Emilia Romagna, un voto decisivo

La scadenza del 26 gennaio ha un valore notevole a livello nazionale. Un laboratorio politico denso di storia, in ripresa dopo il forte astensionismo del 2014
Dettaglio piazza Maggiore Bologna LaPresse - Massimo Paolone

A meno di due settimane dal voto regionale in Emilia Romagna non ci sono molte certezze. Il vantaggio,secondo i sondaggi, del candidato di centro sinistra oscilla tra il 2 e il 3 %.Un margine ristretto, considerando i tanti indecisi, che giustifica ampiamente la campagna a tappeto che il leader della Lega sta svolgendo con grande intensità.

La caduta dell’ex bastione “rosso” avrebbe un effetto dirompente sul governo nazionale, anche se i vertici del Pd minimizzano.

Parliamo, comunque, di qualcosa di “ex”, di una passata egemonia culturale e di consensi del Partito comunista più forte dell’Occidente che proprio a Bologna, nel 1989, caduto il Muro di Berlino, decise l’autoscioglimento.

Dieci anni dopo, nel 1999, la città delle due torri era già stata conquistata da Giorgio Guazzaloca. Al sindaco di centrodestra è stata dedicata fino all’11 gennaio, una mostra fotografica nell’ex sala Borsa trasformata in una bellissima biblioteca pubblica.  In questo stesso edificio, nel 1922, si tenne l’assemblea degli industriali e commercianti favorevoli all’occupazione della città da parte di circa 60 mila miliziani fascisti, in una specie di prova generale della Marcia su Roma.

E sempre intorno a Piazza Maggiore si svolsero, nel 1915, gli scontri più intensi tra interventisti e neutralisti della Grande Guerra.Uno spartiacque di rimescolamento, da sinistra a destra, di forti appartenenze socialiste, anarchiche e repubblicane in una città che, fino al 1860, era stata parte dello Stato pontificio.

Il secolo scorso degli scontri ideologici ha lasciato profonde ferite, dall’eccidio nazifascista di Montesole (1944) alle violenze post Liberazione del triangolo rosso emiliano, fino alla strage della stazione ferroviaria di Bologna nel 1980, tuttora oggetto di recentissime sentenze penali.

L’immagine, comunque, ancora prevalente della Regione sembra ancora collegata alla qualità della vita e dei servizi. La città capoluogo, sede della più antica università laica a livello occidentale, risente del fermento della notevole presenza giovanile. Dal clima goliardico alle problematiche delle forme di lavoro precario affrontate con inedite forme sindacali dei riders, i ciclofattorini delle consegne a domicilio. E, tuttavia, avanzano i segni di una progressiva crisi di rappresentanza politica.

Nelle ultime elezioni regionali del 2014 si è recato alle urne solo il 37.71% degli aventi diritto.  La precedente legislatura, poi, era stata interrotta per le accuse, rivelatesi non fondate, al presidente Vasco Errani.

L’attuale “governatore” dem Stefano Bonaccini preferisce esibire un profilo di carattere civico, con poca evidenza dei leader nazionali del suo partito. Dopo le elezioni umbre, si è visto che l’alleanza Pd-M5S avrebbe portato più problemi che soluzioni.

Nella variegata coalizione che sostiene Bonaccini, oltre al Pd, c’è Emilia-Romagna Coraggiosa (Articolo Uno, Sinistra Italiana, “È Viva-Primavera europea”), Europa Verde, Volt (partito europeo nato nel 2017), “+Europa – Bonaccini Presidente” (+Europa, Psi e Pri) e un’altra lista “Bonaccini Presidente” (che esprime Italia in Comune, Azione, Possibile e Italia Viva).

Il Movimento 5 Stelle, guidato da Di Maio, va da solo con il candidato Simone Benini.

I partiti della cosiddetta estrema sinistra esprimono, divisi, 3 candidati: Marta Collot per Potere al Popolo, Stefano Lugli per l’Altra Emilia Romagna, Laura Bergamini per il Partito comunista.

Storia a parte per il candidato no vax, Domenico Battaglia, della lista del Movimento 3 V.

Chi è deciso a giocarsi la partita per vincerla è, come già detto, la Lega che ha candidato come presidente di Regione la senatrice Lucia Borgonzoni, sostenuta, oltre che dal partito di Salvini, da Forza Italia e Fratelli d’Italia, assieme a “Cambiamo!”, “Il Popolo della Famiglia” e le liste civiche “Progetto Emilia-Romagna – Rete civica Borgonzoni presidente” e “Giovani per l’Ambiente”.

Fino all’ emergere del fenomeno delle “sardine”, la vittoria del centro destra a trazione leghista sembrava inevitabile.

Per capire come tira il vento si deve andare a Ferrara, mirabile città patrimonio dell’Unesco, dove il centro storico, benestante, della città è rimasto fedele elettoralmente al centro sinistra che è, invece, crollato nelle numerose circoscrizioni, un tempo roccaforte della sinistra.

Cosa è successo nella città amministrata ora dai leghisti, un tempo considerata bacino di voti sicuri per il ministro Dario Franceschini? I commenti prevalenti si concentrano sugli effetti di lungo termine dello smantellamento del tessuto sociale delle frazioni. Luoghi consegnati alla formazione ansiogena della tv commerciale, con la paura dell’invasione dei migranti. Hanno inciso, anche, i problemi di ordine pubblico, legati allo spaccio di droga, di una zona adiacente alla stazione ferroviaria.

E comunque, oltre il capitolo migranti e sicurezza, il centrosinistra si è consumato per faide interne legate al fallimento della banca Carife che ha procurato danni ai piccoli azionisti locali.

Come ha detto a l’Espresso Giovanni Favia, ex consigliere regionale pentastellato, il M5S, con il vaffa day del 2007 a Piazza Maggiore, aveva occupato lo spazio lasciato libero dal Pd percepito come «partito del libero mercato, immigrazionista, lgbt, che non parla alle fasce deboli, a chi vive di più il disagio sociale». Oggi quel vuoto di rappresentanza cerca di riempirlo, a suo modo, la Lega.

Nella nota di discernimento verso il 26 gennaio, infatti, i vescovi della conferenza regionale sottolineano che la «preoccupazione principale non può che essere per le situazioni di povertà …e la precarietà del lavoro», invitando, ad ogni modo, a «continuare un impegno politico che in questi anni ha portato anche buoni frutti».

Il documento dei vescovi si aggiunge ad altri contributi dell’associazionismo cattolico, entrando nel merito di diverse questioni, invitando ad usare in campagna elettorale «un linguaggio, libero da offese e falsità, concreto nelle proposte, rispettoso delle persone e delle diverse idee politiche».

Saranno i prossimi giorni, come sempre quelli più vicini al voto effettivo, ad essere decisivi.

 

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