Emirati e Turchia, nuovi accordi dopo i conflitti

Di fronte al crollo della moneta turca, una sorprendente iniziativa finanziaria di riavvicinamento fra Emirati Arabi Uniti e Turchia (con altri attori mediorientali) lascia intravedere una possibile evoluzione negli scenari conflittuali che hanno segnato il mondo mediorientale degli ultimi decenni.

Negli ultimi 5 anni la moneta turca ha continuato a perdere valore in modo quasi costante. Nel 2015 bastavano meno di 3 lire turche per 1 euro. Un anno fa il cambio lira turca-euro era a 9,11. Un notevole contributo al collasso della moneta è venuto dalla durissima reazione al mancato golpe del 2016, dagli interventi militari in Siria e dalla “gestione” dei profughi siriani, da attentati e repressioni, dall’intervento in Libia e dall’isolamento mediterraneo.

E se il colpo più duro lo ha comunque inferto la pandemia, soprattutto al turismo (nel 2020 i turisti sono stati 9,5 milioni, contro i 36,4 milioni del 2019), è anche vero che nel 2013 gli investitori internazionali finanziavano il 30% del debito pubblico turco mentre oggi a causa delle politiche messe in atto e per l’inflazione non arrivano a sostenere il 5% di quel debito. La caduta, una volta avviata, non si è più fermata.

Nella prima settimana di dicembre 2021 il rapporto lira-euro è arrivato a 15,50 e le previsioni dei mercati internazionali al 31 dicembre 2021 indicano una tendenza verso le 18 lire per 1 euro. Con un’inflazione che viaggia ormai intorno al 20% su base annua (cresciuta del 5% negli ultimi 10 mesi), il potere d’acquisto della moneta turca è in evidente e forte affanno. Ci sono poi stati alcuni provvedimenti, decisamente insostenibili da un punto di vista finanziario, che potrebbero aver peggiorato la situazione, come la decisione del premier Erdogan di ridurre il costo del denaro, invece di aumentarlo, e di mantenere elevati tassi di interesse sugli investimenti con l’evidente scopo di recuperare finanziatori internazionali.

Il presidente turco Erdogan.

Alla fine, è di questi giorni la notizia di un sensazionale accordo siglato dal presidente turco con Mohammed bin Zayed Al Nahyan (MbZ), fratello ed erede designato dell’emiro di Abu Dhabi, per un valore complessivo di 10 miliardi di dollari. Che non significa certo un’immediata inversione ad U nei rapporti ostili degli ultimi 10 anni fra Turchia ed Emirati Arabi Uniti, i due poli opposti della frattura sunnita sull’interpretazione dell’Islam politico. Di fronte ad una scelta di questo tipo, l’imperatore Vespasiano commenterebbe con l’ironia del suo famoso detto: “Pecunia non olet” (il denaro non puzza). Pare, inoltre, che l’accordo sia destinato prevalentemente ad energia, cibo e salute. Sperando che non c’entrino troppo anche le armi, discorso a cui entrambi i contraenti sono molto sensibili.

Per quanto riguarda gli Emirati, l’accordo con la Turchia conferma in un certo senso il nuovo orientamento economico-culturale (mettendo da parte, senza abbandonarla, l’ideologia della “piccola Sparta” del Golfo), che fa seguito alla firma degli “Accordi di Abramo” del 2020 con Israele. Un ulteriore segnale è poi la firma dell’altro accordo (novembre 2021), quello sulle energie rinnovabili stipulato fra Emirati, Israele e Giordania, che riguarda la costruzione in Giordania, da parte di un una compagnia emiratina, di un impianto solare per la produzione di energia elettrica che alimenterà un impianto di desalinizzazione in Israele, che a sua volta rifornirà di acqua dolce anche la rete idrica giordana.

Anche nei rapporti tra Emirati e Iran ci sono sviluppi: per ora si tratta di incontri ad alto livello diplomatico, con la conferma di una prossima visita ufficiale emiratina in Iran e l’annuncio dell’intenzione di dare il via a rapporti bilaterali tra i due Paesi. Per quanto riguarda la Siria, il ministro degli esteri degli Eau ha di recente incontrato a Damasco il presidente siriano Assad: pare che sia vicino il ritorno della Siria nella Lega Araba, dalla quale era stata espulsa all’inizio delle rivolte nel 2011.

In sostanza qualcosa si muove in Medio Oriente dopo lo shock provocato dal disimpegno Usa e da una certa stanchezza di fronte all’estenuante serie di conflitti anti o pro iraniani e agli attentati legati alla deriva islamista. La decisione degli Emirati, di questi giorni, di trasferire il fine settimana avvicinando la pausa settimanale del mondo arabo-islamico a quella occidentale sembra indicare qualcosa che va oltre una banale scelta di opportunità economica contrapposta ad un certo modo di intendere il radicalismo islamico. Scelta discutibile in molti ambienti mediorientali, ma segno che qualcosa forse si muove rispetto allo stallo armato e perennemente conflittuale degli ultimi decenni.

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