Emozioni in terracotta

A Modena una rassegna sulla scultura emiliana del Rinascimento.
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A volte sembra che la morte e la vita si rincorrano come in un duello senza tregua. Lasciando tracce del loro passaggio sui volti e gli occhi degli uomini, feriti sia dalla sofferenza come dalla sorpresa dell’esistenza che sempre rinasce. Sono questi i sentimenti, le riflessioni che prendono osservando i gruppi scultorei che costellano città e paesi dell’Emilia, da Bologna a Parma a Modena. Terra di gente soda, non abituata alla carezza della luce, ma alla robustezza che le deriva dalle nebbie come dalle calure estive. Tutto ciò plasma una umanità forte, espansiva nel dolore come nella gioia.

A Busseto, nel Parmense, la chiesa di Santa Maria degli Angeli ospita una delle opere più struggenti del Quattrocento, non solo emiliano. È un Compianto sul Cristo morto, di Guido Mazzoni (1476-77), un soggetto certo molto sfruttato – si pensi a Giambellino, al Mantegna, al Tura. Il tema del lamento funebre sul Cristo si pone subito come una compartecipazione affettiva ad un evento costante, soprattutto in un’epoca dove la vita media non superava i quarant’anni. Nessuna idealizzazione perciò in queste figure alte, colorate a tinte robuste, allineate l’una accano all’altra come in una sfilata sacra. Il dolore è autentico. Il donatore, con l’abito festivo, è un Giuseppe d’Arimatea che si batte il petto, convinto di essere responsabile di quella morte: un uomo maturo, il volto bruno, la barba di qualche giorno – come usava -, in segno di lutto. La Maddalena è una ragazza bionda di campagna che grida a braccia spalancate, come fosse di fronte al primo vero dolore della vita, al contrario della madre, precocemente invecchiata dalla troppa fatica del vivere. Un’aria angosciata pervade queste figure massicce, e passa a chi le guarda: la morte ha sempre il suo lato disperato, e le smorfie che imbruttiscono i volti ne conservano l’eco. Ma il Cristo disteso, scarnificato e ricomposto in pace, dice che la morte non è tutto. E anche se i presenti non si vergognano di piangere, perché il lamento fa parte della condizione umana, pure la fede che anima queste raffigurazione porta alla fine il sentimento della pace. Come si osserva nel bellissimo e purtroppo frammentario, Volto di Cristo (Padova, Musei Civici) in cui il Mazzoni, senza nulla togliere alle tracce dello spasimo finale, disegna un volto anelante, nella bocca schiusa, a qualcosa di più grande.

Verso questa dimensione viaggia pure la serena Madonna della pappa (circa 1480) nel Duomo modenese. La scena di un interno domestico è ripresa dallo scultore nell’intimità calda di una famiglia, dove la ragazza soffia sulla pappa prima di darla al bambino, in grembo alla madre calma. I due donatori paiono due nonni innamorati del nipotino, adoranti tuttavia perché sanno che questo bambino è Dio. Nel volto del vecchio c’è la meraviglia di chi osserva il miracolo quotidiano della vita che si risveglia, bella e fragile com’è quella dei piccoli. Mazzoni, con un calore che verrà poi ripreso dal Correggio ed una naturalezza che Caravaggio non dimenticherà, descrive i sentimenti teneri di una umanità che crede ancora nella vita. E ne racconta i momenti di gioia, come farà pure il contemporaneo Antonio Begarelli nel 1522 nella sua robusta Madonna tra Gesù e san Giovannino (Modena, Museo Civico): due bambini floridi, in attesa che lo scultore finisca la fotografia, che li ha messi in posa, per continuare a giocare. Così è la vita, dicono gli scultori emiliani dai loro gruppi in terracotta, caldi e terrestri: un po’ di gioia e un poco di sofferenza. Ma essi non conoscono l’eccesso di tormento del nostro tempo. Con realismo, piangono e sorridono. Sono gente sana. Di un altro Rinascimento.

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