Enrico, la volpe

Cavallini, pioniere dell’anestesia in Italia, carattere indomito. Conquistato da un amore, l’Amore.
Enrico Cavallini

Se Enrico Cavallini leggesse oggi la sua biografia edita da Città Nuova Come una volpe dal fiuto sottile, dovrebbe ammetterlo: la volpe è stata stanata. D’altronde troppe sono state le tracce lasciate da questo «rivoluzionario, partigiano, ateo, medico, tra i padri fondatori della moderna anestesiologia, convertito alla fede in circostanze inusuali» per essere lasciato in pace.

Questo testo che Marco Bernardini ci propone si fa leggere d’un fiato. Brani di storia e avvenimenti si compongono in una tessitura felice a tracciare il percorso umano e professionale di un uomo, ed insieme descrivono un’epoca, quella del dopoguerra italiano.

Per capire Enrico si deve tornare alle sue radici. Un nonno anarchico e anticlericale, il fratello Alberto amico di Pertini e fondatore del partito socialista, l’infanzia felice tra i boschi della Lunigiana, con i bagni sul limpido Magra. Quando la guerra obbligava a scegliere da che parte stare, Enrico si butta nel movimento partigiano. Nome di battaglia: Rasputin. La latitanza sui monti, le prove di coraggio, la pelle salvata dai rastrellamenti nazisti sono marchi indelebili.

 

Comandato all’infermeria – ha 17 anni –, per salvare i compagni si mette a trafficare con farmaci sconosciuti che impara ad usare leggendosi le istruzioni allegate. Fa diagnosi e imposta terapie solo osservando gli effetti su quell’umanità dolente con cui divide pane e paura. Roba da incoscienti! Eppure funziona, moltissimi guariscono.

Ci sono tutti gli elementi di quella che sarà una vera vocazione, la medicina. Ma una passione nata e temprata nel crogiuolo della fratellanza e della precarietà poteva non diventare oro? E difatti. Dopo la guerra la laurea in medicina. Cavallini è brillante, focoso, anche un po’ guascone, e possiede un cuore grande. Con una splendida famiglia al suo fianco (la moglie Piera, poi i figli Rossella e Gian Maria), una carriera di assoluto prestigio si apre d’incanto per vincente nato.

 

Un avvenimento lo spiazza e gli cambia la vita. Quel dottor Zirondoli che gli viene presentato è un astro nascente della anestesiologia di Pisa. Ma cosa nasconde dietro quel modo di fare così gentile ed affascinante? «Era così leale e aperto con me che pensai alle cose più strane, a società segrete o cose simili», racconterà Enrico. Ma no, niente di tutto ciò: Alfredo Zirondoli gli parla dei Focolari di cui è un pioniere, e lo invita ad un incontro estivo.

E sulle Dolomiti questo indomito anticlericale si trova davanti alla sorpresa di un cristianesimo fresco, sorgivo, radicale. Conosce Chiara Lubich, ne resta affascinato. Gli viene proposto un ideale forte, ma è proprio pane per i suoi denti, per lui che non è mai stato uomo di mezze misure.

 

«Gioiva, si entusiasmava e ribolliva» assisteva ad una sorta di rivoluzione totale dentro la sua anima, una conversione autentica – scrive Bernardini. Ma senza affatto rinnegare nulla del suo passato, anzi quell’ideale si innestava perfettamente sulle sue radici, aggiungendo fascino ad una già splendida umanità. Anche la pratica clinica di primario anestesista – ormai nota la sua genialità nell’inventarsi soluzioni e terapie fino all’eccellenza – si colora di dedizione amorosa, di ascolto, di squisita umanità.

Come in tutte le storie di grandi luci arriva prima o poi il tempo della notte, e così è stato per Enrico. Qualche compromesso, certe prese di posizione tranchant verso colleghi che ostacolavano la sua carriera? Un tenore di vita alto che chiedeva di essere disposti a perdere – almeno un po’ – l’anima? Fatto sta che il fascino per quella nuova vita si appanna, e cala un buio pesto nell’anima. Sa che non si scherza con ideali così grandi, ed è onesto. Prendere o lasciare. E allora molla tutto, sottraendosi ad una luce che sembra star lì solo a rendere più forti le ombre di certe sue scelte.

 

Commuove leggere ciò che scrisse poi di quella sua “notte” trascorsa con la coscienza di poter perdere non solo quel Dio scoperto come amore, ma anche le sue belle radici laiche: i sogni di giustizia, la purezza di un ideale, l’amore per gli ultimi.

Solo dopo molti anni un incontro casuale lo rimette sulla pista giusta. Enrico la volpe coglie l’attimo. Il rientro è duro, occorre umiltà, tornare bambini evangelici è gran fatica, ma come è bello ritrovare la rotta di casa!

Un giorno brumoso d’autunno Enrico – ha 71 anni – è con il cognato a caccia sulle sue montagne. Luoghi dell’anima, la memoria canta, Rasputin sembra ancora vivo tra quei boschi. Ad un certo punto una smorfia di dolore. Enrico tranquillizza il cognato, ma «chiama un’ambulanza, forse servirà». Il medico che lo visita è tanto giovane quanto imbarazzato. Allora Enrico rassicura anche lui, sorride, legge l’Ecg, suggerisce diagnosi e terapia. «È proprio un infarto, vede? Ed è grave».

 

Morirà poche ore dopo, chiudendo la sua avventura umana con questo squisito gesto d’amore. Niente mezze misure nemmeno alla fine, dopo una vita vissuta a viso aperto.

«Non vi è dimensione umanamente pensabile per misurare la grandezza del grazie che ti devo», aveva scritto a Chiara poco tempo prima.

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