Enzo, l’uomo del dialogo

Articolo

L’ultimo contributo di Enzo alla nostra rivista è stato, sul numero 23 dello scorso dicembre, un articolo tratto dalla sua introduzione al recente volume di Chiara Lubich Ogni momento è un dono: un commento esemplare per concisione e profondità sul valore dell’attimo presente alla luce della rivelazione cristiana e del carisma dell’unità; senza trascurare un accenno alla considerazione che ha, nell’ambito delle altre grandi religioni, questo elemento chiave della vita spirituale. Non si tratta tanto però dell’elaborato di una mente colta e aperta, quanto soprattutto di vita, del distillato di una intera vita. Ora poi che Enzo non è più visibilmente tra noi, l’invito con cui si conclude quell’articolo non può non suonarci come un testamento: «… alla scuola dell’attimo presente impariamo anche a fare del tempo un’occasione continua di crescere nell’amore. Perché l’amore, quello vero, concreto, reale, è allergico al passato e al futuro. Lo si può vivere solo qui ed ora, là dove quel dono di Dio, che è ogni attimo di vita, può dilatarsi in dono d’amore per tutta l’umanità». Si sa che è a tale scuola che si forgiano quei giganti della carità che chiamiamo santi; fra i quali ci prendiamo l’ardire di includere anche Enzo: questa almeno l’impressione comune, appena s’è sparsa la notizia della sua improvvisa partenza, sia nell’ambito della grande famiglia focolarina e sia da parte di tanti altri, cristiani o di altre fedi, che un po’ in tutto il mondo hanno avuto modo stimarlo, amarlo come un fratello e un maestro di vita spirituale. Per chi non lo ha conosciuto, Enzo Maria Fondi era nato a Velletri (Roma) nel 1927, da una famiglia benestante. Laureatosi in medicina e chirurgia, nel 1950, a 23 anni, “lasciò tutto” per entrare a far parte del primo focolare romano. Con altri medici focolarini, all’inizio degli anni Sessanta, varcò la cortina di ferro per lavorare come assistente chirurgo nell’ospedale cattolico di Lipsia, nella Germania orientale. In seguito lo troviamo negli Stati Uniti, dove grazie anche al suo impulso cominciò a diffondersi la spiritualità dell’unità. Nel 1964 venne ordinato sacerdote. Dal principio degli anni Ottanta fino alla morte è stato responsabile, insieme a Natalia Dallapiccola, del Centro per il dialogo interreligioso, incarico che si aggiunse a quello per la formazione spirituale dei membri del movimento. Certi santi stupivano i contemporanei per il fatto di apparire sempre “uguali” a sé stessi, in qualunque situazione si trovassero. Ebbene, un tale giudizio sembra attagliarsi perfettamente ad Enzo, che di fronte a qualsiasi situazione, anche increscio- sa, magari drammatica – come, fra l’altro, durante l’ultima sua malattia –, manteneva una calma, una pacatezza, una capacità di rispondere in termini di carità ed anche di lucidità umana che erano indice di una speciale unione con Dio e, va aggiunto, con Maria, alla cui scuola si sentiva «come un bimbo svezzato in braccio a sua madre». Sempre affabile, delicato, dal tratto signorile raro, non pronunciava parole inutili, andava al concreto delle situazioni, le affrontava con intelligenza, con tenacia. Con una dedizione ai suoi compiti straordinaria, fino all’ultimo giorno della sua vita. La scala dei valori era il Vangelo. Non per nulla, fra le “perle” spirituali disseminate da Enzo lungo tutta la sua vita si ricordano le esperienze della Parola di Dio che erano state tappe significative per lui stesso. Esemplare quella dell’ammalato grave di tbc che lui, ancora laureando in medicina, assistette ben oltre il suo dovere, fino alla fine, e che rimase famosa come quella in cui pre- se «per la prima volta il vangelo alla lettera». La sua passione, insieme al ricco patrimonio spirituale di cui cercava di essere canale, era quel dialogo interreligioso che lo portò a stabilire in tanti viaggi nei vari continenti, oltre che in Italia, contatti fraterni con credenti dell’ebraismo, dell’islam, del buddhismo e di varie altre religioni, in cui ammirava quelli che il Concilio Vaticano II ha definito “semi del Verbo”: e cioè autentici doni di grazia e di verità per aiutare l’uomo nel suo cammino verso Dio (vedi box qui accanto). Messaggi giunti da tutto il mondo testimoniano questa sua passione; come pure «la qualità della sua vita spirituale» e «la sapienza» che – come scrive il card. Francis Arinze, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso – «traspariva dalla sua conversazione, dai suoi scritti». Commoventi anche le parole degli amici musulmani in Algeria, dove sin dall’inizio degli anni Sessanta si è aperto un dialogo dagli sviluppi imprevedibili. «L’abbiamo conosciuto – scrivono – quando venne per unbreve periodo nel 1993. Costituiva una reale sfida il fatto di venire a parlare di amore e di unità in un paese dove da un anno si era scatenata un’ondata di odio che non risparmiava nessun innocente, e soprattutto coloro che non condividevano le stesse convinzioni religiose». Enzo amava in modo particolare anche il continente asiatico dove era stato più volte: l’ultima, nel gennaio 2001, accompagnando Chiara in India; viaggio che ha avviato ufficialmente anche un nuovo dialogo, quello con il mondo induista. Dal Pakistan, dove il dialogo con l’islam è iniziato da oltre 15 anni, scrivono: «Ci ha legati ad Enzo la passione per i nostri musulmani che insieme a Natalia ha seguito, sostenuto, incoraggiato con amore delicato. E ha aiutato noi a capirli». In preparazione alla grande Giornata di preghiera interreligiosa col papa del 24 gennaio ad Assisi, al Centro per il dialogo interreligioso dei Focolari fervono le attività. Enzo, in prima linea come sempre, stava dando tutto sé stesso. Ora il suo contributo è un altro. Il segreto di una vita Di Enzo, riportiamo questa testimonianza tratta dal volume-intervista a cura di Franca Zambonini: “Chiara Lubich, l’avventura dell’unità” (Ed. Paoline, 1991). Quando mi capitò tra le mani, negli ultimi anni di liceo, L’uomo questo sconosciuto di Alexis Carrel, vi trovai una forte ispirazione per il mio futuro. Mi appassionò alle scienze medico-biologiche, con la sua intuizione del rapporto psicosomatico, dell’inter-azione cioè tra corpo e anima nella salute e nella malattia. Ma c’era la guerra e ci fu lo sbarco di Anzio a pochi chilometri didistanza da dove viveva la mia famiglia, catapultandomi nell’esperienza traumatica dei bombardamenti a tappeto, delle retrovie zeppe di militari, della distruzione della casa. Roma fu allora un porto sicuro in cui approdammo con la mia famiglia e i pochi beni che si erano potuti salvare. Qui la vita ricominciò e riuscii ad iscrivermi alla facoltà di medicina. Ma ciò che caratterizzò quei primi anni romani fu soprattutto l’incontro provvidenziale con un gruppo di giovani impegnati nella Congregazione mariana La scaletta, a Sant’Ignazio. Vi era in me una certa propensione alla radicalità della testimonianza. Fu, credo, per questa spinta interiore, che accettai nel 1948 di predicare una missione sulle piazze di Siena, con la Pro Civitate Christiana. Ma, tutto sommato, quelli furono anni di ricerca, in un clima interiore fatto di attesa, di vaga insoddisfazione, e di una certa aridità. Era questo lo stato d’animo in cui, durante il quinto anno di medicina, nel febbraio del 1949, fui invitato ad una riunione. Fu lì che conobbi Chiara e fu lei che, presentata da un religioso, raccontò la sua esperienza spirituale e quella del primo gruppo sorto attorno a lei. Potrei ora ridire quasi alla lettera ciò che ascoltai, non perché mi ricordi le parole, ma perché è quella «storia del movimento » che io stesso ho poi raccontato innumerevoli volte, quasi fosse la mia storia personale. Era la semplice, piana esposizione di fatti accaduti, meravigliosi e straordinari, eppure normali. Si trattava di accettare o no quel racconto. Ma se uno lo accettava, non c’era altra strada per saperne di più che seguire quella giovane donna che – lo si vedeva – era quella stessa esperienza viva, impersonava in modo genuino l’annuncio che portava. Ma l’avvenimento decisivo per me fu il viaggio a Trento, nelle vacanze del Natale 1949, all’inizio dell’Anno Santo. Nella città sommersa dalla neve, fra braccia forti e caritatevoli che ti impedivano di scivolare sul ghiaccio di cui erano lastricate le strade, in case accoglienti di persone amabilissime, capitai nel bel mezzo della nuova comunità. Ciò che mi afferrò l’anima e le diede un’impronta incancellabile furono gli incontri con Chiara nella piccola sala da pranzo di una casetta a mezza costa, sopra la chiesa dei Cappuccini. Eravamo forse una trentina di persone fra ospiti e gente del posto, pigiati all’inverosimile. Ma le risposte di Chiara alle domande di un sacerdote ci facevano dimenticare spazio e tempo, ci trasportavano in una dimensione sconosciuta, quella dell’amore trinitario. Era contemplazione e partecipazione di quella luce che è il Regno di Dio fra noi. Tornato a Roma, trovai assai difficile rimettere i piedi a terra e riabituarmi a quella strana quotidianità fatta di studio, di rapporti familiari e delle normali attività di ogni giorno… Qualche mese dopo, alla vigilia della laurea, capii che ciò che contava, ormai, nella mia vita, era seguire Gesù in questa nuova strada. Ero pronto a lasciare famiglia, amici, studio pur di convivere con lui assieme agli altri chiamati a vivere nello stesso modo e sotto lo stesso tetto. Una notte che passammo, a turno, in preghiera – per una urgente necessità del movimento – portai da casa in focolare anche il mio letto. E quella fu la prima notte della mia nuova vita. I primi mesi dopo la laurea mi esercitai… nella cucina del focolare e in vari altri compiti. Ma il focolare era soprattutto una scuola di unità, dove imparare a rendere presente, ventiquattr’ore su ventiquattro, Gesù nella nostra convivenza, e a superare quella radicale incapacità d’amare, da cui tutti siamo afflitti. È una scuola che dura tuttora e i cui esami non finiscono mai. Ma il segreto di questa vita sta tutto nell’amore con cui Dio ci ama e con cui, noi stessi, ricominciando sempre, cerchiamo di amarci.

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