Ernesto “Che” Guevara 50 anni dopo

La figura del rivoluzionario latino americano continua ad esercitare una sua attrattiva oltre ogni banalizzazione. Il dibattito storico e le domande aperte su una vicenda che resta attuale
A Milano una mostra racconta il mito, il rivoluzionario e l'uomo Ernesto Guevara. In occasione dei cinquant'anni dalla morte, avvenuta in Bolivia dove era stato catturato insieme ai compagni di guerriglia, la mostra 'Che Guevara. Tu y dosos' alla Fabbrica del Vapore farà rivivere ai visitatori gli avvenimenti cruciali e il mito del Che, con la narrazione dell'uomo, dei suoi affetti, dei suoi ideali e turbamenti. L'esposizione si terrà dal 6 dicembre al primo aprile 2018, anno in cui ricorrono i 90 anni dalla nascita, ed è stata realizzata con il ricchissimo e in parte inedito materiale di archivio del Centro Studi Che Guevara de l'Avana, 5 OTTOBRE 2017. ANSA/UFFICIO STAMPA ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

Che Ernesto “Che” Guevara de la Serna sia morto 50 anni fa è certo, meno certa è la data precisa in cui fu ucciso in combattimento, o forse più esattamente in una imboscata tesagli nell’infido terreno boliviano dalle forze militari di quel Paese, contro le quali il capo rivoluzionario si batteva allora al fianco dei guerriglieri antigovernativi. Comunque, se non fu il 9, il giorno della morte del Che è compreso sicuramente fra il 6-7 e il 10 ottobre 1967, studiosi e ammiratori sono d’accordo. Ma al di là di questo mini-giallo sulla data di morte, a mezzo secolo di distanza si può dire che la popolarità e il mito di Guevara resistono a conti fatti brillantemente.

Tutte le generazioni di ogni continente ne hanno sentito parlare, sanno più o meno chi era, come la pensava e grosso modo quello che ha combinato come rivoluzionario e come politico, a Cuba, in Africa e specialmente in America Latina. Però questa 50ennale permanenza-diffusione-stabilizzazione della mitologia guevariana nel mondo si è accompagnata purtroppo a una banalizzazione, a un “involgarimento” (in senso letterale, vulgus è il popolo, quindi “popolarizzazione”) di tutto quanto si sa, o si crede di sapere, su questo grosso personaggio della metà del ‘900, che val la pena esaminare seriamente e approfondire.

Invece il Che continua oggi a essere conosciuto-tramandato-ammirato di pari passo con la proliferazione delle t-shirt e dei poster con la sua immagine “doc” (sorriso franco, capelli fluenti, basco stellato e sigaro in bocca) indossate le une dai giovani o meno giovani e piazzati gli altri sui muri delle stanze dei ragazzi, dei circoli politici o perché no dei gruppi parrocchiali. Non è qui il luogo per parlare del Nostro in modo storico e rigoroso, ce ne manca lo spazio e la competenza. Dico solo, aiutato ahimé dai ricordi, che la dis-ideologizzazione e quasi de-politicizzazione del personaggio Guevara, che ormai “non morde più” come 50 o 40 anni fa, è il combattente romantico e idealista che va bene per tutti, l’eroe senza macchia né paura che lotta genericamente per la giustizia sociale, il riscatto dei poveri ecc. ecc., cause condivise da Salvini a Vendola; dico che tutto questo non aiuta a conoscere il Che e i molteplici temi ed eventi legati alla sua figura e opera. Chi è stato davvero questo giovane medico argentino di famiglia piccolo-borghese, che ha piantato i malati per scoprire il Sudamerica degli ultimi?

Com’è diventato il numero 2 della rivoluzione cubana? Perché dopo aver combattuto e vinto al fianco di Castro ha mollato la costruzione della Cuba socialista per altri pezzi di Terzo Mondo, come l’Asia e l’Africa, pure loro da liberare? O per il resto della sua America Latina, combattendo in Bolivia e trovandovi la morte, a 39 anni?

Al di là dell’icona rivoluzionaria, che ormai ti tirano appresso nel mercatino sotto casa, sono questi i fatti e le problematiche da sviscerare in questo cinquantenario guevariano. Come pure sarebbe ora di verificare cosa c’è di vero nell’accusa da varie parti rivolta al Che di aver commesso crimini politici e di guerra, durante la rivoluzione cubana e poi combattendo in altri Paesi del continente. I detrattori si basano a volte sulle stesse parole del Che. “L’odio è un fattore di lotta”, scrive in un articolo ad aprile del ’67, “l’odio intransigente contro il nemico permette di trasformarci in un’efficace, violenta, fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così: un popolo senza odio non può abbattere un nemico brutale… Bisogna portare la guerra nelle sue case, nei luoghi di divertimento, renderla totale. Non bisogna lasciargli un attimo di pace, farlo sentire come una belva braccata”.

Parole dure, spietate. Ma era meno duro e spietato il nemico da combattere? Domande difficili. Però una cosa è certa: le t-shirt, i poster, i gadget e gli slogan del Che che si ripetono stancamente (uno per tutti: “hasta la victoria siempre”, che potrebbe essere benissimo un motto fascista…) non aiutano a rispondere.

 

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