Elisabeth, una vita senza frontiere

Quando nella cittadella di Ottmaring, dove risiede da alcuni anni, le è giunta la lettera con la notizia che le era stata conferita una delle massime onorificenze della Repubblica Federale Tedesca, ce n’era voluto del bello e del buono per convincerla a recarsi a Monaco per la cerimonia. “Io prendere una medaglia? – aveva esclamato incredula e anche un po’ indignata -: tanti altri la meriterebbero, molto più di me”. Questa settantenne ancora piena di vitalità resta convinta che, in fondo, lei non ha fatto nulla di speciale. Non la scompone più di tanto il fatto, ampiamente risaputo in territorio bavarese ed oltre, che sia stata proprio lei – assieme al parroco di Monaco Adolf Mathes – a dare assistenza sin dal primo dopoguerra a centinaia di profughi e senza tetto. E nemmeno si inorgoglisce per le tonnellate di aiuti umanitari raccolte sin dagli anni ottanta, ed inviate indiscriminatamente in Boemia, Polonia e Russia, dovunque fosse necessario. Nel suo dirndl della domenica – il tipico abbigliamento del sud della Germania – le fossette sulle guance disegnano un volto limpido, dove gli anni hanno lavato le asperità della vita, lasciando intatto un sorriso trasparente come il cristallo, allegro e contagioso. Esattamente così – forse un po’ più magra, perché da bambina la chiamavano krischperl, cioè “grissino” – la si potrebbe immaginare nel giardino della sua casa natale a Breslau, in Sle- sia, Wroclaw per i polacchi. Ci parla a lungo delle corse a perdifiato o dei giochi sull’altalena, oppure delle tranquille letture in barca, lasciandosi dondolare dalle onde del laghetto vicino. Questa infanzia serena, bella, non sarà inizialmente disturbata dall’invasione di Hitler della Polonia. In quella regione di confine, divenuta strategica a causa della presenza dei ricchi giacimenti di carbone, la famiglia di Elisabeth si sente al sicuro. Gli abitanti della sua città natale sono in maggioranza tedeschi come lei, ed i Koschany sono particolarmente stimati dai concittadini. “La nostra casa – ricorda – era sempre aperta. Il postino si fermava abitualmente da noi per una pausa di lavoro, e spesso ospitavamo persone che si trovavano nel bisogno. Non importa se il loro accento denunciava una provenienza lontana: non facevamo differenza tra i vari Stanislaus o Kasimir della Polonia, Olga dall’Ucraina o Joseph dalla Francia”. Invece, questo periodo felice della vita di Elisabeth si conclude bruscamente con l’espulsione dalla Slesia. I tedeschi non sono graditi e devono andar via. Da come descrive quel giorno d’inverno del 1945 – quasi persa nei suoi ricordi – si può intuire quanto abbia amato ed ami ancora la sua terra natale. “Lo rammento come fosse oggi. Il cielo terso e blu, il sole, le montagne, la brina che ricopriva il suolo, facendolo luccicare: tutto era bello come in una favola”. Difficile descrivere l’odissea della famiglia Kostany, le tappe forzate di un lungo viaggio dalla destinazione incerta, che durò sino alla fine della guerra. “Durante questo duro periodo – racconta Elisabeth – la grande fede dei miei genitori è stata messa alla prova. Non ci siamo però mai sentiti soli: era come se una mano sapiente ed invisibile ci guidasse, facendoci evitare il peggio”. Spesso si sono trovati vicini allacatastrofe. Ma sempre – quasi per miracolo – se la sono cavata. C’è stata la dolorosa separazione dal padre, che però è riuscito “inaspettatamente” a ritrovare la sua famiglia; l'”imprevisto” camion che, proprio all’ultimo momento, prima dell’arrivo sul posto dell’Armata Rossa, li ha condotti in un luogo sicuro; i colpi di mitragliatrice che “fortuitamente” non hanno raggiunto sua madre; l'”improvviso” spostamento delle frontiere, che ha fatto sì che il campo profughi dove si trovavano i Koschany cadesse sotto il controllo americano, esattamente il giorno in cui i russi volevano rinchiudere i bambini all’orfanotrofio e gli adulti in un campo di rieducazione… Stabilitisi infine a Monaco nel primo dopoguerra, nonostante il suo stato di profuga (“Non mancavano mai – dice – di farmelo notare”), Elisabeth riesce a concludere la scuola media ed a trovare un impiego come contabile. “Non era proprio il lavoro per cui mi sentivo fatta, ma evidentemente, il buon Dio aveva un progetto diverso”. Una frase, questa, che ricorre spesso nelle spiegazioni di Elisabeth: come fosse il motivo conduttore della sua esistenza. E quanto l’essersi “lasciata guidare passo passo da Lui” abbia inciso in questa donna determinata, dalla fede e dal carattere altrettanto adamantini, resta l’impressione più forte delle incredibili vicende che ci va raccontando. In quel periodo, la ancora snella “Lisbethchen” (il diminutivo di Elisabeth) fa volontariato presso il Missionbahnhoff, un centro sociale presso la stazione, che si occupava delle necessità dei tanti poveri che ogni giorno arrivavano in città. In cuor suo, contro ogni ragionevole aspettativa, sperava di incontrare il fratello che si era perso nella fuga, e di cui non avevano più notizie. Per il suo modo di fare aveva richiamato l’attenzione di Adolf Mathes, un sacerdote allora molto noto per la sua attenzione ai poveri e per l’efficacia delle sue omelie. Il centro sociale della stazione fu chiuso, e don Mathes decise di continuare a prendersi cura dei senza tetto. Scrisse alla ventenne Elisabet, chiedendole se non fosse disposta ad aiutarlo. Elisabeth acconsentì. “Da allora in poi – dice con semplicità -, non mi sono più chiesta se quello fosse il mio posto: non ne ho più avuto il tempo”. Sui trent’anni trascorsi da Elisabeth al servizio dei senza tetto di Monaco si potrebbe certamente scrivere un libro. Lei accenna appena alla vicenda del forte Rudi nell’ostello faceva di notte la guardia alla porta della sua stanza. (“Qui qualcuno potrà entrare soltanto passando sul mio cadavere “); o del silenzioso Johnnie, che invece era diventato loquace con Elisabeth, consentendo che con il suo aiuto fosse sventata una banda di ladri; oppure le centinaia di piccoli avvenimenti, legati alla preparazione di una degna festa di Natale per i senza tetto, per la quale Elisabeth non si è vergognata di andare e chiedere l’elemosina… Così per trent’anni. Pochi giorni dopo la morte di don Mathes, Elisabeth viene a contatto con i Focolari. “Anche questa – dice – è stata senza dubbio una “conduzione dall’alto”: nel momento in cui si concludeva una fase della mia vita, se ne apriva un’altra. Mi sentivoparticolarmente attratta dalla spirito del movimento, che mi riportava al Vangelo che avevo in tutti quegli anni cercato di tradurre in vita. Con una differenza: che, ora, non ero sola. Avevo trovato una famiglia spirituale”. Attualmente Elisabeth risiede nella cittadella ecumenica di Ottmaring, e si occupa della gestione di una casa per i sacerdoti. “Come vedi – dice con una punta di ironia – continuo a fare ciò che desidero: far casa a chi non ne ha”. Questo vivere lasciandosi guidare dall’alto non conosce frontiere: così Elisabeth conclude il suo racconto. L’ha sperimentato in modo speciale nel 1985. Dopo quarant’anni, le è stato possibile ritornare per la prima volta nella sua Breslau. “Era come se avessi avuto le ali”, dice nel cercare di descrivere le sensazioni che l’avevano invasa. “Eppure – continua – mi sentivo interiormente sfidata a consegnare definitivamente alla Polonia la mia città natale. Un passo che ho fatto tra le lacrime”. Ritornando, non aveva più trovato la sua casa, né il giardino con l’altalena. Nulla era più come prima. Da allora, con determinazione e coraggio ha iniziato quello che i suoi amici hanno battezzato “l’aiuto alla Polonia di Koschany”: innumerevoli pacchi passavano la frontiera da Ottmaring a Breslau, prima e dopo la caduta della cortina. E quando la Polonia non ne ha avuto più bisogno, la sua attenzione si è rivolta ad un villaggio della Bosnia. E poiché i pacchetti non potevano contenere abbastanza, Elisabeth ha iniziato a riempire i container dei camion con beni di ogni tipo: mobili, vestiario, elettrodomestici, una volta fino a cinque tonnellate di detersivi. Niente di tutto questo è stato pianificato. Semplicemente, dove c’era bisogno, Elisabeth ha cercato di aiutare, oppure di organizzare gli aiuti. Niente di speciale? “Almeno niente che meriti una medaglia”, conclude Elisabeth col suo contagioso, irresistibile sorriso, nel suo dirndl della domenica.

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