Esclusione sociale e tagli

Un modesto suggerimento al ministro Tremonti per la prossima “manovra finanziaria”: tener conto dei più poveri.
povero
Si comincia a parlare della prossima “manovra” finanziaria che, nonostante i distinguo, non pochi definiscono di lacrime e sangue. Il ministro Tremonti promette di tagliare costi inutili: «Meno falsi disabili, meno veri evasori»
 

Resta il fatto che i tagli sugli sprechi, da tutti invocati, restano sempre difficili da operare concretamente. Mentre cresce la paura per chi è destinato a pagare sempre, senza potersi avvalere di alcuna difesa. Come quella offerta dallo scudo fiscale che ha fatto rientrare nelle tasche di molti benestanti, in maniera anonima, una fortuna di decine di miliardi di euro, al netto di una ritenuta minimale del 5 per cento. 

 

Un criterio orientativo nelle scelte da compiere nella prossima “manovra” potrebbe ragionevolmente prendere le mosse dal Rapporto annuale sull’esclusione sociale presentato, a fine 2009, dalla Commissione nazionale istituita con una legge del 2000. Le quasi trecento pagine non danno spazio a confusione di sorta e i dati sono precisi, anche perché istituzionalmente il rapporto è stato previsto proprio per dare al decisore pubblico elementi per contrastare il fenomeno della povertà.

 

Non si tratta solo della povertà assoluta che riguarda, secondo i dati Istat, tre milioni di italiani. La questione è più complessa perché permette di prendere in considerazione intere fasce di popolazione non definibili povere tecnicamente ma che, ad esempio, «arrivano con grande difficoltà a fine mese» e non saprebbero come affrontare una spesa improvvisa di 700 euro. Magari possiedono la casa ma non sanno come pagare il gas. E si tratta di altre quattro milioni di persone. Esistono, sempre secondo il rapporto, altri tre milioni e mezzo di concittadini che sono «in difficoltà per la spesa della vita quotidiana», cioè coloro che, in un anno, almeno una volta non hanno avuto denaro sufficiente per bisogni elementari come il cibo o le medicine. Infine compare la nuova categoria dei “vulnerabili”. Sei milioni di persone assolutamente appartenenti alla classe media, con lavoro e automobile propria, ma che improvvisamente si accorgono che il peso quotidiano della vita, le spese per i figli o le cure particolari, li spinge verso uno status di incapacità del proprio reddito. Come afferma Marco Revelli, presidente della Commissione nazionale di indagine sull’esclusione sociale, siamo di fronte ad una «condizione di strutturale precarietà» che cerca di resistere alla deriva verso il basso.

 

Anche un recentissimo saggio dell’economista Maurizio Franzini, professore alla Sapienza di Roma, si intitola in maniera eloquente: Ricchi e poveri. L’Italia e le disuguaglianze (in)accettabili. È il risultato di anni di studi e di ricerche sui dati provenienti dalla Banca d’Italia che mostrano una crescente polarizzazione dei redditi: cresce la ricchezza della fascia di popolazione già ricca, mente aumenta il numero di coloro che vengono sospinti nella fascia più povera. «Ciò vuol dire che la probabilità di sfuggire a una condizione vicina a quella di povertà si è ridotta e che molti hanno sperimentato una più lunga permanenza in questo stato», afferma Franzini che invita a considerare la pericolosità di questo fenomeno perché «segnala un forte scollamento nel grado di coesione sociale che può condurre ad aspri conflitti».

 

Rapporti, analisi e studi rendono evidente che non si combatte la povertà quando si tratta di ridistribuire le briciole, ma al momento delle scelte strategiche. Tenendo conto del destino di milioni di persone che si percepiscono sempre più in bilico.

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