Erminio Longhini: bravo medico, grande uomo

Un ricordo di questo professionista, recentemente scomparso, medaglia d’oro  al merito per la Sanità e fondatore, insieme alla moglie Nuccia, dell’Associazione volontari ospedalieri, Avo

«Ringrazio l’Eterno Padre perché nella mia vita ho avuto molto più di quanto immaginassi. Ringrazio Maria, e tutte le sere concludo le mie preghiere dicendo: “Visto che sono alla fine della mia vita, fammi morire a casa, se possibile con il conforto di un sacerdote, ma soprattutto sii Tu a venirmi a prendere e sarà piena letizia: ti sentirò e ti vedrò”». Concludeva così una sua testimonianza data davanti a un gruppo di amici all’inizio dell’estate scorsa, il professor Erminio Longhini, già primario nel reparto di Medicina interna presso l’ospedale di Sesto San Giovanni a Milano.

L’età avanzata, gli acciacchi che ultimamente si erano fatti sentire in maniera molto forte, gli avevano prefigurato un quadro clinico che lui da medico aveva ben capito. «Quando mi chiedono come mi sento, mi viene istintivamente di rispondere: come una foglia d’autunno in una giornata di vento. Sembrerebbe più desiderabile il venire della sera della vita. Poi capisco che si nasconde una tentazione e al mattino, al risveglio, capisco che mi viene donato un altro giorno di vita e che la vita è vivere il momento presente – la misericordia per quanto riguarda il passato e la speranza per l’avvenire». E la sera della vita, per Erminio, è sopraggiunta come una carezza di Maria. Materna, serena. Lui l’aveva invocata: «Sii Tu a venirmi a prendere e sarà piena letizia: ti sentirò e ti vedrò».

Erminio Longhini – la nostra rivista ne ha parlato più volte – è stato un medico particolare. Un grande uomo della medicina che ha saputo chinarsi sulle ferite delle persone e sollevarsi solamente quando a quelle ferite era riuscito a trovarvi un rimedio. Una soluzione. Per lui la persona è sempre stata al centro di tutto il suo agire. Per un paziente, raccontava, studiava ore e ore, faceva ricerca, provava soluzioni, finché otteneva quanto desiderava. Serio, scrupoloso, esigente e intransigente.

E tenero. Sì, a Michela hai rivelato la tenerezza del papà per la figlia e lo hai fatto a modo tuo. Non tutto, non subito, ma alla fine dei tuoi giorni in un gioco di carezze, di sguardi, di gesti e di intese che rivelano il grande cuore di un grande medico, e ancor più di un grande papà, che da piccolo avrebbe voluto diventare ingegnere minerario, ma per accondiscendere ai genitori si era iscritto a medicina. Appena laureato lo spauracchio: «Non pensavo di riuscire a sopportare il peso dei problemi dei malati e tentai delle scappatoie».

Poi guardando la Madonna a Lourdes, una sera, «mentre pregavo, fui illuminato da un pensiero: “Nella vita non occorre essere il vangatore, ma occorre essere una buona vanga”. Mi sembrò un vero patto: avrei avuto nell’esercizio medico l’aiuto di Maria, se avessi fatto completamente il mio dovere di preparazione». Erminio prende con sé stesso l’impegno che a qualunque punto della sua carriera fosse arrivato, avrebbe sempre dedicato allo studio almeno due ore giornaliere. Nuccia fu una sposa e una moglie straordinaria: «Lavoravo dalle 7 del mattino all’1 di notte per le esigenze del lavoro e della ricerca. Quando tornavo a casa, spesso non riuscivo ad aprire la porta perché Nuccia si stendeva su una coperta per terra, in modo che al mio arrivo obbligatoriamente la svegliassi e così potesse riscaldarmi la cena».

Dal matrimonio nascono tre bambini, Stefano, Michela e Matteo, e il culmine della carriera arriva con la nomina a primario a Sesto San Giovanni.

Grazie a generosi contributi di una imprenditrice, mette in piedi un reparto di medicina interna con apparecchiature all’avanguardia e accoglie giovani laureati italiani e di Paesi in via di sviluppo che possono formarsi. Riesce a motivare colleghi e infermieri e la divisione medica da lui diretta diviene una delle migliori, sia come rapporto umano che tecnico, con centinaia di ricerche pubblicate. Capisce che non basta curare la malattia, ma occorre prendersi cura della persona. Coinvolge la facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica per una ricerca in 40 ospedali lombardi, da cui emerge che il maggior disagio dei malati è la perdita di autonomia, il dover dipendere da un altro.

«Mi viene un’idea che comunico a mia moglie e ad alcuni collaboratori: perché i nostri amici non donano un po’ del loro tempo per instaurare un rapporto umano, uno scambio d’amore con i nostri malati? Ebbene, non senza ostacoli e mille complicazioni riusciamo a portare i primi 30 volontari in corsia, disposti ad occuparsi dei malati oltre le cure». Da questo piccolo gruppo di volontari, e con l’operosità e tenacia di Nuccia, nel 1976 nasce l’Avo (Associazione volontari ospedalieri). «È lo Spirito Santo, bisogna andare avanti così», lo incoraggia il cardinal Martini, e lo stesso papa san Giovanni Paolo II: «Sono contento, dica ai suoi amici di continuare così».

L’Avo si diffonde in tutta Italia e conta oggi 25 mila volontari in 250 ospedali. E Longhini continua a formare spiritualmente i volontari con scritti e videomessaggi fino alla fine. Per questo suo impegno, nel 2004 è insignito con la medaglia d’oro al merito della Sanità dal presidente Ciampi. In questi ultimi anni si affina in lui la mitezza, l’abbandono in Dio, la gratitudine per i doni ricevuti e per il rapporto costruito con tanti nel Movimento dei Focolari. «Grazie a voi fratelli, perché se tante realtà mi sono entrate in cuore è frutto di aver vissuto con voi ciò che poi ho cercato di diffondere».

Nel comunicato dell’Avo inviato a tutte le sedi italiane dal suo attuale presidente si legge: «Ci lascia un grande uomo, capace di cogliere con la sua sensibilità, con l’umanità e con la sua fede quell’essenziale che spesso gli occhi non vedono e nemmeno le menti. Non ci lascia però soli, anzi, ognuno di noi lo ritroverà nel proprio servizio se saprà mettere a frutto tutto il sapere, la saggezza, la profondità che Erminio ci ha sempre comunicato e insegnato».

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