Eroi contro i “mai”

Mai. Mai più. Parole contro le quali, prima o poi nella vita, tutti ci scontriamo. Parole che pesano come macigni. Mai. Una parola tremenda. La più tremenda di tutte le parole usate dagli uomini. Mai. La si può paragonare solo alla parola morte. La morte è un grande mai… Io non salirò mai sull’Everest… non scenderò mai in un batiscafo nella Fossa delle Marianne… non potrò mai attraversare il Canale della Manica a nuoto… Non potrò uscire su di un peschereccio…. L’elenco potrebbe continuare, includendo situazioni sempre più vitali e drammatiche. Ruben Gallego conosce il peso della parola mai. Perciò ha potuto scrivere queste righe. Tutti noi abbiamo dei mai contro cui sbattiamo la faccia. I mai di Ruben Gallego riguardano però atti che solitamente consideriamo normali: camminare, correre, abbracciare… Ruben Gallego, completamente paralizzato dalla nascita, salvo due dita, ha vissuto per più di vent’anni negli orfanotrofi dell’ex Unione Sovietica. Ma lui lo riconosce: anche chi sta bene, anche il ragazzo con i tatuaggi e l’orecchino cerca di sfuggire dai suoi mai. Presto o tardi nella vita, i mai ci vengono incontro come mostri spaventosi. Chi crede nella vita eterna, sa che c’è il luogo dove non esistono i mai. Ma qui, in questa vita i mai esistono, eccome. A volte sono terribili. Contro i mai ci si può arrendere, crogiolandosi nella tristezza o lottando rabbiosamente contro di essi fino a farsi distruggere. Oppure si può amarli, i mai. È un atto d’autentico eroismo. Si può amarli in vari modi: lottando contro di essi a testa alta, come Davide contro Golia; oppure accettandoli con dignità, un po’ come si fa la pace con un acerrimo nemico. E quando si riesce ad amare i propri mai, ci si accorge che sono soltanto ombre che, per quanto terribili, non possono scalfire la nostra infinita libertà, che è un fatto intimo dell’anima. Per amare i mai, però, occorre essere eroi. E se essere un eroe è un’opzione per chi la salute c’è l’ha, per chi è malato è una via obbligata. È facile essere un eroe scrive Ruben Gallego. Se non hai le braccia o le gambe, o sei un eroe o sei morto. Se non hai i genitori, fa affidamento su braccia e gambe. E sii un eroe. Se non hai né le braccia né le gambe e hai anche pensato bene di restare solo al mondo, è fatta. Sei condannato ad essere un eroe fino alla fine dei tuoi giorni. O a crepare. Io sono un eroe. Non ho altra scelta. Ruben Gallego ha lottato contro i suoi mai con le uniche armi che aveva a disposizione. Le sole due dita che poteva muovere. Con le quali ha battuto sulla tastiera di un computer, lettera dopo lettera, la storia della sua vita. L’ha fatto con tutta l’energia, la rabbia e la gioia che aveva in corpo. È nato così Bianco su nero (Adelphi), un libro incredibile: la sua sfida alla vita, il suo Davide contro Golia. Ma anche il suo inno alla vita. Bianco su nero è un romanzo a episodi autobiografici. Sono le parole di una persona che sappiamo immobile; ci raccontano esperienze tremende senza scivolare nel patetico; ci narrano il dolore, la lotta e la vittoria di un uomo autentico. Sono pagine scritte con linguaggio scarno, incisivo; a volte colpiscono come un pugno nello stomaco; ma fra le righe serpeggia un incredibile amore per la vita. Si snocciola così la vicenda di Ruben. Sua madre, Aurora Gallego, è figlia del segretario del partito comunista spagnolo in esilio. Mandata dal padre per un periodo di ri-educazione in Urss, s’era innamorata di un giovane venezuelano. Rimasta incinta, aveva dato alla luce due gemelli in una clinica del Cremlino, riservata alla nomenclatura sovietica. Era il settembre 1968. Uno dei gemelli morì quasi subito. L’altro, Ruben, cerebroleso, le fu tolto e fu internato in un orfanotrofio insieme ad altri handicappati. Iniziò così l’odissea di Ruben Gallego, nei ricoveri della Russia brezneviana degli anni Settanta. Un’odissea che mostra il sistema assistenziale sovietico come una macchina per la segregazione e l’eliminazione dei disabili motori e mentali, degli anziani. Il valore principale della società è la produzione, il merito fondamentale dell’individuo è la sua produttività. La sopravvivenza di uno come Ruben, considerato un essere inutile, ma allo stesso tempo privilegiato – perché appartenente alla casta della dirigenza comunista – è assicurata dalla pietà di un sistema che pretende in cambio della vita la sottomessa gratitudine. Sono piccolo. È notte. È inverno. Devo andare al gabinetto. Inutile chiamare l’inserviente. Ho una sola possibilità: strisciare. Ruben racconta come è sopravvissuto alla solitudine e all’infelicità; al sentimento d’impotenza per non essere minimamente autonomo; alla frustrazione di passare anche per ritardato mentale; alla fame, causata sia dai cibi ripugnanti sia da quella voluta, per evitare le funzioni fisiologiche che lo umiliavano costringendolo a chiedere aiuto. Racconta le contraddizioni di un sistema che da un lato garantisce il diritto all’istruzione anche al disabile, dall’altro lo condanna ad essere un assistito- recluso per tutta la vita, se non alla morte, per semplice abbandono. Racconta così dell’ospizio, la soglia della morte; della vecchia che si muove sdraiata su un carrettino. Ma racconta anche che, un eroe, riesce anche nella situazione più disperata a trovare qualcosa a cui aggrapparsi, qualcosa di positivo. Racconta che si può provare affetto anche in un gelido orfanotrofio russo. Sono pagine di commovente tenerezza: l’accoglienza dei bambini al piccolo cane zoppo; la simpatia e il calore con cui Ruben parla della studentessa spagnola che improvvisa un flamenco solo per lui, nella corsia del ricovero; del ragazzo che si trascina nella neve fino all’aula di studio. Le pagine di Bianco su nero terminano con il racconto del suo viaggio in America. Lo sguardo è disincantato, ma il giudizio netto: la sensibilità per il disabile che ha trovato nella sua breve parentesi americana, la disponibilità di mezzi materiali e l’accessibilità di essi anche a un portatore di handicap sono segni indiscutibili di democrazia. Nel 1990, nella confusione della perestrojka, Ruben riesce a scappare dall’ultimo ospizio in cui era rinchiuso. Inizia le ricerche per ritrovare la madre. La trova. Oggi Ruben Gallego abita in Spagna. È sposato. Ha due figlie. Ha scritto in libertà i suoi ricordi, con le sole due dita che può muovere. Il suo romanzo autobiografico è diventato un vero best-seller in Russia, dove è stato ribattezzato la storia della maschera di ferro del comunismo : ha acceso il dibattito sul modo in cui veniva visto il disabile nel sistema socialista, che tendeva a nascondere o eliminare qualsiasi cosa contraddicesse il mito dell’uomo nuovo in un paese dove tutti dovevano essere felici. Ma quella che racconta Ruben non è solo una storia russa. Leggerla in chiave politica sarebbe sbagliato, perché non è l’intenzione dell’autore. È la storia di un uomo che ci porge la sua vita con schietto candore. E ci fa intravedere la necessità della solidarietà fra chi la salute ce l’ha e chi non ce l’ha: un aiuto reciproco, per guardare la vita da angolazioni diverse. Che sono precluse al solo disabile, come al solo sano. E che possono aprirci squarci di paesaggi impensati… Ricordandoci che tutti siamo chiamati ad essere eroi, contro i nostri mai.

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