Ernesto Balducci e il nostro tempo di guerra

Il realismo della pace e la vocazione della Chiesa. Intervista allo storico Pietro Domenico Giovannoni sull’attualità della figura di padre Ernesto Balducci (1922-2022). Prima parte
Balducci e la guerra. Foto Ucraina (AP Photo/Rodrigo Abd)

In questo anno 2022 viene a cadere il centenario della nascita di Ernesto Balducci, una figura cardine del cattolicesimo italiano contemporaneo, scomparso ormai da 30 anni, il 25 aprile 1992, per le conseguenze di un grave incidente che ha fermato il suo impegno a favore della pace nel pieno del dibattito sulla prima guerra del Golfo e la tragedia dei conflitti nella ex Jugoslavia.

Religioso dell’ordine degli Scolopi, proveniente da una famiglia di minatori del grossetano, è stato un punto di riferimento al di là dell’ambito ecclesiale, con un’apertura di visione che in quegli anni gli ha permesso, prima di morire, di contribuire a fondare un’organizzazione non governativa (Un ponte per…) tuttora molto attiva nel costruire rapporti di solidarietà tra i popoli nonostante la guerra in corso tra i rispettivi governi.

Il dialogo con lo storico Pietro Domenico Giovannoni vuole essere un invito a conoscere e approfondire l’attualità di Balducci e di tutto quel particolare periodo di un fecondo cattolicesimo fiorentino caratterizzato da una grande vivacità di pensiero e azione: da Giorgio La Pira a Lorenzo Milani, da Fioretta Mazzei a Bruno Borghi, per fare altri nomi.

Partiamo dal capire la centralità della sua scelta di pace. Parliamo di un padre scolopio che negli anni giovanili di formazione sacerdotale è stato preservato dalla chiamata sotto le armi nel secondo conflitto mondiale…
Balducci come tutti gli uomini ha percorso una vita. Nel 1951 in “Sic et non”, un piccolo libretto di apologetica cattolica, Balducci proponeva senza particolari remore la dottrina della guerra giusta e l’immoralità dell’obiezione di coscienza. Ne “Il cerchio che si chiude” Balducci confessa di aver vissuto come un ingiusto privilegio l’esenzione dal servizio militare e dalla guerra in quanto sacerdote, mentre i suoi amici di infanzia morivano nelle steppe della Russia; come visse con un certo senso di colpa l’aver potuto attraversare l’ora più buia della guerra, il ’43-’44, nella relativa sicurezza dello studentato romano. Ma è nella Firenze di La Pira che Balducci matura una rivoluzione copernicana: dal dovere di obbedire al dovere di non farlo.

Cosa accadeva nella Firenze di quegli anni?
Nel 1961, ad esempio, La Pira fa proiettare “privatamente”, ma in realtà con centinaia di giornalisti, il film Tu ne tueras point di Autant Lara, vietato dalla censura per apologia di reato. Era la storia di un obiettore. L’iniziativa di La Pira desta scalpore nella Dc e nella chiesa. Intanto si avvia il processo al primo obiettore cattolico (i primi sono stati i protestanti): è il caso Giuseppe Gozzini. Da lì nasce la famosa intervista su Il Giornale del Mattino (testata vicino a La Pira, ndr) “La chiesa e la patria” che costerà a Balducci una condanna in appello dopo una prima assoluzione.

Dopo l’intervento di don Milani, con “La lettera ai cappellani militari”, la questione riempie ancor di più le pagine dei giornali e il dibattito ormai si infiamma. Ma oltre all’obiezione di coscienza è sicuramente la Pacem in terris a segnare una svolta nel pacifismo di Balducci. Hiroshima aveva segnato un punto di non ritorno e Balducci farà sua la tesi di La Pira: “La guerra è impossibile, la pace inevitabile”.

Si può immaginare come fu accolta in città una tale enciclica…
L’enciclica di papa Giovanni a Firenze, nei circoli lapiriani, fu salutata come una conferma della validità di quella che La Pira stesso aveva chiamato la “germinazione fiorentina”. In una guerra che può essere atomica – e quindi significare la fine della specie umana – è irrazionale pensare di poter lasciare alle armi la soluzione dei conflitti internazionali. La strada obbligata è il dialogo, la convivenza pacifica e la costruzione di un governo mondiale.

Una posizione ingenuamente pacifista?
Il pacifismo di Balducci, come quello di La Pira, è tutt’altro che un pacifismo ingenuo: nasce dall’analisi razionale, vorrei dire scientifica, delle dinamiche politico-economiche a livello planetario; nasce dalla consapevolezza che non vi potrà essere pace senza giustizia, vale a dire senza un’equa redistribuzione delle risorse e delle ricchezze; nasce dalla constatazione che, in un mondo oggettivamente plurale, nessuna potenza o gruppo di potenze potevano pretendere di governare il mondo, ma neanche potevano farlo. Da qui l’insistenza di Balducci sulla centralità di un rinnovamento dell’ONU, di una sua riforma nel senso di una democratizzazione effettiva, di una rinuncia degli Stati di una parte di sovranità. Balducci parla espressamente di una nuova edizione, su scala planetaria, del contratto che ha dato origine, almeno a livello di dottrina, allo Stato moderno.

Come si può definire allora tale visione di Balducci?
Quello di Balducci è un pacifismo istituzionale. Non a caso per lui la pace non era utopia, ma vero realismo. Da qui la necessità di mobilitare le coscienze e costruire il movimento della pace partendo dal basso attraverso un lavoro comune con tutte le forze possibili: partiti, sindacati, associazioni, Chiese. Un particolare ruolo lo avevano proprio le religioni, chiamate secondo Balducci a bandire la parola guerra dalle loro teologie e perfino dai loro testi sacri. Era un atto di fede autentica. Le recenti affermazioni di papa Francesco vanno in questa direzione.

Come altri della sua generazione aveva intuito la profonda crisi sotterranea della Chiesa sotto la retorica trionfalista del dopoguerra. Quale era la ragione di tale crisi secondo Balducci?
Negli anni ’50, particolarmente negli ultimi anni di pontificato di Pio XII, Balducci e gran parte del cattolicesimo fiorentino avvertivano un’immaturità delle gerarchie ecclesiastiche: tra gli aspetti più negativi di questa immaturità c’erano un anticomunismo ideologico – si pensi alla scomunica del 1949 -, un certo autoritarismo sui laici e sulla stessa Democrazia Cristiana, la rigidità verso le aspirazioni del movimento operaio, il perdurare di una sindrome di assedio che vedeva la Chiesa sempre in tempesta. Dietro alle oceaniche manifestazioni dell’Azione Cattolica di Luigi Gedda, Balducci vedeva i primi segni della crisi.

Cosa ha significato il papato di Roncalli?
Giovanni XXIII rappresentò un vero e proprio “dono” dello Spirito. Finalmente una Chiesa non più cittadella assediata dai nemici: i laici, i socialisti, i comunisti, la scienza, la secolarizzazione, le altre chiese o le altre religioni; finalmente una Chiesa popolo di Dio, non clericale, una comunità di fede che si riunisce intorno alla Parola e all’Eucarestia, i due assi cartesiani. La Chiesa per Balducci aveva mancato e continuava a mancare purtroppo di fede: aveva prima e anche dopo il Concilio troppa premura di preservare il sacro, troppa paura di contaminare Dio con il mondo, dimostrando di non credere davvero o credere poco che questo Dio si era fatto carne, si era fatto mondo.

Che tipo di messaggio arriva da quella visione di Chiesa nel tempo attuale?
Il discorso è complesso e chiederebbe tempo e spazio: direi che la chiesa è per Balducci essenzialmente Parola e fractio panis, condivisione del pane, ma non del “pane degli angeli”, amava ripetere Balducci, ma condivisione delle nostre vite, delle nostre “gioie” e delle nostre “speranze”, come recita l’incipit della Gaudium et spes. Un testo ancora da leggere e meditare è “La chiesa come eucarestia” uscito nel 1970 e poi, in seconda edizione, nel 1971 e recentemente ristampato con il titolo “La chiesa. Comunità profetica nel mondo e nella storia”. La riflessione di Balducci sulla Chiesa rimane una delle più significative del post concilio, carica ancora di futuro. Si tratta di una riflessione sofferta, vissuta nella carne, mi verrebbe da dire, nel senso che è il Balducci credente e sacerdote che per l’amore totale a Cristo ha amato, davvero fino in fondo, anche la Chiesa. Balducci ha respirato il Concilio a pieni polmoni: c’è un entusiasmo che si avverta a pelle, la speranza si riverbera in ogni rigo di Balducci.

(Fine prima parte)

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