riconoscerlo nelle liti furibonde, negli scoppi di collera da adulto, nelle sofferenze non ammesse, nel senso di delusione o di possesso perduto: in tutti i modi in cui la specie umana può diventare inferiore e regredire ad uno stadio di insicurezza. Il bambino interiore è il deposito in noi di tutti gli aspetti infantili non vissuti adeguatamente, gli aspetti che non si sono mai espressi a fondo nell’infanzia reale. Ma il bambino interiore è anche ciò che invece si è espresso come la curiosità, la spontaneità, l’innocenza, la fiducia, ecc., e che da adulti sembriamo aver perduto. E allora prendiamoci una vacanza, andiamo nel mondo interiore a trovare il bambino perduto nel giardino d’infanzia del cuore, torniamo ad amare e a essere liberi; in particolare, andiamo a trovare tutti quei bambini interiori che si celano in ciascuno di noi, che non aspettano altro che di essere riconosciuti tramite un semplice sorriso o un ascolto pieno d’interesse, oppure dando importanza al loro nome, al loro lavoro, al loro mondo

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