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Cultura > Arte e Spettacolo

Eroi di ieri e di oggi

di Oreste Paliotti

- Fonte: Città Nuova

Davanti al Kouros Milani e al San Giorgio di Donatello. Simboli di giovinezza, di perfezione e pienezza di umanità

san giorgio donatello

A Firenze il richiamo del medioevo e del Rinascimento è così prepotente da mettere in ombra perfino i capolavori dell’arte classica. Sarà per questo che, quasi per rendergli giustizia, sto visitando il Museo archeologico nazionale, vera miniera di opere fondamentali per la storia dell’arte greco-romana ed etrusca, ma che nel seicentesco palazzo costruito per la principessa Maria Maddalena de’ Medici custodisce importanti raccolte relative anche ad altre civiltà. Pure questo museo ha sofferto molto per l’alluvione del 1966 e solo gradualmente, in questi anni, ha riaperto i suoi spazi con un nuovo allestimento dei reperti restaurati.

 

Mi soffermo a lungo davanti al Kouros Milani, dal nome del donatore: un originale greco del VI secolo a. C. destinato ad un monumento funerario o come prezioso dono votivo. La statua, di dimensioni lievemente superiori al vero, raffigura un giovane nudo, un kouros appunto, con la gamba sinistra leggermente avanzata e le braccia distese lungo il corpo, le mani chiuse a pugno e la bocca atteggiata nel “sorriso” caratteristico di questo tipo di sculture, simbolo di giovinezza, bellezza, perfezione. Pur nella sua posizione rigidamente frontale, quest’opera esprime una energia compressa che la rende “viva”.

 

Mi reco poi al Bargello, imponente edificio duecentesco diventato anch’esso museo nazionale per il confluire di alcune tra le più importanti sculture del Rinascimento, tra le quali capolavori di Donatello, Luca della Robbia, Verrocchio, Michelangelo, Cellini… nonché di prestigiose raccolte di bronzetti, maioliche, armi, smalti, medaglie, avori, ambre, arazzi, mobili, provenienti in parte dalle collezioni medicee e in parte da donazioni di privati. È in corso una mostra su Bartolomeo Ammannati scultore. Ma in mezzo a tanta profusione d’arte e di bellezza, dico la verità, un’opera sola trattiene a lungo la mia attenzione: il San Giorgio che Donatello scolpì nel 1416-17 per l’Arte dei Corazzai e qui trasferito dalla facciata di Orsanmichele, dove è rimasta una copia. Il giovane santo, chiuso nella sua armatura e appoggiato allo scudo crociato, si direbbe in momentaneo riposo dopo l’uccisione del drago (la movimentata scena è riprodotta nel sottostante bassorilievo). Stupisce come nel limitato spazio concesso dalla nicchia poco profonda Donatello abbia saputo realizzare una figura stante tutt’altro che statica, ma che sembra già pronta, dopo una breve sosta, a lanciarsi in altre imprese, come s’indovina dalla fronte aggrottata per concentrazione di pensiero, dall’espressione fiera, dallo sguardo affissato lontano. A differenza di quel campione del paganesimo rappresentato dal Kouros Milani, qui è il nuovo eroe, l’eroe cristiano, che – come è stato giustamente osservato – «sembra incarnare la fierezza di un’umanità rinata».

 

Con ancora negli occhi il capolavoro di Donatello, esco dal Museo e, percorsi pochi metri in una viuzza secondaria, dove alcuni operai stanno montando un’impalcatura per il restauro di una facciata, me se sto col naso in su a guardare uno di loro, un giovane atletico il cui casco di protezione può evocare un elmo: ben piantato sulla passerella, la fronte aggrottata nello sforzo, sta armeggiando con una grossa chiave inglese per ancorare dei tubi Innocenti. Non mi ricorda, la sua bella figura fiera (così m’è parsa), il San Giorgio di poco fa?

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