Elizaveta Feodorovna, l’eroina di Alapaevsk

Pubblicato l’epistolario di Elizaveta Feodorovna, la nobildonna vittima della rivoluzione bolscevica, fondatrice di un Ordine religioso innovativo in Russia

Nel giardino del Getsemani, che dal Monte degli Ulivi domina la città vecchia di Gerusalemme, sorge la più importante chiesa del mondo ortodosso dedicata a santa Maria Maddalena. Eretta nel 1886 per volontà dello zar Aleksandr III quale omaggio alla memoria materna, riproduce con le sue mura in candida arenaria e le sue sette cupole risplendenti d’oro il tradizionale stile architettonico russo dei secoli XVI e XVII. Alla sua consacrazione nel 1888 presenziarono il gran principe Sergej Aleksandrović Romanov e la giovane moglie, la granduchessa Elizaveta Feodorovna. La quale, soggiogata dalla bellezza di quel lembo di Russia in Terra Santa, esclamò: «Come vorrei essere sepolta qui!», ignara dello spirito profetico di queste parole. Dal 1921, infatti, i suoi resti mortali riposano in questo tempio insieme a quelli di Varvara Jakovleva, sua consorella nella vita religiosa. Vittime entrambe della rivoluzione bolscevica, nel 1992 sono state dichiarate sante martiri dalla Chiesa russo-ortodossa.

Dopo quel 1888, tutto un mondo cominciò a crollare. Ma prima seguiamo a grandi linee la vicenda di Elizaveta, ora proposta da un libro delle Paoline – Servire Dio e servire i fratelli – che raccoglie due epistolari, il suo e quello di Taisija badessa di Leušino, mistica e donna d’azione allo stesso tempo: due personalità molto diverse fra loro, nel percorso spirituale delle quali si riflette, tuttavia, quanto di più autentico e vivo c’è nella tradizione ortodossa russa, anzi, nell’esperienza cristiana. Ciascuna a suo modo, come risulta dai loro epistolari, corrispose pienamente alla parola della Scrittura, attraverso prove e sofferenze. Fino al martirio, per Elizaveta.

Nata nel 1864 nel Granducato d’Assia e del Reno, Ella (per i familiari) assimilò dalla madre un profondo spirito religioso e una sensibilità spiccata verso poveri e sofferenti. La sua bellezza di donna considerata, all’epoca, una delle più attraenti d’Europa le attirò molti pretendenti. Rifiutò ogni proposta per scegliere il riservato e gentile gran principe Sergej, figlio dello zar Aleksandr II e dell’imperatrice Marija Aleksandrovna. Dopo le nozze nel 1884, dal contatto con il popolo russo la giovane sposa conobbe la miseria dei contadini e d’accordo col marito cercò di alleviare i bisogni materiali specialmente di donne e bambini, senza trascurare la formazione cristiana.

Malgrado qualche critica da parte di chi, nella corte imperiale, riteneva troppo austero e riservato lo stile di vita della coppia, Elizaveta ricevette in Russia un’accoglienza positiva; lei stessa s’impegnò ad integrarsi nella sua nuova patria imparando il russo e dedicandosi alla beneficenza. Toccata dalla fede del coniuge, iniziò a sentire sempre più forte l’attrazione verso l’ortodossia, e se attese a lungo prima di passare ad essa dal luteranesimo fu per delicatezza verso i propri familiari in Germania. Ciò avvenne nel 1891, l’anno stesso in cui Sergej ebbe l’incarico di governatore generale della città di Mosca, col conseguente trasferimento di entrambi al Cremlino.

Ma già iniziavano a diffondersi i focolai che avrebbero innescato la rivoluzione del 1917. Le misure repressive che Sergej fu obbligato a prendere contribuirono ad alienargli la simpatia, oltre che del popolo, anche di esponenti dell’intelligencija. E la situazione fu resa ancora più incandescente dalla politica avviata dal nuovo zar Nikolaj II e dalla sconfitta russa nella guerra del 1905 contro il Giappone. Rimasto nel mirino dei rivoluzionari anche dopo le dimissioni dalla sua carica, il 17 febbraio di quell’anno Sergej fu fatto segno di un attentato durante un’uscita pubblica. Al rimbombo dell’esplosione, Elizaveta si precipitò sul luogo della tragedia, dove con incredibile sangue freddo raccolse i brani del corpo del consorte sparsi sulla neve. Giorni dopo, un suo gesto clamoroso diede adito a nuove critiche: visitò in prigione l’assassino per assicurarlo del perdono suo e dell’ucciso. Non solo: dopo la sentenza di morte, intercedette per l’attentatore – anche se invano – presso lo zar.

Da allora, vedova e senza figli, cambiò radicalmente stile di vita: niente più balli e ricevimenti, maggiore sobrietà e preghiera più intensa. Con l’aumento dei tumulti rivoluzionari, moltiplicò le opere di carità: unico modo per andare oltre il suo dolore. Maturava intanto in lei il proposito di consacrarsi interamente al servizio di Dio e del prossimo dando vita ad una comunità dedita alla preghiera e all’assistenza di malati e bisognosi: una novità per la Russia, dove non esisteva nulla del genere. Per realizzarla, Elizaveta vendette i gioielli e gran parte dei suoi beni e acquistò al centro di Mosca un vasto terreno edificato dove intendeva realizzare un convento, un ospedale con cappella, un appartamento per il padre spirituale, un orfanotrofio e una biblioteca.

Diresse personalmente i lavori e col suo raffinato gusto estetico rese la struttura non solo funzionale per i malati, ma anche un luogo piacevole dove ristorare lo spirito oltre che il corpo. Stilò inoltre una regola che esprimesse la forma di vita che aveva in mente. Avrebbe voluto restaurare l’ordine delle diaconesse in auge nella Chiesa primitiva, ma accettò con umiltà il responso negativo del Santo Sinodo. “Dimora della misericordia di Marta e Maria” fu il nome scelto per la nuova comunità: un richiamo alle sante sorelle di Betania. Il 9 aprile 1909 Elizaveta e le prime diciotto religiose formularono le loro promesse e l’indomani lei fu eletta superiora. L’opera si espanse così velocemente che appena due anni dopo fu necessario acquistare un terreno adiacente al primo per farvi costruire un secondo orfanotrofio, una foresteria per pellegrini e un’altra chiesa. Seguirono, per lei, anni di infaticabile servizio al prossimo, ma anche di prove interiori, in parte dovute all’incomprensione dell’alta società moscovita.

Purtroppo, quel popolo che aveva imparato ad amarla come una madre, stava per diventare nemico di lei come degli altri rappresentanti del regime zarista. La situazione, infatti, stava precipitando. Pur potendo rifugiarsi in Germania, Elizaveta non volle abbandonare la Russia e le sue opere. E quando nell’estate del 1917, in seguito all’abdicazione di Nikolaj II, i bolscevichi salirono al potere, continuò ad accogliere malati, a sostenere gli smarriti dagli eventi che ricorrevano a lei, malgrado fosse debilitata dalla malattia tifoide che imperversava a Mosca. Il 7 maggio 1918 venne arrestata ed esiliata ad Alapaevsk (Siberia sud-orientale) insieme a Varvara Jakovleva. Durante il lungo viaggio, scrisse alle consorelle rimaste a Mosca una lettera considerata il suo testamento spirituale: un invito deciso a confidare in Dio e ad essere come un’anima sola.

La notte del 18 luglio 1918 – all’indomani del massacro della famiglia imperiale a Ekaterinburg – le due religiose e altri sei prigionieri della famiglia Romanov vennero precipitati nel pozzo di una miniera abbandonata, dove gli aguzzini gettarono anche due granate. Ciò nonostante, da sottoterra si sentì la voce di Elizaveta e di altri morenti intonare inni sacri; il canto cessò quando nel pozzo furono riversati arbusti secchi a cui venne dato fuoco. Solo dopo la liberazione di Mosca da parte dell’Armata Bianca i corpi dei “martiri di Alapaevsk” vennero recuperati. Si scoprì allora che prima di morire la gran principessa aveva avuto la forza di fasciare col suo velo monacale la testa del giovane principe Ivan Konstantinović. I resti mortali suoi e di Varvara, trasferiti da lì presso un monastero e poi a Pechino, conclusero il loro itinerario a Gerusalemme.

 

 

 

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